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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 29 settembre 2014

SINISTRA ANTICAPITALISTA: IL FUTURO INIZIA A BELLARIA di Stefano Santarelli





SINISTRA ANTICAPITALISTA:
IL FUTURO INIZIA A BELLARIA
di Stefano Santarelli





Il seminario di Sinistra Anticapitalista che si è tenuto a Bellaria, ridente cittadina dell’Emilia-Romagna, il 26/28 settembre ha sancito il superamento della grave crisi che due anni fa a Trevi portò alla conclusione dell’esperienza di Sinistra Critica, l’organizzazione politica nata dall’omonima corrente di Rifondazione comunista, uscita nel dicembre del 2007 e che costituisce l’erede diretta della storica sezione italiana della Quarta internazionale nata nel lontano 1947.
Come si può vedere da queste breve note è una organizzazione, che sia pure nata ufficialmente due anni fa, ha una profonda storia e tradizione politica, che sia pure con tutti i suoi limiti, si è contraddistinta per la sua coerente battaglia per un comunismo molto ben differente da quello staliniano.
La caratteristica più positiva è la ricerca che porta questa organizzazione nel costruire una convergenza tra le opposizioni sociali e partitiche.
Emblematico il ruolo che Sinistra Anticapitalista ha avuto nella nascita di Ross@ e l’appoggio alla Lista Tsipras.
Nel caso di Ross@ i nodi che hanno portato al fallimento di questa iniziativa sono da ricercarsi nella volontà dell’USB e del suo braccio politico (Rete dei comunisti) di costruire il solito e stantio nuovo partitino. L’adesione alla campagna per l’uscita dall’Euro e il non appoggio alla Lista Tsipras ne rappresentano gli aspetti politici che sono stati più determinanti a questa rottura.
Per quanto riguarda invece la Lista Tsipras, che Sinistra Anticapitalista ha appoggiato disinteressatamente, purtroppo le contraddizioni di Rifondazione comunista  da una parte e la crisi di SEL dall’altra che riguardano il rapporto con il PD  stanno facendo naufragare questa esperienza che aveva fatto nascere molte speranze all’interno della sinistra.

sabato 27 settembre 2014

DOVE VA LA GRECIA ? “ Una catena è tanto forte quanto il suo anello più debole ..” di Giancarlo D’Andrea




Nonostante nessuno parli più della Grecia tutto mi fa pensare che la chiave della situazione dell’eurozona posso essere  proprio lì.

Il fallimento della costruzione di una Europa oligarchica  a disposizione della borghesia tecnocratica e del turbo capitalismo è ormai un fatto evidente , e il rischio di una implosione è all’ordine del giorno.
E’ sempre più evidente che l’introduzione dell’euro,  la svalutazione del valore del lavoro e la svendita del Welfare , avendo imposto di non  poter  svalutare la moneta, stia mettendo in crisi l’intero progetto dell’unione Europea: se procedono queste dinamiche sociali, la situazione si aggraverà in tutt’Europa, con punte di insostenibilità per i paesi del sud Europa.

Anni di macelleria sociale che ha comportato un generale impoverimento della società  a scapito delle classi lavoratrici e drammatiche conseguenze per la classe media e l’azzeramento del welfare, per non parlare  delle conseguenze della crisi sociale sul piano della rappresentanza democratica e  della conseguente profonda ristrutturazione della geografia dei partiti politici, la Grecia sembra prossima  a diventare la protagonista di una svolta drammatica e dagli esiti imprevedibili che non potrà non avere conseguenze per i paesi del Sud Europa.

Un Paese distrutto  da una guerra combattuta  con le armi del debito , divorata dagli interessi , letteralmente in mano alle oligarchie del capitalismo finanziario , con un tessuto  sociale ridotto in povertà  e sull’orlo della disperazione, in presenza di  una crisi alimentare , abitativa e sanitaria che non accenna a migliorare ,  questo lo scenario che si presenta agli occhi dei militanti della sinistra .

Eppure  , dopo  un periodo di fortissima protesta sociale  , dopo innumerevoli scioperi generali che hanno scandito lo scorrere degli scorsi anni ,  in questo momento , e nonostante i mille esempi di generosa e coraggiosa lotta popolare, si vive un momento di stallo , quasi di “pace sociale” , un momento  di riflusso del movimento operaio e giovanile : Perché ? Possibile che paradossalmente le responsabilità siano a sinistra?

La grande e velocissima crescita di Syriza, nelle elezioni del 2012 , il nuovo successo alle recenti elezioni europee, hanno definitivamente confermato il partito di Tsipras come il primo partito della sinistra , archiviato il Pasok  e certificato che lo schieramento di sinistra ha i numeri per governare la Grecia , determinando , però ,  uno stato di stallo e di attesa tra le masse popolari che potrebbe rivelarsi fatale.

La responsabilità è sicuramente dalla linea assunta da Syriza negli ultimi mesi .
Da sempre vicino per tradizioni familiari alla Grecia, alla cultura , alla lingua , alla musica , allo spirito ellenico, quasi una seconda Patria per me, non da oggi vicino alla sinistra greca, sono stato nell’ultimo anno uno dei più sinceri simpatizzanti di Syriza e del suo giovane  Leader , riservando come molti militanti speranze e fiducia in Alexis Tsipras. In più ll mio impegno durante la campagna elettorale per le europee, e la mia indole fortemente unitaria e pluralista, allontanano il sospetto , almeno lo spero fortemente , di esprimere giudizi viziati di settarismo o di presunzione che troppo spesso caratterizzano la sinistra italiana .

La posizione di Syriza negli ultimi mesi assomiglia per certi versi , se mi si concede il paragone , a quella del Movimento 5 Stelle in Italia: “  dateci la forza per  andare  noi al governo del Paese, apriamo le istituzioni come una scatoletta di tonno, rivoltiamo i rapporti di forza con le caste oligarchiche e imprimiamo una svolta al Paese , tutto si risolve nelle istituzioni …“

 Si rischia di privilegiare l’azione parlamentare , la presenza istituzionale, a scapito della mobilitazione popolare , a danno dell’organizzazione vigile e attenta delle masse .
E’ quanto sta avvenendo in Grecia, Tsipras  e Syriza che pure sono stati il canale principale che ha dato spazio all’irrompere della resistenza popolare contro le politiche del capitalismo casinò , stanno ingenerando un momento di aspettativa  nel movimento popolare, quasi di freno della mobilitazione, nel tentativo di accreditarsi come responsabile e affidabile forza  di governo verso le elite oligarchiche europee, moderando non solo i toni ma anche la linea politica .In questo senso vanno letti , a mio avviso , le aperture verso la socialdemocrazia europea che è responsabile della politica della Trioka in Grecia , tanto quanto la Merkel e i popolari europei .

Tutto ci fa pensare che i prossimi mesi vedranno il peggioramento della situazione nell’eurozona con conseguenze ancora più dure per i popoli in particolare dei paesi del Sud Europa, e in Grecia , in particolare ,  si approssima il momento in cui si porrà il problema del governo del paese, perché le elezioni si avvicinano e perché il governo greco ha una maggioranza risicatissima e sempre più precaria.

Gli scenari a questo punto sono due :  il riflusso momentaneo  e la disillusione ingenerata da una politica attendista di Syriza consentirà ai partiti della grande coalizione che governano il Paese al servizio delle oligarchie turbo liberiste di riprendere fiato , e allora le condizioni delle masse peggioreranno ulteriormente con nuove misure di macelleria sociale, e a quel punto la protesta popolare potrebbe trovare altri pericolosi canali di espressione a destra , Oppure , nonostante la politica di freno Syriza e la sinistra vinceranno le elezioni e formeranno un governo di sinistra.

Ma un governo di sinistra , un governo espressione delle forze popolari che misure prenderà a fronte di una situazione di così grave crisi economica, sociale e democratica ? Adotterà le stesse politiche di austerità richieste dalla Troika , sul modello del PD italiano , oppure varerà una politica per il rilancio dell’occupazione , per risollevare sanità , istruzione e assistenza sociale ridotta ai minimi termini ?  Persisterà nelle politiche di austerità per pagare l’enorme debito pubblico e gli interessi che stanno strangolando la vita sociale e democratica , perdendo , così , rapidamente il sostegno popolare ,  oppure denuncerà il debito ?

E come farà il Governo di Tsipras senza poter stampare la propria moneta ? Cercherà una improbabile negoziazione con la BCE  oppure stamperà moneta ,  decidendo  di uscire dall’euro e denunciando i trattati mai votati dai greci ( Papandreu cadde  solo per aver ventilato un referendum popolare al riguardo ) e così rifiutare di saldare il debito ?

A quel punto la mobilitazione popolare, e internazionale , mi permetto di aggiungere ,  sarà il fattore decisivo , senza una forte mobilitazione popolare e per di più concentrata nei primi 100 giorni di un ipotetico governo popolare , Tsipras non potrà farcela e allora tutto sarebbe possibile ….

La catena dell’Europa dei padroni oligarchici e turbo liberisti , ha la forza pari a quella del suo anello più debole, perché è lì il punto di rottura: la Grecia è vicina !

PS : Suggerisco la visione integrale degli interventi dei compagni greci al recente Forum di Assisi per avere una visione più organica e per acquisire dati  indispensabili per comprendere cosa succede in Grecia .




Norberto Fragiacomo (redazione Bandiera Rossa ) al Forum di Assisi

I Quaderni di Bandiera Rossa



La Rivoluzione di Settembre

di Norberto Fragiacomo

un racconto avvincente , uno scenario , una speranza .....


venerdì 26 settembre 2014

EUROPA, UE E STATO NAZIONALE: UN INTERPRETAZIONE AUTENTICA DEL MIO PENSIERO di Norberto Fragiacomo





Europa, ue e stato nazionale: un’interpretazione autentica del mio pensiero
di
Norberto Fragiacomo



Nota introduttiva e chiarificatrice (non ne seguiranno altre, promesso): in questa riflessione non mi soffermerò sull’euro.
Di recente, una carissima e valente compagna mi ha espresso telefonicamente delle perplessità su alcune mie posizioni in materia di Europa, Unione Europea e sovranismo. Mi è parso di capire che le trovi contraddittorie. Da sofista, ecco. Nessun reato di lesa maestà: sono un comune essere umano, privo del senso logico del signor Spock; sotto altro profilo (o, forse, di conseguenza) non pretendo di essere sempre chiaro quando, spronato dagli avvenimenti, espongo le mie idee. Mi accingo quindi ad un doveroso sforzo di precisazione e sintesi.
Prima che la telefonata bruscamente si interrompesse (per motivi tecnici), avevo cercato di fissare alcuni punti: ripartirò da questi, non prima di aver proposto uno schematico riassunto delle puntate precedenti. Dunque: non credo che l’Unione Europea sia riformabile in senso socialista e/o democratico, così come una jeep non può essere riattata ad auto da corsa, un cavallo da tiro a sprinter e un casinò a basilica. Ritengo che l’equazione UE=Europa sia un falso grossolano, al pari – ad esempio – di mafia=Sicilia. Penso – ancora - che la nostalgia per lo Stato nazionale (sottolineo: nazionale) sia perniciosa e antistorica, pur restando persuaso che le forze sovraniste che si proclamano di sinistra siano genuinamente tali, oltre che più vivaci e meno inclini all’automummificazione rispetto ad altre formazioni politiche della c.d. estrema. Un appunto sulla parola “euroscettico”, da me adoperata in una pubblicazione: la sua ambiguità deriva dal fatto di essere, come molti termini “colonizzati” dal discorso politico, un’anfibologia: può significare sia ostile all’idea di una koinè europea (non è evidentemente il mio caso!), che avverso alla UE (lo è, come detto) o – più semplicemente – contrario alla moneta unica (se si vuole l’Unione ma non l’euro si è molto, ma molto confusi, oppure si è padroni).

mercoledì 24 settembre 2014

MARAMALDO RENZI E L'ASSALTO AL CENOTAFIO di Norberto Fragiacomo




Maramaldo renzi e l’assalto al cenotafio
La destra neoliberista al governo minaccia e preme per l’approvazione dello Statuto degli schiavi
di
Norberto Fragiacomo




Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!” – gridò, secondo la tradizione, il povero Francesco Ferrucci al suo assassino.

Oggi i panni di Maramaldo calzano a pennello a Matteo Renzi, mercenario facondo e senza scrupoli al soldo della Finanza internazionale (e pure del padronato nostrano, che mira ad ereditare da zio Silvio). Cinque secoli dopo, però, le cose si fanno in technicolor: le vittime, cioè i lavoratori, sono milioni, e ad esse si negherà persino il pallido conforto di un cenotafio. Non mausoleo: cenotafio – perché l’articolo 18 che fa smaniare padroni e ministri è stato profanato già due anni orsono.

Un tempo – quando il sottoscritto frequentava l’università – il meccanismo normativo garantiva una tutela efficace ai lavoratori che, ove licenziati senza giusta causa ovvero senza giustificato motivo (oggettivo o soggettivo), potevano ottenere dal giudice un ristoro economico e/o il reintegro. Nota bene: la scelta spettava al lavoratore, non al magistrato – e il datore era tenuto ad adeguarsi. La norma non era affatto perfetta, perché riguardava solo determinate realtà produttive (e le P.A.), non risolveva la delicata questione dell’eventuale esecuzione forzata del provvedimento di reintegrazione ecc., però sanciva un principio: quello della pari dignità di padrone e lavoratore. Quest’ultimo poteva optare per il risarcimento, ma – in astratto – la decisione toccava a lui, ed era insindacabile. Ripeto: pari dignità – è questa la parola chiave, e in questo senso l’articolo 18 poteva considerarsi un monumento (alla civiltà giuslavoristica del dopoguerra).

LA LEGISLAZIONE SUI LICENZIAMENTI DOPO LA RIFORMA FORNERO: DAVVERO C'E' BISOGNO DI ULTERIORI RIFORME? di Luca Lecardane





LA LEGISLAZIONE SUI LICENZIAMENTI DOPO LA RIFORMA FORNERO: DAVVERO C'E' BISOGNO DI ULTERIORI RIFORME?
di Luca Lecardane





Vi è troppa disinformazione su tutta la legislazione dei licenziamenti, già è stato fatto un intervento notevole dall’ex ministro Fornero che ha dato più libertà ai datori di lavoro.
Persino a sinistra qualcuno pensa che diminuire le tutele dia più lavoro. E purtroppo vi è troppa ignoranza sulla questione altrimenti nessuno mi avrebbe scritto l’altra volta:"non è giusto che un imprenditore in crisi non possa licenziare".Dopo questa affermazione ho ritenuto opportuno scrivere questo articolo:
-il licenziamento per giusta causa nel caso in cui vi sia un evento da parte del lavoratore che viene a pregiudicare la fiducia tra le parti e quindi il rapporto di lavoro non può proseguire; esiste anche l'istituto delle dimissioni per giusta causa  quando è il datore di lavoro che compie degli atti per cui viene a decadere la fiducia, il classico caso è il mancato pagamento di almeno tre emolumenti.
- il licenziamento per giustificato motivo soggettivo che può avvenire per notevole mancanza del lavoratore per colpa o negligenza rispetto agli obblighi contrattuali;
- il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa; nel caso in cui per questi motivi l'imprenditori licenzi almeno 5 lavoratori in 120 giorni si ha il licenziamento collettivo;
- il licenziamento disciplinare che si ha quando, per gravi motivi o reiterati comportamenti sanzionati il lavoratore viene licenziato per comportamenti scorretti previsti dal codice disciplinare che deve essere appeso in bacheca.

La riforma Fornero  già allarga questi casi ed ha diviso i licenziamenti in:

- licenziamenti discriminatori per cui è previsto anche per le piccole aziende il reintegro ed il pagamento di almeno 5 mensilità di stipendio oppure il lavoratore può chiedere 15 mensilità di stipendio entro 30 giorni, al posto del reintegro (REINTEGRA E RISARCIMENTO PIENO);

-licenziamenti disciplinari. Niente è cambiato per le aziende fino a 15 dipendenti, se il giudice dà ragione al lavoratore, l'imprenditore o riassume il lavoratore oppure paga un risarcimento  tra 2,5 e 6 mensilità (tutela obbligatoria).

martedì 23 settembre 2014

SUL SOVRANISMO MONETARIO: TERZO ROUND di Riccardo Achilli






SUL SOVRANISMO MONETARIO: TERZO ROUND
di Riccardo Achilli



La polemica fra vari esponenti del sovranismo monetario in diverse salse e Bandiera Rossa in Movimento, innescata da un mio articolo agostano che non è stato capito (per quanto chiarissimo), e sostenuta, dalla controparte, con atteggiamenti aggressivi, spesso sfocianti nell’insulto gratuito (tipicamente frutto di una struttura inconscia posizionata fra fascismo e stalinismo) si arricchisce di un nuovo capitolo. 

Dice di me tale Enea Boria, a proposito di un colloquio con Cesaratto (che peraltro è stato un colloquio civile) [1]  :

“In questo senso non mi soffermo troppo su Achilli, che vuole evitare la riproposizione di un contesto storico fatto di paesi che degradino i propri rapporti politici all'interno dell'Europa in quanto in guerra commerciale reciproca, col sud che attacca con le svalutazioni competitive. Chiedo scusa, ma una tesi simile è semplicemente incommentabile. In guerra commerciale ci siamo ORA grazie a questo assetto presente; fino all'introduzione dell'euro nessuno in Grecia si sarebbe mai sognato di andare a bruciare svastiche nelle strade durante una visita di stato della cancelliera tedesca; se questa architettura saltasse non sarebbe il sud ad attaccare con le svalutazioni competitive ma il nord, e segnatamente i governanti tedeschi, a dover giustificare 15 anni di politiche restrittive interne coi propri elettori e cittadini, mentre non potranno far nulla per arginare la normale e naturale rivalutazione del "neo-marco". Insomma, Achilli dal punto di vista politico (e forse anche economico, mi permetto) ha capito tutto al contrario. Inutile dilungarsi.
Il buon Boria poi aggiunge una vera perla di analisi anti-storica, affermando “E con buona pace di Achilli il protezionismo è proprio quella via di mezzo di buon senso, rivolta alla difesa dei ceti popolari, che si situa a metà tra il laissez faire (che provoca le guerre ) e l'autarchia degli stati autoritari, che sono le due politiche di destra, liberista o fascista. La sinistra (udite udite) è protezionista o non è”.

Chiedo scusa io, ma mi sembra che, semplicemente, Boria non abbia capito assolutamente niente e sia privo dei fondamentali storici ed economici di base. Analizziamo i suoi argomenti: egli dice “ se questa architettura saltasse non sarebbe il sud ad attaccare con le svalutazioni competitive ma il nord, e segnatamente i governanti tedeschi, a dover giustificare 15 anni di politiche restrittive interne coi propri elettori e cittadini, mentre non potranno far nulla per arginare la normale e naturale rivalutazione del "neo-marco". 

BILANCIO E PROSPETTIVE: RISPOSTA A ZAFFARANO di Giancarlo D'Andrea




BILANCIO E PROSPETTIVE: 
RISPOSTA A ZAFFARANO
di Giancarlo D'Andrea



Bandiera Rossa in movimento, il blog per il quale collaboro , ha pubblicato lo scorso 21 settembre  un articolo di Maurizio Zaffarano dal titolo  "Una critica al Sovranismo", già pubblicato lo scorso 10 Agosto dal blog "Verità e Democrazia" .
La pubblicazione avviene significativamente dopo il Forum di Assisi , cui un autorevole membro della redazione di "Bandiera Rossa in movimento" ha preso parte contribuendo , per quanto possibile , al successo indiscutibile dell’iniziativa .
L’articolo di Zaffarano e  la decisione della sua pubblicazione su Bandiera Rossa in movimento, rappresentano un fatto significativo nel dibattito che anima questo blog, di per se caratterizzato da una scelta decisamente pluralista ,che spesso si è concretizzata in autentiche “ provocazioni “  politico – culturali nel tentativo di animare un dibattito che spesso ristagna nel panorama desolato della sinistra italiana. Ultima , ma non per importanza, credo sia stata proprio la discussione e la battaglia ingaggiata molti mesi prima delle ultime elezioni europee per la presentazione della Lista Tsipras.

LA LISTA TSIPRAS

Ferma restando le iniziative di forze organizzate e fatte le dovute proporzioni , posso affermare di essere stato tra i primi militanti della sinistra in Italia , subito seguito da gran parte della redazione di Bandiera Rossa e da altri compagni di strada , a perorare la causa della presentazione della Lista Tsipras alle recenti elezioni europee con la speranza che il processo di presentazione della lista, la campagna elettorale e il risultato finale , potessero innescare un processo dinamico di superamento della crisi in cui da molti anni versa la cosiddetta “ sinistra radicale “ e promuovere un indispensabile movimento verso la costruzione di un nuovo soggetto politico popolare, unitario , anticapitalista e socialista  sull’onda di fenomeni quali quelli cui abbiamo assistito in Grecia con Syriza e in Spagna , più recentemente e con una velocità quasi imprevedibile , con Podemos.

Oggi credo sia necessario che proprio sulle pagine di Bandiera Rossa , sia il caso di cominciare a trarre un bilancio da quest’esperienza e riprendere il nostro infaticabile dibattito sulle prospettive .

lunedì 22 settembre 2014

UNA PROPOSTA DI POLITICA ECONOMICA E SOCIALE PROGRESSISTA ED ALTERNATIVA AL NEOLIBERISMO di Riccardo Achilli








“Ricostruire” è un documento che nasce dall’iniziativa del Network per il Socialismo Europeo: il Network è una rete di associazioni, circoli, uomini e donne, che vuole unire a prescindere dai partiti e dalle posizioni di appartenenza tutti coloro che condividano la lotta per una società più equa, più solidale, più giusta, per un ordine internazionale fondato sulla pace e la cooperazione tra i popoli e che vedano nell’orizzonte della Sinistra italiana la creazione di una grande forza politica, legata al mondo del Lavoro.

Coordinatore del Network è l’on. Lanfranco Turci, già Presidente della Regione Emilia Romagna, parlamentare dei Democratici di Sinistra e della Rosa nel Pugno. Con lui, opera un Coordinamento formato dai compagni Felice Besostri, Giuseppe Vetrano, Marco Lang, Carlo d’Ippoliti, Paolo Borioni, Pierpaolo Pecchiari e Alessia Festuccia.
Abbiamo delle proposte, le vogliamo condividere con voi, e vogliamo costringere i nostri governanti e i partiti che dovrebbero rappresentare il mondo del lavoro e della produzione ad ascoltarci. RICOSTRUIRE è un documento di analisi e di proposte per uscire dalla crisi: lo condividiamo per arricchirlo, ampliarlo, e per spingere chi ci governa verso la strada della crescita e dello sviluppo. Esso è stato prodotto da un gruppo di lavoro, coordinato da Lanfranco Turci, e partecipato da Riccardo Achilli, Manfredi Mangano, Marco Lang e Pierpaolo Pecchiari. 

Di seguito il link dove è possibile scaricare il documento. Lavoriamo insieme: analisi e proposte per iniziative comuni delle sinistre




domenica 21 settembre 2014

UNA CRITICA AL SOVRANISMO di Maurizio Zaffarano





UNA CRITICA AL SOVRANISMO
di Maurizio Zaffarano



Il sovranismo rappresenta quella visione politica (ne esistono versioni di destra, di sinistra e, ovviamente, di chi si dichiara né di destra né di sinistra) che attribuisce all'adozione dell'euro e all'Unione Europea l'origine e la causa di tutti i mali italiani. 
Semplificando brutalmente, per i sovranisti, pur consapevoli dei problemi collaterali che questi atti determinerebbero, basterebbe uscire dall'euro e dall'Unione Europea e contemporaneamente riconquistare per lo Stato, a cui sia sottomessa la Banca Centrale Nazionale, la possibilità di emettere la propria moneta per far tornare in breve il nostro Paese all'età dell'oro, identificata fondamentalmente negli anni sessanta e settanta cioè gli anni dell'impetuosa crescita dell'economia italiana. 
Le ultime dichiarazioni di Mario Draghi nelle quali 'auspica' che i Paesi dell'Eurozona cedano la propria sovranità all'Unione Europea anche sulle riforme strutturali (che in soldoni significherebbe il definitivo smantellamento della presenza del 'Pubblico' nell'economia, l'ulteriore riduzione della spesa sociale - sanità, pensioni, istruzioni, assistenza - e dei diritti dei lavoratori in termini di retribuzione e di stabilità dell'occupazione) rafforzano evidentemente le convinzioni dei sovranisti. 
Ora mi sembra che gli elementi da cui partono i sovranisti siano fatti incontrovertibili: l'adozione dell'euro e dunque la rinuncia alla possibilità di ricorrere a svalutazioni competitive ha influito in modo determinante nella perdita di capacità concorrenziale dell'economia italiana; l'obbligo di ricorrere esclusivamente ai mercati finanziari per fare fronte alla spesa pubblica (regola in realtà già in vigore dagli ottanta con la separazione tra Tesoro e Banca d'Italia) è all'origine dell'esplosione del debito pubblico italiano e alla sua insostenibilità. 
Detto questo vi sono nel sovranismo elementi che francamente non mi convincono. 

Anzitutto ritenere che abbattendo il 'Tiranno', l'Unione Europea, si realizza la condizione necessaria e sufficiente per riconquistare la sovranità perduta. L'Unione Europea non agisce in virtù di una sua forza intrinseca, non ha imposto il suo potere con le armi ma l'ha ricevuto dalle classi dominanti nazionali. E solo questo rende lo spread, la propaganda ideologica che essa diffonde, le sue direttive fatti cogenti nel nostro Paese. L'Unione Europea, così come è andata configurandosi, è conseguenza dell'evoluzione del capitalismo ed il suo ruolo va collocato nel quadro della globalizzazione e della finanziarizzazione dell'economia degli ultimi decenni. 
La priorità dunque è rovesciare i rapporti di forza politici, sociali, economici in Italia e a livello internazionale: è questa la condizione indispensabile per cambiare o cancellare il ruolo dell'Unione Europea. 
In secondo luogo è a mio avviso da confutare l'identificazione dell'epoca antecedente l'adozione dell'euro nell'età dell'oro. Quegli anni – gli anni del terrorismo e delle stragi, dei governi Craxi-Andreotti-Forlani, della corruzione arrembante e dell'occupazione dello Stato da parte dei partiti, dell'ipoteca posta dalla mafia sulla politica nazionale con gli assassini di Falcone e Borsellino - sono la premessa del declino e dell'imbastardimento politico, sociale e morale dei decenni successivi. 
Non si può negare infatti che l'impetuoso progresso economico degli anni sessanta e settanta (al quale peraltro dava un contributo importante il Mercato Comune Europeo) avesse portato con sé altissimi costi sociali: nell'immigrazione, nello sfruttamento del lavoro, nell'inquinamento, nello sradicamento e stravolgimento dei valori collettivi di sobrietà, solidarietà e probità. 
Il terrorismo rosso può essere considerato anche una risposta a quel generalizzato malessere sociale. 
In ogni caso pensare di riportare la lancetta della storia a quaranta o cinquant'anni indietro 
– torniamo alla lira e ricominceremo ad esportare così da tornare ad essere ricchi e felici - non regge: è totalmente cambiata la geografia e la struttura dell'economia mondiale con la globalizzazione, con la finanziarizzazione dell'economia, con l'emergere della potenza produttiva dei Paesi del sud-est asiatico, con il progressivo esaurirsi delle risorse naturali che impongono nuovi modelli economici. 
L'obiettivo poi della riconquista della sovranità perduta, quando riferito all'Italia, è assai singolare. 
L'Italia raggiunge l'unità nell'Ottocento grazie al determinante (e non certo disinteressato) contributo di Francia e Inghilterra; dopo il fallito tentativo del fascismo, portatore di tanti lutti e tragedie, di rendere l'Italia una potenza mondiale, nel secondo dopoguerra siamo un Paese palesemente a sovranità limitata: la prospettiva di ingresso al governo dei comunisti viene combattuta, attraverso organizzazioni clandestine in cui confluiscono servizi segreti stranieri e pezzi deviati dello Stato, per mezzo di stragi e tentativi o minacce di colpi di Stato. 
Il destino che è toccato a Paesi quali Libia, Siria, Iraq, Jugoslavia ci dovrebbe far capire quale sia la fragilità di uno Stato sovrano arroccato in uno splendido isolamento. La facilità con cui si riesce a far deflagrare uno Stato (e tanto più lo sarebbe in un'Italia che ha un'identità nazionale assai sbiadita e che è priva di una struttura statale sufficientemente forte ed efficiente da renderla difficilmente attaccabile dall'esterno) impone di trattare l'argomento sovranità con molta prudenza. 

sabato 20 settembre 2014

UN PROGETTO PER IL MERCATO DEL LAVORO di Luca Lecardane







UN PROGETTO PER IL MERCATO DEL LAVORO
di Luca Lecardane




Premesso che la crisi occupazionale che sta avendo l'Italia non è imputabile alla rigidità del mercato del lavoro, ma alla carenza di domanda di beni e servizi dovuta alla mancanza di soldi. Come un gatto che si morde la coda, iniziata con una crisi finanziaria che ha portato a licenziamenti, oggi la crisi perpetua se stessa, perché sono diminuite le persone che hanno uno stipendio, quindi vi è una contrazione della domanda, a questa corrispondono licenziamenti delle aziende e quindi nuova contrazione della domanda. Ci vorrebbero investimenti pubblici (vedasi Keynes) e favorire quelli privati (già la Bce ha abbassato il costo del denaro, ma non basta evidentemente, ci vogliono altre misure). Ritengo necessario l'abbassamento delle tasse per le famiglie che guadagnano meno di 30.000 euro lordi annui, l'abbassamento dell'Irap togliendo dalla base imponibile quelli che sono dei costi per l'imprenditore (ad esempio fa parte della base imponibile dell'Irap il totale degli stipendi dati ai dipendenti il che mi sembra ridicolo). Inoltre vi sono troppo tipi di contratti.
Il mercato del lavoro negli ultimi 15-20 anni ha avuto un incredibile e rapido cambiamento, il lavoro a tempo indeterminato e subordinato non è più la tipologia di contratto principale, ma al contrario è diventata l’eccezione, provocando una precarizzazione e una instabilità tali da costringere i giovani a non pianificare più il futuro: non sanno se e quando si sposeranno, che tipo di pensione avranno, se chiedere un mutuo.
Una forza di sinistra deve pensare a tutto ciò, bisogna che si ritorni alla visione del contratto subordinato come istituto centrale nel mercato del lavoro, tenendo conto comunque che elementi di flessibilità in entrata sono necessari per venire incontro ad alcune esigenze reali poste dai ceti produttivi, in particolari dagli industriali.
In questi anni invece troppo spesso si sono introdotti elementi di precarizzazione che hanno avuto come effetto una inaccettabile diminuzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Il progetto sul mercato del lavoro si basa innanzitutto su una riforma degli ammortizzatori sociali  che possa accompagnare il lavoratore durante tutta la sua vita in modo tale da non lasciarlo solo durante gli eventuali periodi di inoccupazione.
Il progetto si basa sui seguenti punti:

  • Rimettere al centro del mercato del lavoro il contratto subordinato;
  • Riforma del contratto a progetto ;
  • Introduzione di due tipi di contratti flessibili;
  • Premi alle aziende che trasformano i contratti flessibili in contratti subordinati;



Bisogna abolire o comunque riformare in maniera profonda le leggi sul mercato del lavoro ma tenendo conto della necessità delle imprese di un minimo di flessibilità necessaria da non trasformare in precarizzazione.
Questo potrebbe avvenire  attraverso tre strumentiil primo teso a reinserire nel mercato del lavoro il contratto di formazione e lavoro riformandolo rispetto al vecchio tipo per renderlo più efficace e più utile per chi viene formato; il secondo strumento è rappresentato dalla riforma del contratto a progetto come una tipologia di contratto a cui possono, si attingere le imprese,ma parificandolo a tutti gli effetti al contratto di lavoro subordinato, sia dal punto di vista contributivo,  sia dal punto di vista previdenziale, cioè di efficacia nei confronti dei lavoratori che possono usufruirne anche ai fini pensionistici; sia dal punto di vista economico, parificando il salario ai ccnl di categoria, non è accettabile che a parità di lavoro svolto vi siano retribuzioni diverse; il terzo riguarda l’introduzione di un contratto di inserimento per cui le aziende non pagano per due anni contributi previdenziali che, comunque, vengono conteggiati al lavoratore.
Ciò comporterebbe un uso oculato del contratto a progetto solo se, comunque, si inseriscono dei limiti all'uso di tale strumento prevedendo da un lato un limite numerico  per ogni impresa o gruppo e dall'altro un limite  temporale stabilendone l'uso solo per un anno o diciotto mesi. 


In più per favorire l'uso dei contratti subordinati a tempo indeterminato si potrebbe pensare  a premi fiscali per chi dai contratti di lavoro e formazione, a progetto o di inserimento passa ai contratti a tempo indeterminato, impedendone l’utilizzo, dall'altro lato, per un biennio alle imprese che non trasformano almeno il 60% di questi contratti. 





venerdì 19 settembre 2014

LA FISICA DEL PROGRESSO E DELLA CIVILTA' di Giandiego Marigo




LA FISICA DEL PROGRESSO E DELLA CIVILTA'
di Giandiego Marigo




Un passo avanti della Civiltà viene definito dalla risultante di tensioni e culture che si muovono in senso diseguale. Non necessariamente opposto.
Sino ad un ventennio fa esisteva, in questo paese, una forte coscienza di classe che si opponeva o comunque si muoveva in senso diverso, quando non opposto rispetto a quella padronale o borghese, che dir si voglia e facendo questo creava le condizioni per un progresso reale. Era quindi l'esistenza stessa d'una cultura altra e popolare che garantiva i criteri di democraticità e di partecipazione attiva della popolazione.

Qualche grande genio della politica, non solo Berlinguer, non lavorava da solo, ed inoltre il fenomeno comincia prima, in realtà sin dal cedimento Togliattiano post resistenziale, in nome della ricomposizione delle tensioni nazionali ha trovato opportuno ed intelligente cercare una strada di unificazione e ricomposizione. Proponendosi di compendiare due grandi aree del paese quella socialista, laica e quella cattolica.
Furono moltissime ed logoranti le discussioni sul fatto che La DC avesse realmente o meno un'anima popolare o presunta tale, ma questa eventualità, come la discussione in questione furono solamente un grande, enorme e solenne pretesto. In realtà era sin troppo chiaro a tutti ch'essa fosse la rappresentazione in politica degli interessi della borghesia.
Non fu affatto un caso il conflitto di competenze all'interno dei poteri dello stato (legislativo ed esecutivo) che ne seguì e che ci trasciniamo ancora oggi ed ancora meno a caso la DC o meglio i grandi burattinai che la pensavano decisero di sacrificarla in nome di questo Progetto Bipolare tanto caro alla loggia P2 (altro che mani pulite).
Tale operazione avrebbe dovuto, nei desiderata dei “rappresentanti del popolo” e nelle analisi di questi “Padri della Patria”, produrre esattamente quella risultante di cui si è detto all'inizio.
Coloro che in questo assurdo gioco rappresentavano il popolo delle bandiere rosse hanno mentito ed hanno sbagliato, non vi è alcuna somma di forze, non vi è alcuno spostamento nel confine della normalità.

Semplicemente Il Pensiero del Potere Elitario è divenuto, con una profonda e più che ventennale manipolazione l'unico pensiero possibile e questi rappresentanti sono divenuti tranquillamente parte integrante di questo potere medesimo.
Hanno vinto hanno imposto la loro cultura ed il pensiero unico, hanno distrutto ogni pensiero altro ed alternativo che non fosse il loro. Lo hanno fatto in modo talmente efficace e profondo che oggi è considerato folle pensare, per esempio, non sottoposta alle arbitrarie Leggi di Mercato che essi hanno imposto. Si è addirittura inventata una opposizione che si limita alle questioni morali e lascia intatto, assolutamente intonso il meccanismo di perpetuazione del potere, semplicemente non se ne parla, si accetta l'idea che questo sia “Il miglior Mondo Possibile”
Quello che abbiamo oggi non è, in alcuna modo uno spostamento verso nuovi concetti, nuovi confini, nuove definizioni di Progresso e civiltà, ma semmai un ritorno ai rapporti di forza di inizio novecento, con l'aggravante della tecnologia e della globalizzazione.
È per questo che diviene tanto importante ed indispensabile creare un nuovo pensiero alternativo al potere.
Non importa che si chiami Sinistra o che altro, personalmente , essendo radicale e socialista, gradirei fosse mutuato da questo pensiero, ma non necessariamente e non solamente, può essere qualche cosa di completamente nuovo ed originale … (cortesemente si eviti di portare ad esempio M5S, che nonostante le affermazioni vuote dei suoi guru infallibili, si delinea ogni giorno di più come femomemo di destra ed è esattamente quell'opposizione vuotamente moralista di cui parlavo prima) . La cosa realmente importante è che sia alternativo ed altro rispetto al potere ed alla dittatura dell'Elite finanziaria, che elabori comportamenti, pensieri, linguaggi, mode e modi e forme simboliche che si muovano in senso completamente diverso da quello che oggi siamo e facciamo. Che ponga Solidarietà, Condivisione, Orizzontalità, Circolarità, Partecipazione, Spiritualità, Compatibilità, Sostenibilità e Visione del Femminile al centro del proprio intervento.

Che scardini il pensiero unico imperante che sta, semplicemente uccidendo ogni forma di progresso e civiltà.



IL PRODE MORENO E LA CROCIATA CONTRO L’EURO di Stefano Santarelli




IL PRODE MORENO E LA CROCIATA CONTRO L’EURO

di Stefano Santarelli




Esistono vari modi di fare le polemiche politiche ma si deve riconoscere che Moreno Pasquinelli, il leader del MPL, ha scelto nel suo ultimo articolo, "Kautskyani o trotskysti? Sul fianco sinistro del blocco eurista" apparso nel Blog “Sollevazione”, il modo peggiore attaccando duramente un contributo di Olmo Dalcò (un evidente pseudonimo) scritto per il seminario nazionale di Sinistra Anticapitalista. Questa polemica rappresenta un vero salto di qualità rispetto alle precedenti querelle lanciate da Pasquinelli.

Ora deve essere chiaro che non mi scandalizza la contestazione di un articolo anche se espressa con toni particolarmente duri e pesanti, in fondo vengo dalla scuola della Quarta internazionale, ma trovo assolutamente inaccettabile che Sinistra Anticapitalista e con essa quindi tutte le altre formazioni contrarie all’uscita dalla moneta unica e già criticate a suo tempo da Pasquinelli come i CARC, il PCL (e a questo punto la lista diventerebbe veramente lunghissima) non favorevoli al lancio di una campagna per l’uscita dall’Euro vengano accusate di essere “diventate satelliti del PD, (e) come Renzi si illudono di ‘poter cambiare verso’ all’Unione europea, e quindi sono oggettivamente diventate truppe di complemento delle oligarchie eurocratiche”.

E’ una critica sicuramente ingenerosa, vergognosa oltre che calunniosa questa che il prode Moreno riserva tra l’altro ad una formazione che, sia pur con tutti i suoi limiti che essa stessa riconosce, non ha avuto nessuna esitazione a indicare (da subito e prima dello stesso Pasquinelli) in Renzi e nel suo governo il nemico pubblico n°1.

E’ evidente che lo stile di Pasquinelli, se di stile si può parlare, ostacola qualsiasi tentativo di costruire un fronte unitario della sinistra e delle forze sociali per contrastare il governo Renzi e le sue politiche liberiste che non solo stanno impoverendo la società italiana ma creano le premesse per la distruzione totale dei diritti e delle conquiste sociali ottenuti dai lavoratori dal dopoguerra ad oggi.
Senza la costruzione di questo fronte unitario il nostro paese rischia non solo attacchi ai livelli di vita dei ceti medio bassi della nostra società, ma una svolta autoritaria di cui non è difficile prevedere le conseguenze.

E’ questo il vero soggetto che ci troviamo di fronte non certamente il lancio di una campagna demagogica per l’uscita dall’Euro che può costituire al massimo soltanto un aspetto tattico ma certamente non strategico della nostra battaglia politica. Ma il nostro Pasquinelli evidentemente non conosce la differenza che passa tra la tattica e la strategia politica al contrario di un altro Moreno (Nahuel), celebre dirigente trotskista argentino che dedicò su questo aspetto un suo celebre testo.

Io non sono assolutamente un esperto di problemi economici come i miei compagni Achilli e Gatti anzi mi definisco un analfabeta su questo terreno. Ma sia pure nella mia profonda ignoranza ritengo che l’eventuale uscita dall’Euro per ritornare ad una moneta nazionale che sarebbe veramente carta straccia colpirebbe duramente i livelli di vita dei lavoratori italiani e delle loro famiglie.
E non si può non condividere l’analisi di Riccardo Achilli:

“Togliamoci dalla testa l’idea che l’uscita unilaterale dall’euro, come farneticano Grillo e i sovranisti, sia praticabile. Uscendo dall’euro con un economia iper-indebitata, con un potenziale di crescita molto basso e con una modestissima autorevolezza politica internazionale, verremo condotti in caso di ripudio anche solo parziale del debito sovrano, verso un default pilotato, sul modello di quanto è avvenuto in Argentina, oppure in caso di rispetto degli impegni di rimborso del debito, verremo schiacciati dallo spread e dalla fuga di capitali (…). Il recupero di competività-prezzo derivanti una svalutazione della reintrodotta lira verrebbe schiacciato anche da sanzioni, anche non tariffarie, sul nostro commercio estero.”

Ritengo questo un quadro molto probabile delle conseguenze della uscita dall’euro per il nostro paese.
Ma al di là delle divergenze che si possono avere con Pasquinelli sulla opportunità di uscire o meno dall’euro il nodo centrale è, lo ripeto ancora una volta per evitare equivoci, la costruzione di un Fronte unitario della sinistra contro il governo Renzi. Sta a Pasquinelli e al suo movimento decidere cosa fare: se impegnarsi in prima persona contro questa battaglia che non sarà certamente facile vincere, oppure lanciarsi in una campagna fumosa contro l’euro e contro i compagni e le organizzazioni della sinistra ostili a tale crociata, cosa che in ultima analisi aiuterebbe proprio lo stesso Renzi che a parole il prode Moreno dichiara di combattere.




giovedì 18 settembre 2014

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL’ITALIA di Renato Costanzo Gatti






L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL’ITALIA


di Renato Costanzo Gatti


Commento allo splendido articolo di Riccardo Achilli


Gli articoli di Riccardo sono sempre splendidi, documentati, articolati, ragionati, ricchi di riferimenti a indici e dati, per cui ne fanno il mio autore economista preferito (un po’ meno come autore politico). L’articolo che sto commentando è tra i più belli e convincenti e condivisibili degli ultimi tempi. Mi piace premettere ai miei commenti uno tra i passi più belli di Keynes tratto dalle sue Activities 1940-1944 che riporto e che pare evidenziare gli errori della Germania:

Un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito, e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale e, di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale. Non si tratta di uno schema umanitario, filantropico e crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai poveri. Ritratta, piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore quanto al debitore”. Prima riflessione Riccardo dice che negli anni di Schroeder la politica economica tedesca ha prodotto un contenimento della crescita dei costi, insieme a forti investimenti di sistema mirati ad accrescere la produttività totale dei fattori tale da contenere l’andamento del CLUP anche in presenza di salari (mini jobs a parte) più alti che negli altri Paesi. Vorrei sottolineare che l’insostenibile pesantezza dell’Italia sta tutta in questa frase; il nostro paese infatti negli ultimi trent’anni, in assenza di una politica industriale degna di questo nome, in nome di una esaltazione degli animal spirits del capitalismo, dopo aver distrutto con la liquidazione delle aziende a partecipazione statale le poche fonti della nostra ricerca e della nostra innovazione, affossando le iniziative di un Olivetti che inventava il pc e di un Natta che ci offriva il monopolio della produzione chimica insieme all’affossamento della siderurgia, della chimica dell’informatica, registrava trent’anni di produttività se non negativa tendente allo zero. Non è dunque su questo fronte che va criticata la Germania (non dimenticando che l’agenda 2010 era parte della strategia schroederiana) ma va criticata la crisi profonda dell’azienda Italia ed in primis del suo capitalismo straccione e ignave. Quindi al piano B che Riccardo paragona all’Inferno di cristallo, e che Prodi iersera fotografò con un aforisma “uscire dall’euro fa cessare tutti i problemi così come li fa cessare il suicidio”, vorrei contrapporre un piano A legato ad una stagione di rilancio della competitività italiana, coinvolgente tutto il mondo del lavoro (imprenditori inclusi) che prendono in mano la bandiera della produttività lasciata cadere da un capitalismo senza palle, e che si pone egemonicamente come una nuova Resistenza nazional-popolare. Il modello è un mix di imprese della meccatronica emiliana e le altre purtroppo poche imprese che investono in ricerca e sviluppo ed esportano anche in questi tempi di crisi, di protagonismo sindacale che investe nella politica cogestiva, di intelligenza del governo che persegua, insieme a tutti i socialisti europei, la golden rule di Delors a livello europeo. Volevo anch’io dare alcune cifre (tratte dal libro Avanti a sinistra) per evidenziare i rapporti tra costo del lavoro, produttività e clup. Definiamo: • il valore aggiunto per addetto come VA/N • il costo del lavoro come CL/N • ed il costo del lavoro per unità di valore aggiuntivo (Clup) come CL/VA compariamo i dati di alcuni paesi europei: PAESI VA/N CL/N CL/VA Svezia 118 62 53 Regno Unito 108 53 49 Germania 79 56 71 Svizzera 77 52 68 Francia 74 51 69 Benelux 73 45 62 Italia 60 46 77 “In questo quadro la posizione italiana si colloca paradossalmente ad un livello in cui i costi del lavoro sono più bassi, ma con un rapporto costo del lavoro su valore aggiunto più alto degli altri paesi europei, perché è più basso il valore aggiunto generato per addetto”. Seconda riflessione Non è una riflessione polemica ma un invito ad approfondire. Se non avessimo l’euro potremmo con una svalutazione competitiva rendere i nostri prodotti più appetibili (almeno per il fattore prezzo) sul mercato. Con l’euro, non potendo svalutare, si svaluta il costo del lavoro per raggiungere la stessa competitività. A primo acchito si dovrebbe dire che poiché la svalutazione della moneta comporta una perdita di potere d’acquisto da parte di chi possiede assets svalutabili, mentre non comporta sacrifici per chi possiede assets reali non svalutabili; si potrebbe concludere che la svalutazione comporta una diminuzione del potere d’acquisto dei salari così come lo comporta una svalutazione diretta dei salari così come effettuata nel secondo caso. Certo ci sono effetti collaterali diversi; ad esempio nell’euro il nostro debito è come se fosse espresso in moneta estera per cui non si svaluta come invece si svaluterebbe avendo la lira e svalutandola. Keynes dice che il lavoratore dipendente non sciopererà mai per la perdita di valore reale del salario se il valore nominale rimane lo stesso, mentre si mobiliterebbe se fosse svalutato il valore nominale (e quindi reale) del salario. Reazioni psicologiche anche opinabili ma che fanno parte dei due sistemi che tendono a raggiungere lo stesso risultato. Inoltre la comunità internazionale può avere reazioni pesanti di fronte ad una svalutazione della moneta, ma non dovrebbe averne di fronte ad una svalutazione dei salari. Terza riflessione Scrive Riccardo che la politica tedesca di costringere i paesi PIIGS a deflazionare i costi interni durerà “almeno fintanto che chi subisce questa strategia non deflazioni fino al punto da diventare attraente per le imprese e gli investitori tedeschi, depauperando in maniera seria, non marginale, i livelli produttivi ed occupazionali della Mutterland”. Sicuramente ci potrebbe essere in un futuro, non prossimo, una delocalizzazione dalla Germania per esempio verso l’Italia, ma non ritengo la cosa così semplice, perché il costo del lavoro è una sola componente nelle decisioni di delocalizzazione e direi neppure la più importante, specialmente per chi produce prodotti ad alto livello tecnologico con bassa incidenza di lavoro ma qualificato e fortemente formato. Il solo basso costo del lavoro non è sufficiente a sostituire l’alto livello qualitativo del lavoro tedesco e l’aura che essa è capace di infondere nel giudizio complessivo di competitività. Vediamo anche noi in Italia che chi ha delocalizzato pensando solo al costo del lavoro si trova in difficoltà nella qualità del lavoro prestato conducendo spesso a rientrare in Italia. Quarta riflessione Nel suo libro la Mazzucato ci dice in sintesi che senza uno stato innovatore, che fa la ricerca di base, l’imprenditoria privata anche se supportata dai private equità, non è in grado di stare al passo con la rivoluzione schumpeteriana in atto nel mondo moderno. La Mazzucato assume tuttavia un concetto di Stato ipostatizzato, non scende nell’analisi di chi, di quali classi, di quali decisori siano elementi egemoni nel guidare le scelte innovative dello Stato. Ma nel suo libro traspare chiaramente che negli USA il decisore della ricerca di base è il pentagono. Dice la Mazzucato che il mitico Steve Job non ha fatto altro, con il suo genio, che commercializzare la ricerca di base fatta dal pentagono al capitolo “sicurezza dello stato” conscio che la guerra moderna sarà guerra informatica e di comunicazione. In Cina lo stato innovatore è il Partito Comunista Cinese che sta dimostrando una intelligenza, un coraggio ed una visione a lungo termine inimmaginabili nei paesi capitalisti. La domanda è: chi dovrebbe essere la forza che decide sulle politiche innovatrici dell’Europa? Apprestarsi a rispondere a questa domanda fa venire i brividi alla schiena. Quinta ed ultima riflessione Ragioniamo di Europa e di stati europei; la caduta della nostra cultura di sinistra ci ha portato ad abbandonare il ragionamento per classi. Il ragionamento classista dovrebbe facilmente superare i confini dei singoli stati con quell’internazionalismo che il capitale, zitto zitto ha raggiunto ormai da anni. Anche su questo fronte ci aspettano notti insonni.




La vignetta è del Maestro Mauro Biani








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