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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 31 ottobre 2015

APPUNTI SUL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO ( a cura di Giuseppe Angiuli)






APPUNTI SUL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO
( a cura di Giuseppe Angiuli)




Encuentro Latinoamericano Progresista Quito (Ecuador) 

28-30 settembre 2015 



L’Ecuador è un Paese che incanta per la sua ricchissima varietà paesaggistica ed ambientale, proteso com’è tra l’Amazzonia, la cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico ma negli ultimi anni ha fatto parlare di sé soprattutto per un importante processo di cambio politico che lo ha proiettato nell’alveo dei Paesi più rivoluzionari del continente indio-latino-americano, raccolti attorno all’ALBA (Alianza Bolivariana para los pueblos de nuestra América). 

Nella capitale Quito, dal 28 al 30 settembre scorsi, si è tenuto un incontro internazionale tra tutti i partiti e movimenti politici della sinistra latino-americana dal titolo ELAP (Encuentro Latinoamericano Progresista) – “Democracias en revoluciòn por la soberanìa y la justicia social”

A fare gli onori di casa il movimento politico Alianza Paìs, che è al governo del Paese col suo Presidente Rafael Correa, in carica da due mandati e lìder incontrastato della Revoluciòn Ciudadana

Da quando nel 2006 Rafael Correa si è insediato alla Presidenza, l’Ecuador ha intrapreso un percorso di forte emancipazione dal giogo imperialista e dalla dittatura globale del capitalismo finanziario, adottando una lunga serie di misure clamorose che hanno segnato una forte discontinuità col passato: da ricordare, in primo luogo, lo smantellamento della storica base militare statunitense nella città di Manta, la cacciata “a pedate” dal territorio amazzonico della multinazionale petrolifera nordamericana Chevron (condannata a pagare un risarcimento danni di nove miliardi e mezzo di dollari per avere devastato l’ambiente) e, dulcis in fundo, il ripudio di una parte significativa del debito pubblico estero del Paese, detenuto dalle solite grandi banche d’affari internazionali. (1)

martedì 27 ottobre 2015

VOTEREI PIUTTOSTO IL PiS CHE RENZI! di Norberto Fragiacomo






VOTEREI PIUTTOSTO IL PiS CHE RENZI!
di
Norberto Fragiacomo




Il piccolo arrivista fiorentino dà in televisione il meglio di sé.

Intendiamoci: quel “meglio” non è gran cosa. A Renzi va riconosciuto di avere quella che a Trieste definiamo sbatola: un’oratoria spicciola, da bar più che da conferenza, che (con)vince l’interlocutore sommergendolo di chiacchiere e battute ad effetto. Le doti naturali si affinano con l’allenamento: logorrea e risposta pronta funzionano meglio grazie a twitter, formidabile palestra di slogan. Ormai il premier twitta sempre, specialmente quando parla in pubblico. Non c’è che dire: il metodo rende, soprattutto se l’intervistatrice è una spalla professionale come Lilli Gruber e la parte del “critico” tocca a una balbettante chierichetta del Sole 24 ore, invitata all’unico scopo di far sembrare Renzi vagamente “di sinistra”. Invero di sinistro, in lui, c’è molto: la disinvoltura nel raccontar balle, la mancanza di principi etici, l’arroganza da teppistello ben nutrito, le amicizie, un’ambizione famelica e plebea. A far paura, tuttavia, è la sua politica: adesione totale agli schemi neoliberisti.

Da questo punto di vista la Legge di stabilità 2016 è un selfie perfettamente riuscito. Anzitutto è sfuggente: come tutte le “riforme” renziane, è un inganno avvolto in un mistero di slides ammiccanti; come le altre, si tradurrà in un testo messo nero su bianco all’ultimo istante, per porre Parlamento, forze sociali e cittadini davanti all’ennesimo fatto compiuto. Poi è socialmente nociva, e non alludo certo alla soglia di 3 mila euro per i contanti che dispiace al virtuoso Cantone: quella è una quisquilia. Ad inquietare sono il taglio di 2 miliardi alla sanità pubblica rispetto alle promesse (che il nostro non mantiene mai, se “progressiste”), l’ennesima mazzata sugli enti locali e l’annichilimento di pubblico impiego e sindacati.

lunedì 26 ottobre 2015

APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO di Stefano Santarelli -parte seconda-





APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO
di Stefano Santarelli
-parte seconda-


IL SEGRETARIATO UNIFICATO



Con questa denominazione, anche se formalmente abbandonata nel 2003, si continua a designare una tendenza trotskista la quale anche se oggi non rappresenta la più forte componente internazionale di questo movimento lo è certamente dal punto di vista intellettuale e del riconoscimento politico.

Uno degli effetti più positivi della Rivoluzione cubana (1959) è il riavvicinamento dei due centri internazionali trotskisti dopo la scissione del 1951/53, favorito dal giudizio favorevole che questi due centri davano di questo processo rivoluzionario. La definizione che viene data di Cuba come “stato operaio” da parte del Segretariato internazionale e da due forze fondamentali del Comitato internazionale come il Swp, e il Partido obrero revolucionario (P.O.R.) argentino diretto da Nahuel Moreno costituisce la base per il processo di riunificazione. Un riavvicinamento anche agevolato dall’arresto di Michel Pablo avvenuto nel 1960 per opera della polizia olandese causato dall’attivo sostegno, sia politico che clandestino, che Pablo e la Quarta internazionale avevano svolto in favore del FLN algerino. Questa assenza aiuta la formazione di un nuovo quadro di direzione della Quarta internazionale dove Mandel, Frank e Livio Maitan prendono il controllo del Segretariato internazionale.
Michel Pablo nel frattempo uscito dal carcere diventa ad Algeri il consigliere politico del Presidente Ahmed Ben Bella (1962). Il colpo di stato del colonnello Boumedienne nel giugno 1965 che depone Ben Bella chiude però il sogno rivoluzionario algerino obbligando alla fuga Pablo e il suo gruppo detto dei “pieds rouges” (allusione ironica ai “pieds noirs”, i vecchi coloni francesi di Algeria) che fonderanno subito dopo la Tendenza marxista rivoluzionaria(1)

giovedì 22 ottobre 2015

SULLA LAICITA' DELLE ISTITUZIONI E LE RESPONSABILITA' DELLA SINISTRA di Marco Zanier






SULLA LAICITA' DELLE ISTITUZIONI E LE RESPONSABILITA' DELLE SINISTRE
di Marco Zanier




In un periodo in cui si guarda al Papa come al miglior referente per il rispetto dei diritti dei più deboli, ci si dimentica troppo spesso del ruolo storico delle forze della sinistra e della laicità delle nostre istituzioni, io torno col pensiero alla Breccia di Porta Pia ed al sacrificio dei bersaglieri caduti per rendere l'Italia unita e libera quel 20 settembre 1870. Quel giorno, al temine della Terza Guerra d’Indipendenza, essi si sono aperti faticosamente una breccia nelle mura vaticane a suon di cannonate e sono entrano vittoriosi a Roma guidati dal generale Raffaele Cadorna. Da quel giorno è ufficialmente finito il potere temporale della Chiesa, lo Stato Pontificio è caduto, al suo posto è nata l’Italia unita. Pochi mesi dopo Roma verrà proclamata capitale d’Italia. 
Al momento della nascita della Repubblica Italiana, i padri costituenti vollero sancire le fondamenta laiche del nostro Stato, scrivendo nella nostra Costituzione l’Articolo 7

"Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale". 

E la separazione dei poteri è stata confermata dal successivo Concordato, sottoscritto dai i due Stati nel 1984. Ed oggi che assistiamo alle ennesime ingerenze di oltretevere nelle vicende italiane (si veda il caso Marino e la resistenza delle forze politiche di ispirazione cattolica a far pagare l'IMU agli immobili del Vaticano od a far approvare la legge sulle unioni civili mentre si continuano a sovvenzionare le scuole private cattoliche coi soldi della scuola pubblica e lo stesso succede nella sanità ) mi domando se non sia il caso di ripartire anche da lì per definire il profilo e gli obiettivi di una politica alternativa realmente efficace per il Paese. 

martedì 20 ottobre 2015

APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO di Stefano Santarelli -Prima parte-





APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO
di Stefano Santarelli

Prima parte




Recentemente Franco Ferrari, un dirigente di Rifondazione Comunista, ha scritto un testo estremamente interessante sul trotskismo, indiscutibilmente la corrente più dinamica del movimento comunista: "Il trotskismo internazionale".

Questo testo rappresenta in fondo una anomalia nel nostro mercato editoriale: infatti è la prima vera storia del trotskismo scritta da un italiano il quale per di più non viene da questa corrente politica e forse proprio per tale motivo questo testo si caratterizza per la sua imparzialità anche se con alcune omissioni che sono però giustificabili.
Indiscutibilmente il saggio di Ferrari è ostico, ma non certamente per colpa dell’autore. La colpa è proprio dei trotskisti stessi che con le loro diatribe interne culminate in varie scissioni ed unificazioni, in verità più le prime che le seconde, rendono di difficile comprensione anche per gli addetti ai lavori la loro storia.

Come afferma giustamente Ferrari: 

“Questa tendenza alla frammentazione deriva da vari fattori, in parte comuni ad altre correnti dell’estrema sinistra. Lo scarso insediamento sociale e l’elevato tasso di ideologizzazione tendono a radicalizzare i conflitti ed a procurare rotture organizzative. Ma per i trotskisti influisce un elemento in più. E’ un aspetto costitutivo dell’identità politica del trotskismo la necessità di appartenere ad una organizzazione internazionale, con l’obiettivo ambizioso di dar vita ad un vero e proprio “partito mondiale”. Questo fatto ha favorito il moltiplicarsi delle divisioni, intrecciando in esse fattori nazionali e internazionali. Ogni gruppo nazionale che raggiunge dimensioni significative tende a dar vita ad una propria corrente internazionale più o meno strutturata, stimolando la costituzione di nuovi gruppi in altri paesi e alimentando nuove scissioni.”

mercoledì 14 ottobre 2015

SULLA CRISI DELLA SCUOLA di Lucio Garofalo








SULLA CRISI DELLA SCUOLA 
di Lucio Garofalo




Il motto più bello della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani era: 

"Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia". 

Questa frase lancia un messaggio esplicito di impegno politico. Significa che, se una questione è discussa e sollevata in un ambito privato, come una conversazione da bar, in un luogo privo di sovranità decisionale, essa non assume alcun valore politico, per cui non sortisce esiti concreti ed efficaci per la collettività. Viceversa, se l'istanza viene rivendicata in un contesto pubblico, in una sede collegiale deputata a prendere delle decisioni, insomma in un organismo democratico sovrano, in tal caso essa riveste un altro significato e rilievo ed esercita una maggiore forza di risoluzione politica. 

Il dramma è costituito oggi dalla crisi di partecipazione democratica e dall'assenza di sovranità popolare. 

Ogni istituto politico-decisionale è riservato ad élites assai ristrette, detentrici esclusive della ricchezza economica e del potere politico. 

Ogni organo di democrazia rappresentativa è, di fatto, esautorato. È proprio questa, oggi, la principale emergenza politica e sociale: la crisi o l'assenza di democrazia reale, di una politica partecipativa estesa alle masse popolari e alle classi subalterne. Le esperienze partecipative vissute in un passato relativamente recente, ci mostrano che non si tratta affatto di un'utopia astratta. Molto dipende dalla capacità e volontà di mobilitazione ed autogestione collegiale dei soggetti protagonisti della vita politica. Se ciascuno di noi si rifugiasse nella sfera esistenziale privata, sarebbe solamente un avaro egoista.





domenica 11 ottobre 2015

MARINO E RENZI: IL LIBERISTA PASTICCIONE E IL LIBERISTA FEROCE di Maurizio Zaffarano






MARINO E RENZI: 
IL LIBERISTA PASTICCIONE E IL LIBERISTA FEROCE
di 
Maurizio Zaffarano



Che a Sinistra, che ha nel proprio DNA lo stare dalla parte dei perdenti e dei deboli, ci sia qualcuno che simpatizzi per Ignazio Marino può essere comprensibile. Che lo si elevi a baluardo dell'onestà e del bene dei cittadini contro i poteri forti (i padroni capitalisti), romani e non, mi sembra francamente ridicolo.

La Sinistra non è (semplicemente) empatia caritatevole, la Sinistra è la volontà – lucida e razionale – di costruire una Società fondata sulla giustizia sociale e la liberazione dal bisogno: Marino ha forse mai dimostrato, con i propri atti, di agire per affermare valori popolari socialisti e comunisti e di contrastare il dominio capitalista del profitto?
L'onestà è una indispensabile condizione pre-politica ma non esprime in sé un programma di governo e di amministrazione della cosa pubblica finalizzata al bene comune.

Cerchiamo di capirci: se siamo tra chi considera Renzi il male assoluto - per la rottamazione della Costituzione, dei diritti dei lavoratori, dello Stato sociale - non possiamo nemmeno stare dalla parte di chi, come Marino, dipende per la propria sopravvivenza e ruolo politico da Renzi.
Ignazio Marino è senza alcun dubbio nemmeno lontanamente paragonabile ad Alemanno e al suo coinvolgimento nel malaffare politico, ma mi auguro che sia ormai passato il tempo, per chi è convinto della necessità di costruire un'Alternativa di Sistema, della resa alla logica della scelta del (presunto e meramente consolatorio) male minore: Marino contro Alemanno (o alle prossime elezioni Marchini), ieri Prodi contro Berlusconi, domani Renzi contro Salvini.
E poi, se Marino ha (fino ad oggi) la fedina penale pulita l'onestà e la coerenza politica sono altre cose.

sabato 10 ottobre 2015

COSTRUIRE DAL BASSO NEI TERRITORI E POSTI DI LAVORO UNA FORZA UNITARIA. NO ALL’ENNESIMO CONTENITORE FATTO DAI VERTICI PER FINI ELETTORALI.






RIFONDAZIONE COMUNISTA  
MUNICIPIO 14   VIA LORENZO LITTA (LOTTO 25)





COSTRUIRE DAL BASSO NEI TERRITORI E POSTI DI LAVORO UNA FORZA UNITARIA.               
NO ALL’ENNESIMO CONTENITORE FATTO DAI VERTICI PER FINI ELETTORALI.




La prospettiva indicata dal Segretario e dalla Segreteria Nazionale del nostro Partito di impegnarci per la nascita a novembre di una “Costituente della Sinistra”, mettendo insieme Vendola, Civati, Revelli, Musacchio, Fassina, Cento e altri cosiddetti dirigenti nazionali, ormai dichiaratamente senza alcun “esercito”, non ci vede affatto favorevoli e disposti a metterci nuovamente a lavorare per l’ennesimo contenitore partorito dall’alto per fini prettamente elettorali.

Già le nefaste esperienze precedenti, in primis nel 2008 la triste esperienza Bertinottiana della Sinistra-Arcobaleno, seguita dalla Federazione della Sinistra che in molti di noi aveva fatto ben sperare e poi naufragata per le beghe guidate dagli stessi dirigenti nazionali PRC, PDCI, ex SD ed altri, ed infine i più recenti naufragi con Alba, Lista Ingroia-Rivoluzione Civile e la recentissima l’Altra Europa, hanno confermato che queste proposte non bucano minimamente la società reale e, in particolare, le classi sociali che dovremmo avere come nostro riferimento.

A dirlo sono compagne e compagne del Circolo “Valerio Panzironi” che in questi ultimi dieci anni hanno continuato a spendere pezzi importanti della propria quotidianità per lavorare, ancora una volta, da “militanti” per il nostro Partito della Rifondazione Comunista, nella quasi totalità delle iniziative e impegni portati avanti a livello territoriale, cittadino e, spesso, anche nazionale.

Ma quest’ennesima operazione politicista di vertice e senza una chiara strategia che la sostanzi non ci può vedere silenti. Ed è per questo che come Direttivo PRC del Circolo “Panzironi” abbiamo deciso di dire NO all’ennesimo contenitore che ci viene calato sulla testa dai vertici della segreteria nazionale per soli fini elettorali.

Riteniamo, viceversa, essenziale che i comunisti e le comuniste si riapproprino del loro ruolo naturale di promotori ed organizzatori del conflitto sociale, se si vuole provare ancora a trasformare lo stato di cose presenti, costruendo dal basso nei territori, nei posti di lavoro e del non lavoro, nella società meticcia che ormai attraversa da anni le nostre stesse strade, una forza unitaria di opposizione che veda i Comunisti esserne parte e legittimamente protagonista, con parole d’ordine semplici, efficaci e facilmente comunicabili alla gente di strada, alla gente reale.

Riteniamo, inoltre, che per rendere efficace il lavoro della forza di opposizione dal basso, nell'immediatezza è necessario proporre iniziative concrete in grado di dare risposte alle persone che vivono la crisi economico sociale, creando così il presupposto per la creazione di un nuovo soggetto politico alternativo alle politiche esistenti.

NO agli ennesimi gusci vuoti.



IL DIRETTIVO DEL CIRCOLO PRC “VALERIO PANZIRONI” – ROMA




Roma, 7 ottobre 2015


venerdì 9 ottobre 2015

SULLE ELEZIONI PORTOGHESI di Lucio Garofalo




SULLE ELEZIONI PORTOGHESI 
di Lucio Garofalo



Purtroppo, in Portogallo hanno vinto le elezioni politiche i partiti dell'austerity, un dato allarmante da non sottovalutare, ma sono confortanti i risultati del PCP, il Partito Comunista Portoghese, e del Bloco d'Esquerda
Insieme, hanno eletto ben 36 deputati, che faranno un'opposizione seria e dura. 

L'aspetto inquietante, invece, è che i media hanno oscurato ogni notizia in merito a tali elezioni. Forse dipenderà dal fatto che sia il Partito Comunista Portoghese che l'Esquerda sono due partiti credibili e rispettabili di fronte al panorama politico, fin troppo deprimente, della "sinistra europea". 

Il Bloco esprime posizioni più morbide sull'Euro rispetto al PCP, ma è una forza di ispirazione marxista cosciente, che propugna il superamento dei partiti nazionali, in quanto anacronistici, e la costruzione di un'alleanza internazionalista, ma più aggiornata e adeguata alle esigenze odierne. 

Come ho puntualizzato in altri post precedenti, il Bloco dell'Esquerda sorse dalla confluenza di vari filoni politici della sinistra portoghese, incluse pure frazioni trotskiste, ma non è paragonabile ad esperienze politiche ormai in via di estinzione o fallimentari, quali Rifondazione Comunista e SEL. 
La differenza più sostanziale risiede prevalentemente in un passaggio del Manifesto del Bloco d'Esquerda, in cui si paventa e si auspica il superamento dei partiti nazionali, ritenuti obsoleti ed inadeguati al quadro odierno della globalizzazione capitalistica, per favorire la nascita di una nuova Internazionale, che non sia una replica caricaturale della IV Internazionale trotskista. 

domenica 4 ottobre 2015

La scuola elementare e l'attacco all'istruzione pubblica di Lucio Garofalo


Renzi e la Scuola di Edoardo Baraldi
Il mondo della scuola pubblica è sotto attacco da almeno una quindicina di anni, se non più. Da quando, nel 1998 (in carica c'era un governo di "centro- sinistra" presieduto da Romano Prodi ed il ministro della Pubblica Istruzione era Luigi Berlinguer) fu istituita la famigerata "autonomia scolastica", in particolare l'autonomia tecnico-finanziara ed amministrativa, che ha inferto tagli notevoli al budget economico delle scuole, in quanto ha permesso al governo centrale di intraprendere una politica di disinvestimenti a discapito delle scuole pubbliche, ormai definite "autonome", ossia abbandonate di fatto a sé stesse. Nel contempo, i soldi sono stati dirottati altrove, cioè nel settore privato. L'ultima riforma virtuosa ed apprezzabile che io ricordi, risale all'introduzione dei "moduli didattico-organizzativi" nella scuola ex elementare (primaria). Fu varata nel 1990 e reca la firma dell'allora ministro dell'istruzione, l'attuale presidente della Repubblica. Si trattava di una riforma ispirata da una visione pedagogica seria e credibile, pluralista e democratica. Inoltre, anziché tagliare, prevedeva investimenti e creava anche nuovi posti di lavoro: il "modulo didattico" era una soluzione organizzativa formata da tre insegnanti dotati di pari dignità e titolarità (vale a dire che non esisteva una gerarchia tra un collega di serie A ed uno di serie minore) che ruotavano su due classi. Questo era il nucleo organizzativo base, il più diffuso, ma io ho lavorato (bene) anche in moduli "anomali" composti da più di tre/quattro docenti su tre classi. Insomma, il modulo aboliva e superava la scuola del maestro unico ed introduceva nella scuola elementare una pluralità di figure didattiche. Le quali offrivano esempi comportamentali e modelli socio-educativi vari e diversi. Il che abituava gli alunni ad una coesistenza con le differenze culturali. E non mi pare una novità da poco. Per almeno diciassette anni quella riforma funzionò a meraviglia, ma nel 2008 venne la Gelmini ed eliminò i moduli, restaurando la figura del maestro unico o, meglio, una figura didattica prevalente. Per ragioni di mera ragioneria aziendale e non pedagogiche. Infine, la legge 107/2015, varata dal governo in carica, sta per infliggere la mazzata finale a quella che un tempo era la migliore scuola elementare del mondo, ovvero una delle migliori.



Lucio Garofalo

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