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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 17 agosto 2013

NESSUNA “REDENZIONE” PER CHI VA A FONDO


di Norberto Fragiacomo


Chissà perché, in una giornata finalmente fresca - che rende lo studio, se non piacevole (non lo è mai), perlomeno sopportabile - mi si riaffaccia alla mente un pomeriggio di una dozzina di anni fa, azzurrissimo e mosso dal vento. Camminavo per via S. Pasquale, a Trieste, e rimuginavo su alcune questioni che, il giorno successivo, sarebbero diventate un articolo di giornale – un articolo che avrebbe conquistato la prima pagina (su quattro) della Voce libera, il settimanale della LpT. L’argomento era la Costituzione europea, allora in gestazione, e le mie valutazioni in merito – molto astratte, invero - erano positive, sebbene nutrissi dei dubbi. 

Auspicavo che la Carta europea venisse approvata presto, e gettasse le basi per una dissoluzione degli Stati nazionali, che ritenevo, all’epoca, altamente opportuna. Il succo era questo: per avvicinare popoli affratellati da Storia e tradizioni ma divisi, in definitiva, da barriere linguistiche e reciproci pregiudizi, lo strumento più promettente era la creazione di macroregioni transnazionali, pensate per prendere il posto delle vecchie “patrie”. Sognavo, insomma, una sorta di contaminatio – molto diversa, sia chiaro, dallo spaventoso meticciato globale alla Blade Runner che molti, a sinistra, stoltamente si augurano – che rendesse possibile, in tempi ragionevoli, il formarsi di una coscienza comune europea, presupposto della nascita di uno Stato continentale. Di Italia, Francia ecc. sarebbero rimaste le bandierine, cui nessuno rinuncia volentieri, e magari la nazionale di calcio (v. sopra), oltre – naturalmente – al patrimonio storico, artistico e culturale. Stranamente, come dicevo, il mio articolo/provocazione fu ben accolto dagli amici della Lista – autonomisti sì, ma in gran parte sfegatatamente nazionalisti – anche se alcuni timori da me espressi (che la Costituzione si arenasse da qualche parte) sembrarono confermati dagli eventi successivi. Sembrarono, sottolineo, perché – in verità – la dissoluzione degli Stati nazionali è cominciata pochi anni più tardi[1]. Cosa sia uno Stato ce lo spiegano i costituzionalisti: ingredienti necessari sono un popolo, un territorio e la sovranità interna ed esterna. Alla materia ho già dedicato una ponderosa analisi un biennio fa[2]: adesso mi accontento di fare poche considerazioni. Un Paese, un ordinamento diretti da poteri esterni non possono essere definiti “Stato”, malgrado riconoscimenti internazionali e corbellerie varie. La Grecia, ad esempio, nel momento in cui deve uniformarsi alla volontà della troika - che impedisce al premier di indire un semplice referendum – degrada da entità autonoma a protettorato, provincia occupata. Lo stesso vale, anche se in maniera meno clamorosamente percepibile, per tutti i Paesi già vincolati da MES e Fiscal Compact, e che presto lo saranno pure dal c.d. Redemption Fund, sorta di immenso sacco in cui troveranno spazio le quote di debiti pubblici nazionali eccedenti il 60% del PIL. Pare[3] che, per i debitori, il banchetto non sarà gratuito: l’adesione al fondo comporterà ulteriori ingerenze europee nelle politiche nazionali[4], e conseguenti tagli alle pensioni, agli stipendi pubblici e al welfare – che sarà cancellato, o quasi -, cui faranno da piacevole contraltare aumenti dell’imposizione tributaria e privatizzazioni selvagge (sì, anche quella dell’acqua, cui la Commissione europee, longa manus delle lobby economiche, non rinuncerà mai). Paolo Barnard talvolta lascia perplessi, se non altro perché strilla un po’ troppo, ma le conclusioni del suo ultimo articolo non hanno niente di strampalato. Scrive: “A noi hanno raccontato che i Trattati, la UE e l’Eurozona sono il cuore di tutto, sono il goal finale di un grande lavoro, che sono le istituzioni cardine del futuro europeo. Ma non è vero. Il cuore di tutto, il goal ultimo, l'istituzione cardine del futuro europeo è quella clausola Neoliberista e Neoclassica socialmente distruttiva, che deve devastare intere società ed esautorare gli Stati per il profitto di pochi, mentre il resto, cioè i Trattati, la UE stessa e l’Eurozona sono solo uno scivolo ben oliato con cui imporre quella distruzione del bene pubblico. Oltre a questo scopo, i Trattati, la UE e la zona euro sono cose irrilevanti.” Le cose stanno esattamente nei termini descritti: il Damnation Fund è solo un ulteriore passo verso l’abisso, nemmeno più lungo e accelerato dei precedenti. L’Unione Europea ha ormai esautorato gli Stati, ma non per farsi Stato essa stessa: costruire una casa comune per i vari popoli non è mai stato tra gli obiettivi dei reggitori, che sin dalle giornate di Maastricht puntavano a ben altro – ad edificare un gigantesco campo di lavoro coatto. La UE è sinonimo di liberismo selvaggio, e i Paesi aderenti costituiscono terreno di caccia per i grandi capitali anglosassoni: le prede siamo ovviamente noi tutti. Come uscirne, ammesso e nient’affatto concesso che uscirne si possa? Finora le risposte date da chi ha consapevolezza del pericolo (e dei danni arrecati, probabilmente irrimediabili) sono state insoddisfacenti: l’antistorica difesa di una sovranità oramai espropriata è una battaglia persa, in un mondo in cui poteri economici globali possono disporre a piacimento di singoli Stati, e il rifugiarsi in illusioni indipendentistiche (alludo, per esempio, all’irrealistica risurrezione del Territorio Libero di Trieste auspicata da un movimento locale) equivale a confondere la peste con un raffreddore – non basta coprirsi un po’ per non prenderla. Il fatto che i cittadini si lascino sedurre da proposte tanto semplicistiche dimostra soltanto che, oggidì, la disperazione è generale. Da un pezzo gli Stati sono effettivamente ridotti a bandierine, marce e nazionali di calcio, e - sebbene il mio sogno di trentenne si sia popolato di mostri - bisogna tener conto della situazione attuale. Oggi più che mai serve l’Europa, ma un’Europa di Popoli – quella che ingenuamente vagheggiavo passeggiando in periferia, in un’età di beata incoscienza fuori tempo massimo. L’Europa di cui abbiamo bisogno, però, non può essere uno sviluppo o un miglioramento dell’Unione odierna, sorta per fini inconfessabili (ma apertamente confessati dai tecnocrati: basterebbe ascoltarli, e leggere le loro direttive): per quanto bravo possa essere un meccanico, non riuscirà mai a ricavare da un fuoristrada un’auto da corsa. Un’Europa vera, degna della sua Storia e della sua civiltà, potrà nascere soltanto come negazione/antitesi di questo miserabile comitato d’affari, determinato a chiudere le nostre vite in una prigione di limiti, schiavitù e miseria. Da un certo punto di vista, esiste un filo rosso tra le mie fantasie di ieri e il pessimismo odierno: la convinzione che solo il formarsi di una coscienza comune può consentirci di progredire. Il problema è che questo avvicinamento, che nel 2000 pareva a portata di mano, è oggi contrastato da potenti fattori politici ed economici (e da ancora più potenti volontà umane). In ogni caso, non abbiamo scelta. Concludendo questa noterella, mi ergo, una tantum, a grillo (di campagna), e ripeto: attenzione! L’unico antidoto alla falsa Europa dei mercanti è l’Europa dei lavoratori e dei cittadini!


[1] O forse parecchi anni prima… [2] Lo Stato: una specie a rischio estinzione? (http://www.socialismoesinistra.it/web/index.php/84-uncategorised/992-lo-stato-una-specie-a-rischio-estinzione). [3] http://www.paolobarnard.info/intervento_stampa.php?id=703. [4] Per usare un’espressione civilistica, un’amministrazione di sostegno.


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