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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 21 novembre 2016

ACCOZAGLIE POLITICHE di Lucio Garofalo






ACCOZAGLIE POLITICHE
di Lucio Garofalo



Il fronte del No rappresenta una sorta di Armata Brancaleone che comprende soggetti di dubbio valore etico ed assai poco credibili in materia di Costituzione, in quanto l'hanno violata più volte: senza scomodare nessuno, rammento l'art. 11, in base al quale l'Italia ripudia la guerra, ma vari governi di centro-destra (con Silvio Berlusconi premier) e di centro-sinistra (Massimo D'Alema nel 1998) hanno calpestato la Costituzione per partecipare a spedizioni militari in Iraq o altrove e per concedere le basi italiane ai bombardieri statunitensi che massacrarono la Serbia. Senza parlare dei diritti e della dignità dei lavoratori, a dir poco umiliati da leggi (Pacchetto Treu varato dal governo Prodi, Legge 30, meglio nota come legge Biagi, promulgata dal governo Berlusconi) che hanno precarizzato il mondo del lavoro ed hanno compresso e svalorizzato duramente la vita del proletariato giovanile in Italia. Giusto per intenderci. 

Il fronte del No accomuna alcuni esemplari delle peggiori politiche del passato. Ma, dall'altra parte, nel fronte del Sì si affollano gli esponenti peggiori delle politiche attuali, che hanno macellato e mortificato ulteriormente i diritti dei lavoratori (Jobs Act, Buona Scuola) e la Costituzione. Insomma, è una "gara" tra chi è peggio. 
Ovviamente, io mi schiero per il "No" a prescindere da chi componga la coalizione (o l'accozzaglia, come dir si voglia) che si è creata a sostegno del No alla "schiforma" renziana. 
Mi esprimo per il No in virtù di motivi etico-politici, di merito e di metodologia politica, per ragioni di tattica contingente e di strategia politica. Ma aggiungo che la Costituzione non è un dogma e che lo Stato borghese non mi rappresenta nella misura in cui non mi riconosco affatto nelle sue marce e putride istituzioni e nella sua ipocrita e corrotta democrazia che privilegia e tutela solo gli interessi delle élites economiche dominanti a netto sfavore delle classi popolari subalterne. 
In ogni caso, ritengo che nell'attuale momento storico-politico contingente occorra schierarsi apertamente a sostegno delle ragioni del "No".


domenica 20 novembre 2016

BOBO, I “COMUNISTI” E IL PIFFERAIO DI HAMELIN di Norberto Fragiacomo








BOBO, I “COMUNISTI” E IL PIFFERAIO DI HAMELIN

di

Norberto Fragiacomo



 Che tipo di pensieri passa per la testa di Bobo?

A giudicare dalle strisce che leggiucchio insofferente su L’Espresso, roba banale, stantia, concetti vacui che rassomigliano ad altrettanti slogan. Ma Bobo è questo, solo questo: un militante imbevuto di uno spettro d’ideologia, cui non importa un fico secco di apparire acuto, curioso e originale. Lui si contenta – si compiace – di essere fedele alla linea, ancorché curva, serpentinata, contorta. La linea, quale che sia, ovunque lo conduca.

Sergio Staino, l’autore, parla, giudica e urla come la sua creatura, anche se di quest’ultima gli difetta la bonarietà, l’aspetto pacioso: fisiognomicamente mi ispira schietta antipatia, per via dello sguardo miope, ma freddo, ostile, corrucciato. In televisione non fa una gran figura, mischiando scomuniche a corbellerie – perché ce lo mandano allora?

La risposta è semplice, disarmante: Bobo Staino parla al pancione del PD, grosso almeno quanto quello di un personaggio che, nei decenni, ha cambiato bandiera senza cambiare casacca. Sarei tentato di aggiungere: si è rincretinito senza invecchiare… ma probabilmente l’analisi è pietosa, perché anche quando stava dalla parte (per me) giusta, Bobo era lì per caso – per imprinting familiare, per disciplina di partito, per abitudine, per incapacità di guardare altrove.

Non so se valga lo stesso per Staino: lui non è certo un metalmeccanico, ha fatto carriera, arrivando persino a dirigere l’ombra di quella che fu L’Unità. Ha fatto carriera soprattutto negli ultimi anni, all’interno di una formazione che un marxista autentico non potrebbe che detestare: il PD sfacciatamente neoliberista di Matteo Renzi. Ci fa o ci è?, si direbbe in altre parti d’Italia. A parer mio “ci fa”, visto il tornaconto, ma la questione è in fondo priva di importanza: a tornare utili alla segreteria sono le sue plebee, sgangherate invettive, che arrivano dritte al cuore (allo stomaco? alla tessera?) di una fascia di elettorato difficile da conquistare a colpi di tweet.

Qualche giorno fa, ospite per l’ennesima volta di Lilli Gruber, il fumettista fiorentino ha rilanciato l’anatema: si inizia con Grillo e si finisce all’ombra della croce uncinata. Analisi da osteria, conclusioni da codice penale – eppure c’è del metodo in questo caricaturale dogmatismo. Ne ho conosciuti di piddini, vecchi e giovani, uomini e donne: una quota rilevante di loro assomiglia sul serio a Bobo. Per costoro il partito ha invariabilmente ragione, anche se con una svolta di 180 gradi abbandona il sentiero impervio della sinistra per ergersi a difensore degli interessi padronali (del grande padronato, soprattutto: quello sovranazionale); anche se dà via l’ideale dell’uguaglianza in cambio della paccottiglia dei diritti civili “a gratis”; anche se si consegna a una corte di bellimbusti e cheerleaders al cui confronto le soubrette berlusconiane parevano donne di Stato. L’importante è che sventoli un vessillo vagamente somigliante all’originale, almeno nelle tinte, che il pantheon non si svuoti (i blasfemi richiami a Gramsci), che echeggi qualche parola d’ordine orecchiabile. Che vi siano nemici da additare alle “masse”: sempre quelli, malgrado lo scorrere inesorabile dei decenni. Bobo il piddino, capofila di migliaia di improbabili “compagni”, è rimasto infatti al ’45, quando il Capitale era alleato della Stella Rossa, e gli avversari vestivano tutti la camicia nera (o bruna).

Facile persuadere gente simile che grillini, leghisti, sostenitori del NO ecc. si confondano tutti in una notte color orbace, e che di fronte a cotanta “minaccia” l’alleanza con padronato, finanzieri e plenipotenziari stile Monti rappresenti il male minore, se non addirittura un bene agrodolce.

E’ per suscitare questo riflesso pavloviano di ripulsa che il “compagno” Staino viene spedito in trasmissione: per tacciare di fascismo, dando in pasto a militanti insemenidi, chi sta infinitamente più a sinistra di lui e del suo capetto, e magari ha commesso l’imperdonabile colpa di esaminare a fondo una riforma che annichilisce la democrazia locale (Regioni, Province e Comuni, in barba alle svuotate enunciazioni degli articoli 5 e 114 della Carta) e altri provvedimenti-schifezza come lo Slaveries act renziano.

Lo Staino che parla alla pancia flaccida di un elettorato così ebete da immaginarsi comunista e sostenere col proprio voto politiche di destra è naturalmente soltanto una freccia, e manco la più appuntita fra quelle estratte dalla faretra dell’ultimo, onnipresente Renzi: insidie maggiori provengono dal ritorno dello Spread, arma micidiale e sperimentata, dalla retorica del cambiamento purchessia (anche passare dal proprio letto a un cartone sul marciapiede è un cambiamento: lo sperimenteremmo di buon grado?), dalle menzogne di media al guinzaglio che ripetono a disco rotto che i fautori del sì si occupano “del merito della riforma” mentre – per calcolo e comprovata inettitudine – fanno l’esatto contrario.

In ogni caso, non limitiamoci a guardare con commiserazione mista a scherno il fumettaro avanti con gli anni che, benedetto dall’alta finanza, rivendica pateticamente il suo essere “comunista”: fu la suggestionabilità di uomini e topi, non la di lui perizia artistica, a conferire potere al pifferaio di Hamelin.
Malgrado tutto, spero ardentemente che il 4 dicembre prevalga la pars valentior, e – nonostante i sondaggi, sinistramente a noi favorevoli – una slavina di NO zittisca gli squittii “riformatori”.



domenica 13 novembre 2016

STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA di Lucio Garofalo







STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA
di Lucio Garofalo



Provo a mettere un po' d'ordine tra le varie interpretazioni e le valutazioni più disparate che ho letto in questi giorni sulla vittoria di Trump (imprevista solo per i media "mainstream") alle elezioni presidenziali USA. 

A parte la scarsa credibilità etica e politica di una candidata sostenuta apertamente dall'establishment imperialista e guerrafondaio come Killary Clinton, questa ha perso soprattutto (a mio modesto avviso) a causa del clamoroso fallimento delle politiche sociali ed economiche perseguite dall'amministrazione Obama, la cui elezione suscitò enormi speranze tra gli strati sociali meno abbienti e maggiormente in difficoltà in seguito alla crisi economica. 
Invece, negli anni di amministrazione Obama le fasce della popolazione sprofondate al di sotto della soglia di povertà si sono addirittura estese, coinvolgendo quelli che un tempo erano considerati i ceti intermedi benestanti. 

Non a caso, ritengo che il voto più determinante per il successo presidenziale di SturmTrump sia probabilmente venuto dai ceti operai e piccolo-borghesi impoveriti dalla recessione e dalle politiche fallimentari dell'amministrazione Obama. A "decidere" le sorti degli USA e del mondo, "optando" per il fascio-populismo (il razzismo xenofobo, il sessismo, la misoginia e quant'altro Trump incarna agli occhi dei "radical-chic" scandalizzati) sono stati pezzi di proletariato e piccola borghesia statunitensi, che hanno visto deluse le speranze riposte in Barack Obama all'indomani della sua elezione nel 2008. 

Intendo dire che quanti negli USA stanno scendendo in piazza per manifestare la propria rabbia ed indignazione al grido di "Trump non è il mio presidente", dov'erano prima? Perché non si sono mobilitati contro le politiche interne (ed internazionali) intraprese dall'amministrazione Obama? 
 È vero che abbiamo assistito al sorgere del movimento degli Indignati contro Wall Street ed i responsabili della crisi. Ma tale movimento si è spento assai presto, non si è radicato in modo capillare tra le classi operaie e lavoratrici statunitensi per dare vita ad un'opinione pubblica progressista di sinistra, radicalmente alternativa o antagonista rispetto al sistema (establishment) dominante. Si è "consolato" con l'appoggio al candidato più schierato a sinistra, ovvero Bernie Sanders, con l'esito politico-elettorale a cui oggi abbiamo assistito.





mercoledì 9 novembre 2016

NON HA VINTO TRUMP, E’ STATA HILLARY A PERDERE… di Mario Michele Pascale



 NON HA VINTO TRUMP, E’ STATA HILLARY A PERDERE… 
di Mario Michele Pascale




Hillary Clinton ha perso. Si batteva contro un uomo grossolano, ignorante, sessista, xenofobo, reputato dal resto del mondo una sciagura. Eppure è stata capace di perdere. Perché?
 

I nomi non sono la sostanza delle cose, diceva Agostino di Ippona. Fare politica perché si è una Clinton e credere che basti il proprio cognome e la protezione paterna dell’ex presidente Obama per vincere è, evidentemente, un peccato di superbia. Non è emerso un progetto politico coerente. Hillary ha giocato a fare la statista, guardando il mondo dall'alto della sua posizione, ma non è stata capace di entusiasmare parte del suo stesso elettorato. E’ mancata la classe media, le famiglie con una posizione sociale ed una certa solidità economica, ma perennemente esposte alle fluttuazioni dell’economia. Sono mancati i ceti meno abbienti. Volevano risposte concrete che non sono arrivate. In pratica la Clinton perde perché non è stata abbastanza “socialista”: ha parlato molto dei diritti (cosa giusta) ma ben poco della giustizia sociale. Avesse avuto un solo alluce di Bernie Sanders le cose sarebbero andate diversamente. Ma la Clinton, donna antipatica ed arrogante, non è socialista, è una liberale. Come tale guarda tutti dall'alto in basso.
Donald Trump, quest’oggetto oscuro, dipinto dai più come un orco assetato di sangue, invece ha fatto politica meglio della sua avversaria ed ha presentato un progetto agli elettori. Possiamo discutere sulla infima qualità delle idee di Trump, ma è innegabile che siano coerenti e che indichino una direzione precisa per gli States. Trump è riuscito a discutere con un ampio schieramento di mostri, mettendoli d’accordo. Ha vinto nonostante ci fossero state ampie defezioni nel suo stesso partito. Ha vinto avendo contro i media nazionali ed internazionali.

martedì 8 novembre 2016

SINISTRA E' CONSERVAZIONE? di Riccardo Achilli






SINISTRA E' CONSERVAZIONE?
di Riccardo Achilli




E’ noto che la sinistra, spiazzata nei suoi riferimenti ideologici dalla crisi, pressoché contemporanea, del comunismo e della socialdemocrazia classica, abbia maturato un rapporto tormentato e sostanzialmente insoluto rispetto alla modernità del pensiero unico che si è imposta negli ultimi trent’anni. Anche semanticamente, termini come “riformismo” e “progressismo”, che sembravano essere nel DNA stesso della sinistra, sono divenuti il grimaldello con il quale l’avversario storico ha smantellato il capitalismo welfaristico dei Trenta Gloriosi.
Questo spinge molti a riflettere sul nesso fra la ricostruzione/riaffermazione dei valori e del radicamento sociale della sinistra in termini di difesa, o possibilmente ricostituzione, del sistema di tutele e di diritti che, seppur in forte destrutturazione già a partire dalla metà degli anni Ottanta nei Paesi anglosassoni(e nel nostro Paese in realtà sin dai primi anni Ottanta, con il regresso e l’indebolimento del movimento sindacale conseguente allo shock petrolifero del 1980) è sprofondato definitivamente con il riordino neoliberista susseguente alla crisi del 2008. 

sabato 5 novembre 2016

STORIA DI ARTURO VELLA, SOCIALISTA INTRANSIGENTE ED AUTONOMISTA di Giuseppe Angiuli



 STORIA DI ARTURO VELLA, SOCIALISTA INTRANSIGENTE ED AUTONOMISTA
di Giuseppe Angiuli
La figura di Arturo Vella, uomo politico siciliano da sempre assimilato al filone massimalista del socialismo italiano, è stata attentamente ricostruita nella monografia a cura di Umberto Chiaramonte dal titolo Arturo Vella e il socialismo massimalista, edita da Piero Lacaita di Manduria.
Vissuto tra il 1886 e il 1943, Vella incarna la classica figura di dirigente politico a cui la storiografia non ha riservato un trattamento molto generoso, vista la scarsa ricorrenza del suo nome allorquando si passano in rassegna i nomi dei padri storici del socialismo e, più in generale, del movimento operaio del nostro Paese. L’oblio che circonda la storia umana e politica di Arturo Vella appare ingiusto ed immotivato, atteso che lo stesso ebbe a ricoprire un ruolo certamente importante nella decisiva fase del consolidamento della struttura politico-organizzativa del P.S.I. a cavallo dei primissimi anni del Novecento.
Nativo di Caltagirone, Arturo Vella fu il più giovane degli undici figli di un ben apprezzato maestro scalpellino originario di Siracusa, dalla cui professionalità nell’arte della terracotta avrebbe preso vita una rinomata impresa artigianale assai attiva dalla fine dell’ottocento nei lavori di rifinitura in edilizia. 
Dopo essere rimasto orfano di suo padre, all’età di 9 anni Arturo Vella si trasferì a Roma al seguito di suo fratello maggiore Raffaele e di alcune sorelle nubili: nella capitale, fin da adolescente, fu ben presto folgorato dall’ideale socialista, attorno al quale forgiò la sua esperienza politica militando dapprima nelle fila delle organizzazioni studentesche.

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