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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 30 settembre 2012

Bilancio dello sciopero del pubblico impiego



Bilancio dello sciopero del pubblico impiego
di Venerdì 28 Settembre
di Ermanno Panciroli
(Rsa FP Cgil Coperativa sociale Gulliver. Modena) 




Ciao a tutti e tutte,

mi preme inoltrarvi un personale commento sull'esito dello Sciopero a Roma, cui abbiamo partecipato con due pullman da Modena e Provincia.
Sentirete e leggerete svariati commenti, comunque la presenza pare fosse di circa trentamila persone, non un grande successo, comunque un numero significativo. Alcuni brevi commenti: l'organizzazione è stata confusa, perché ha voluto mobilitare la sola categoria FP, su un tema trasversale che riguarda tutti i lavoratori e lavoratrici. In CGIL pareva partecipasse una parte dell'FLC, che però poi a breve ha un'altra scadenza, per cui ha parzialmente ritirato l'adesione  Quelle belle mosse chiare che disorientano i lavoratori e chi segue le cose, a mio parere danneggiando l'esito finale. Secondo: dal palco non sono arrivati messaggi di lotta e soprattutto quale passo fare nel caso il Governo, come probabile, farà finta di nulla e procederà con i suoi tagli. L'ennesimo sciopero testimoniale: non c'è intenzione di andare in fondo alla questione, nessuno dei funzionari dal palco (Camusso, Angeletti e Dettori) ha detto che nel caso non saremo ascoltati proseguirà nella lotta. Quindi come è sempre accaduto ultimamente abbiamo fatto la lista della spesa di ciò che non va, cose che tutti sappiamo, poi pazienza se non ci ascoltano, tutti a casa a pagare la crisi, come sempre, d'altra parte mica si può esagerare, alzare la voce o pretendere alcunché, continuiamo a sederci a tavoli improbabili dove ci ascoltano e al massimo accolgono qualche piccolo emendamento al massacro quotidiano che ci impongono.
Insomma finché CGIL non deciderà se il Governo Monti, fedele alle politiche europee, è avversario dei lavoratori oppure li aiuta, perché ci permette di stare in Europa, non sarà mai possibile avere una posizione chiara e agire per invertire la rotta della distruzione dei nostri diritti, dei salari e del potere di acquisto. Non è possibile concertare con coloro che tutto ti stanno togliendo. Vanno fermati e contrastati. Dispiace per il rappresentante sindacale greco della FP, che ha parlato dal palco convinto di parlare ad una platea di lavoratori decisi ad avversare le politiche europee, della BCE e del FMI, che sono politiche delle banche e delle finanziare. Si illudeva di trovare alleati, dato che la crisi greca è più pesante della nostra, ma non ha trovato molta attenzione né applausi. Insomma non c'è la consapevolezza che occorre far saltare questo Governo e lanciare un monito a chi succederà a Monti ed ai poteri bancari. Questa è l'unica strada per riconquistare terreno e sperare in una società migliore e conviviale.
Noi allo sciopero siamo andati con un volantino alternativo, mirato a proseguire la lotta e far cambiare l'aria in CGIL con una nuova area interna "Rete 28 Aprile - Opposizione CGIL". Sappiamo che non è facile, è indispensabile il contributo diretto dei lavoratori e delle lavoratrici, sapendo che tanti anni di attività sindacale testimoniale e concertativa hanno sterilizzato la volontà di partecipare. Tuttavia siamo a chiedervi uno sforzo, un mettervi in gioco e partecipare per le energie e tempo che si possiede, perché c'è un lavoro da fare necessario per tutti noi che lavoriamo.
Vi lascio con un appuntamento, proprio per dimostrare che siamo diversi dagli apparati del sindacato, un riferimento concreto: Martedì 16 Ottobre alla Camera del Lavoro di Modena presenteremo l'area programmatica di Opposizione CGIL, parteciperà Giorgio Cremaschi, è un primo momento per conoscersi, capire dove vogliamo andare e fare eventuali domande. Cercate di esserci numerosi, nei prossimi giorni faremo girare il volantino dell'iniziativa che si terrà dopo cena alle 21.00 probabilmente.

Saluti, Ermanno (RSA FP-CGIL coperativa sociale Gulliver Modena) 

venerdì 28 settembre 2012

SPAGNA 2012. IL POPULISMO FRA INDIGNAZIONE E NAZIONALISMO di Demi Romeo




di Demi Romeo




Fa una certa impressione ascoltare gli Indignados attaccare la Costituzione, affermando:"non ci rappresenta. non l'abbiamo votata noi".
Evito di fare il discorso sul potere costituente, così caro ai costituzionalisti, ma intanto mi chiedo: a parte che in Spagna sia la Costituzione che gli Statuti autonomici vengono sottoposti a referendum consultivo, pertanto questa generazione ha idea del perchè l'88% dei loro genitori e nonni votò a favore dell'attuale Costituzione in seguito alla morte di Franco, dopo aver eletto già l'assemblea costituente a distanza di ben 40 anni dalla proclamazione della dittatura legionaria-falangista e in assenza di elezioni libere e plurali?
Inoltre, non si comprende in concreto quale tipo di Costituzione dovrebbe sostituire quella attuale e con quale organizzazione dei pubblici poteri.

Una nuova Charta Magna potrà rimediare all'erosione di sovranità democratica causata dall'intero contesto economico-finanziario?

Come se ciò dipendesse da scelte politiche nazionali.
Dunque, l'errore di fondo risiede qui. Additare la politica e il parlamento (nemmeno il governo, sic!) come responsabili diretti della crisi, invece di ritenerli succubi di logiche ben più elevate e tutt'altro che democratiche. Onestamente, da osservatore democratico mi sarei aspettato l'assedio della Moncloa (la residenza del Presidente del Consiglio) e - soprattutto - delle filiali di Bankia, quarto ente finanziario del Regno, più volte intervenuto coi soldi dei contribuenti spagnoli.


Questo scenario, in alcune realtà, è alla base delle rinnovate pulsioni nazionaliste, come dimostrano la grande manifestazione dell'indipendentismo catalano tenutasi l'11 settembre scorso e l'atteggiamento fortemente ostile del Presidente catalano, il conservatore Artur Mas, che rivendica un nuovo patto fiscale che potenzi il gettito destinato alla Comunidad. Questo rappresenta un secondo fronte anti-costituzionale, fortemente attivo in alcuni settori della società iberica.
La mia tesi è che il fronte anti-costituzionale degli Indignati e quello nazionalista trovino una valvola di sfogo nelle grandi manifestazioni di piazza, chi contro l'austerità, chi oggi vede l'uscita dal tunnel grazie all'attacco al governo centrale e alla maggiore capacità tributaria.


Insomma, entrambi i fronti si alimentano a vicenda in un caos di populistica evidenza che prospetta l'implosione del sistema politico costituzionale e la delegittimazione delle forze attive fin dalla Transizione.
Peccato che, sia Rajoy che Mas, a livello nazionale ed autonomico, siano simbiotici e legati da un patto di mutuo soccorso. Patto che, se sarà sciolto sulla materia fiscale, porterà la Catalogna dritta verso le elezioni anticipate, oggi molto probabili.

Si dice che sarà un vero referendum per l'indipendenza. In tal caso, sarebbe la prima volta che si registrano nello stesso anno le elezioni in Catalogna, Galizia e Paesi Baschi.


Intanto, i sondaggi regionali parlano chiaro. Calano i grandi partiti nazionali ed escono rafforzate le formazioni indipendentiste, tanto di destra (CiU, il partito di Mas) quanto di sinistra (ERC, che fu protagonista insieme ai Socialisti di un inedito governo di sinistra, alternativo al CiU-PP).
Per cui, risulterebbe difficile leggere la cronaca di queste ultime ore in Madrid senza legarla all'altro grande fatto d'attualità politica, il catalanismo.
In questo gran clamore, il settore finanziario rimane a guardare, intoccabile, protetto dagli aiuti di Stato e della BCE, inarrivabile da quegli Indignados i cui padri furono protagonisti sfortunati ed ingenui di quella gran festa chiamata bolla immobiliare.

Nel frattempo, c'è chi dice che il "rescate" sia già pronto. Magari dopo la consultazione basca, il cui spirito nazionalista sembra preferire lo strumento sindacale dello sciopero generale e la leva etnico-culturale come rimedio all'indignazione dell'anti-politica. Una scelta ragionevole.

giovedì 27 settembre 2012

ALLE RADICI DEL FASCISMO: HISTORIA VITAE MAGISTRA di Riccardo Achilli



ALLE RADICI DEL FASCISMO: HISTORIA VITAE MAGISTRA
di Riccardo Achilli


Un dato che ricorre fondamentalmente in tutti i sistemi economici e sociali è la necessitàdi una forza sociale e politica che rappresenti una alternativa al sistema stesso. La prefigurazione di una alternativa sistemica è infatti funzionale alla esigenza di orientare la dinamica sociale, nei suoi aspetti conflittuali, verso un possibile obiettivo di cambiamento. Ovviamente la dinamica sociale è ineliminabile. Ce lo dimostra la storia: quando i Severi cercarono di ingessare la struttura sociale romana, per rispondere alla grande crisi del III secolo, in realtà, lungi dall’ingessare la struttura sociale, gettarono la base per l’avvento del feudalesimo, con il colonato che prefigurò la servitù della gleba, e le associazioni di mestieri, che prefigurarono le corporazioni medievali. Quando il feudalesimo era in crisi, i paradigmi democratici e giusnaturalistici degli illuministi fornirono le prime indicazioni per la futura società borghese e capitalistica.
Ed è così ancora oggi. In fondo si tratta di una applicazione del meccanismo già scoperto da Erich Fromm: quando un sistema sociale raggiunge uno stato di crisi strutturale, per cui la percezione che il sistema dominante non funzioni più si diffonde, si apre uno spazio per il passaggio da una libertà negativa, goduta sotto il vecchio sistema, ad una libertà positiva, cioè ad una creatività in grado di immaginare un sistema alternativo. Ma tale libertà positiva ha bisogno di un modello cui far convergere la creatività sociale. Altrimenti, in assenza di tale modello e di attori politici e sociali credibili, in grado di sostenerne la possibile fattibilità, prevale l’ansia, la paura del vuoto, l’insicurezza, che produce, nell’individuo come anche nel corpo sociale, una inevitabile enantiodromia verso figure rassicuranti ed autoritarie.
Il fascismo, nelle sue varie e proteiche forme, nasce esattamente da questa radice, ovvero dalla paura della libertà positiva, acuita dall’inesistenza, o dalla debolezza, di un soggetto politico in grado di essere rassicurante circa la possibilità effettiva di costruire un modello sociale ed economico alternativo e creativo.  In soldoni, se in una fase in cui il sistema dominante non è in grado di fornire risposte rassicuranti, la sinistra non è in grado di mettere in campo una alternativa di sistema credibile e concreta, sarà la destra a farlo. Ed inevitabilmente lo dovrà fare con modelli che, da un lato, ricostruiscano un senso di sicurezza, e dall’altro consentano, come magistralmente ci dice un grande studioso del fascismo, ovvero Wilhelm Reich, di strutturare quello strato dell’Io che fornisce una espressione politica (ovviamente coerente con gli interessi del potere costituito) alle componenti istintive ed irrazionali dell’inconscio. Le due cose si tengono insieme con l’autoritarismo ed il nazionalismo o il senso esasperato della comunità etnica, perché entrambi questi concetti forniscono un senso di sicurezza/protezione (il devolvere la propria libertà ad un capo, per non dover subire l’ansia di non sapere cosa farne, il sentirsi protetti dall’appartenenza ad una comunità, sia essa etnica, nazionale o corporativo/professionale) ed anche la possibilità di esercitare la sublimazione, in senso freudiano, delle pulsioni inconsce risalenti dall’Es, in direzione di un senso di potenza (ovviamente sostitutivo e palliativo della pulsione sessuale maschile) che si esercita attraverso la mitizzazione della figura maschile del leader (sia esso Mussolini o Assad) e della forza “sovrana” della Patria.
In questo senso, chi si richiama a tale sottocultura di simbologie mal combinate, composte da Patria ed adorazione del Leader (anche, e soprattutto, quando questo leader è un tiranno con le mani grondanti di sangue, perché questa immagine massimizza la sublimazione della pulsione sessuale repressa), nelle parole di Reich, “ha la mentalità dell’“uomo della strada” mediocre, soggiogato, smanioso di sottomettersi ad un’autorità e allo stesso tempo ribelle. Non è casuale che tutti i dittatori fascisti escano dalla sfera sociale del piccolo uomo della strada reazionario. Il grande industriale e il militarista feudale approfittano di questa circostanza sociale per i propri scopi, dopo che questi si sono sviluppati nell’ambito della generale repressione vitale.
La civiltà meccanicistica ed autoritaria raccoglie, sotto la forma di fascismo, solo dal piccolo borghese represso ciò che da secoli ha seminato, come mistica mentalità del caporale di giornata e automatismo fra le masse degli uomini mediocri e repressi” (W. Reich, Prefazione a Psicologia di Massa del Fascismo, 1933).
Certamente il fascismo si presenta con la faccia di un movimento rivoluzionario. Ne ha in primo luogo l’esigenza politica, proprio per quanto detto sopra, ovvero di dover rappresentare una alternativa di sistema in una fase di crisi profonda del paradigma dominante, in cui sembra che questo non possa più dare risposte sociali adeguate, ed in questo senso deve anche attrarre quell’elettorato di sinistra che non trova nella sua parte politica l’alternativa di cui sente il bisogno. E poi ne ha l’esigenza perché deve pescare nel profondo della sofferenza di quelle masse maltrattate dal liberismo, alla ricerca di una rivincita che nelle intenzioni di tali sfruttati vorrebbero essere una rivoluzione, e che il fascismo fa diventare soltanto il patetico urlo rauco del caporale di giornata innalzato a capetto. Come ben dice Paulo Freire:
quasi sempre gli oppressi invece di cercare la liberazione tendono a diventare oppressori essi stessi, o sotto-oppressori. La struttura stessa del loro pensiero è stata condizionata dalle contraddizioni della concreta situazione esistenziale nella quale si sono formati. Il loro ideale è di divenire degli uomini, ma per loro essere uomini equivale ad essere degli oppressori. Tale è il loro modello di umanità”.
E quindi ecco che è perfettamente compatibile con la natura del fascismo l’affermazione secondo la quale “I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari e le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un'alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo” (Benito Mussolini, 22 aprile 1945).
Tale affermazione va analizzata con attenzione:  iniziando dallo slogan “Stato del Lavoro”, che ricalca la sostanziale subordinazione del lavoro alle esigenze superiori dello Stato, fondamento del corporativismo. E se il lavoro è subordinato alle esigenze politiche dello stato, allora la libertà sindacale è impossibile, i lavoratori possono esercitare i loro diritti soltanto nell’ambito delle organizzazioni riconosciute e dirette dallo Stato, l’internazionalismo sindacale è vietato, gli scioperi consentiti soltanto entro i rigidi limiti dell’interesse nazionale.
Dopodiché viene la volontaria confusione dei termini: abbiamo un programma di sinistra e siamo ostili alla borghesia, però lottiamo contro il “pericolo rosso” senza bisogno di allearci con i borghesi. E siamo rivoluzionari, certo, ma aspiriamo ad un nuovo “ordine” (che certo non è parola che possa richiamarsi ad una tradizione libertaria tipica della sinistra migliore). Eccheggia esattamente il principio di base del fascismo, e che viene espresso dalla (mai approvata ufficialmente) Costituzione della R.S.I., che all’art. 1 proclama “la Nazione italiana ha vita, volontà, e fini superiori per potenza e durata a quelli degli individui, isolati o raggruppati, che in ogni momento ne fanno parte”. Infatti, se la volontà (i fini) dello Stato prevale sugli individui, anche organizzati, allora lo Stato prevale sulle classi sociali. La dinamica sociale deve essere quindi messa sotto controllo, governata, e possibilmente soffocata ed estinta da parte dello Stato (ed a ciò il meccanismo corporativo risponde egregiamente, poiché le strutture di base, dei lavoratori e dei datori di lavoro, convergono verso le corporazioni, controllate dallo stato, in cui gli interessi conflittuali di capitale e lavoro vengono composti ed armonizzati secondo una logica politicamente dirigistica).
Allora è chiaro che i termini del conflitto sociale debbono essere confusi, che il fascismo deve essere dipinto come una forza di sinistra, che i reali interessi in gioco devono essere mescolati tra loro. E, magari, per confondere ancora di più le acque, vengono cooptati pezzi di classi dirigenti di partiti socialisti, come Mussolini o Bombacci, oppure i partiti vengono chiamati con sigle che evocano il socialismo. Come dice esattamente Benito Mussolini, nel suo discorso parlamentare del 16 novembre 1922: “Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime ma tutela di tutti gli interessi che armonizzano con quelli della produzione e della Nazione”.
Nel tentativo di darsi una facciata piacevole per il proletariato, il fascismo non esita nemmeno a fare roboanti proclami antimperialistici: durante l’assemblea di piazza Sansepolcro del 1919, che è l’atto di nascita ufficiale del fascismo italiano, Mussolini afferma infatti che “L'adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all'imperialismo degli altri popoli a danno dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni e presuppone l'integrazione di ognuna di esse”. Naturalmente, pochi anni dopo, lo stesso Mussolini attaccherà, in forma imperialistica, l’Abissinia e l’Albania, e sosterrà l’Anschluss e l’attacco nazista ai Sudeti. Ma anche questa contraddizione è organica alla natura stessa del fascismo: per quanto detto sopra, il fascismo ha l’esigenza politica di presentarsi come movimento di sinistra e rivoluzionario, ed in ciò, quindi, assume spesso anche posizioni antimperialistiche. Tuttavia, l’aggressività imperialistica è un connotato inevitabile del fascismo, quando arriva al potere, perché è legata esattamente alla sublimazione di un mito di potenza maschile.
Tutti i fascismi sono aggressivi: lo è stato quello italiano, così come quello tedesco. L’Estado Novo di Salazar ha perpetuato una sanguinosa guerra di difesa delle sue colonie fino a quando le Forze Armate, stanche di pagare un tributo di sangue, non hanno fatto una rivoluzione. L’Estado Novo brasiliano di Vargas entrò in guerra contro le potenze dell’Asse, con una partecipazione militare attiva, seppur piccola.
Di fatto, la disinvoltura con cui la propaganda fascista salta su tematiche di sinistra (ovviamente poi smentite dalle politiche messe in campo una volta al potere) è facilita dalla natura eminentemente interclassista del fascismo stesso, che supera il confronto fra le classi sociali, che è il sale di una società democratica e pluralistica, riducendolo al minimo comun denominatore dell’interesse dello Stato, rappresentato ed incarnato fisicamente dal suo Leader. Compito precipuo dello Stato fascista è fare da arbitro, e da punto di equilibrio finale, della lotta di classe, ma anche di ogni diversità, sia pur la più innocua, di posizioni ed interessi sociali. Una visione angosciosa: si critica il marxismo perché massifica l’individualità umana, ma non vi è nessun peggiore esperimento di massificazione, di spersonalizzazione, di schiavizzazione dell’individuo a finalità superiori che egli nemmeno vede, del fascismo. Una società fascista ideale è ben rappresentata dal romanzo orwelliano 1984.
Certo, poi ci sono cose come il riconoscimento di uno Stato sociale generoso, ma esclusivamente nei limiti necessari a mantenere la pace sociale in un Paese in cui un lavoratore non può chiedere niente più di ciò che viene generosamente “octroyé” dallo Stato e dove la povertà è diffusa, e le ingiustizie distributive sono crescenti, proprio perché il fascismo è un prodotto delle classi dominanti, che lo usano quando i normali rimedi della democrazia liberale non vanno più bene, a causa di crisi sistemiche: fino al 1925, Mussolini conduce infatti una politica economica chiaramente liberista, ispirata agli interessi del capitale industriale, fatta di privatizzazioni (ad es. la Zecca), di riduzione della spesa pubblica, di liberalizzazione dei mercati, di restrizioni monetarie in chiave antinflazionistica. Poi, su impulso degli industriali ed anche, però soltanto inizialmente, come conseguenza delle pur blande sanzioni internazionali imposte a seguito della proditoria aggressione all’Abissinia, virò sulla politica protezionistica ed autarchica, che non contribuì a migliorare significativamente il tenore di vita, molto modesto, ed in alcune aree del Paese miserabile, delle classi popolari, nonostante il welfare State fascista.
Così, mentre la battaglia del grano riduceva la competitività di altre coltivazioni più pregiate, e per un periodo rischiò addirittura di creare una penuria di prodotti zootecnici, e gli italiani dovevano bere caffè fatto con la cicoria e adottare obtorto collo uno stile di vita poco al di sopra di una dignitosa povertà, per i più fortunati, e di una vera miseria, per gli sventurati (forse è per questo che l’autarchia fascista è tanto amata dai teorici della decrescita come Latouche) i risultati economici complessivi furono pressoché deludenti. I dati storici della Banca d’Italia ci dicono infatti che, seppure in presenza di una crescita discreta dei consumi in termini reali (+10,6% fra 1937 e 1940) le ingiustizie distributive fra lavoro e capitale crebbero: la quota dei consumi sul reddito nazionale lordo passa infatti dall’82,3% del 1936 al 79% del 1939 (per poi aumentare esclusivamente in ragione dei consumi pubblici legati all’economia di guerra; i consumi della popolazione infatti diminuirono durante la fase bellica) mentre la quota degli investimenti sul RNL (che può essere considerata una proxy, seppur indiretta e differita, della quota dei profitti) passa dal 17,7% al 21% nello stesso periodo. Il tasso di inflazione elevato (7,7% nel 1939, contro l’1,1% in Gran Bretagna e addirittura un tasso negativo negli USA) legato anche, in parte, ai maggiori costi di produzione delle merci sostitutive delle importazioni sotto regime autarchico, comprimeva il tenore di vita di quei ceti medi rappresentanti la base di consenso del regime. Poi ci si può consolare con il fatto che l’autarchia costrinse il regime a fare importanti innovazioni tecnologiche sulle energie rinnovabili, sull’efficienza e risparmio energetico, sulla raccolta differenziata, sulle fibre tessili (la famosa Lanital) però ciò non basta a qualificare come innovativo un regime le cui basi culturali, al contrario, sono profondamente antimoderniste, basandosi su una visione tradizionalista, cattolica, familistica e rurale, della società.
Visione della società che, oltre ad essere antimoderna, è anche fortemente verticistica e concepita per bloccare l’ascensore sociale. La riforma-Gentile della scuola, infatti, è concepita per riprodurre la classe dirigente (i cui rampolli, a dispetto di tutte le fanfalucche dello stesso Gentile sulla selezione meritocratica che il suo sistema avrebbe consentito, hanno ovviamente un vantaggio di partenza rispetto ai figli delle classi popolari nell’accesso al liceo e quindi all’istruzione universitaria, rafforzato poi da una selezione basata anche su criteri di fedeltà politica della famiglia di origine) e per impedire l’ascesa sociale del proletariato e delle donne (che la visione sociale reazionaria del fascismo relega a mere madri di famiglia).
Il sistema corporativo blocca ogni tentativo di redistribuzione più equa del plusvalore, mentre l’ipotesi di socializzazione delle imprese rimane, per l’appunto, una ipotesi incompiuta lungo l’intero arco del ventennio.
Certo, poi Mussolini fece anche le nazionalizzazioni, ma sulla spinta della grande depressione del 1929-30, e quindi ancora una volta esclusivamente nell’interesse del grande capitale industriale italiano, per salvare le banche che dovevano continuare a pompare credito, per salvare l’industria di base nella prospettiva di una guerra che la crisi economica, associata al crescente protezionismo, all’aumento delle tensioni internazionali fomentato anche dalla distruzione della credibilità della Società delle Nazioni provocata dal proditorio attacco italiano all’Abissinia nel 1935 ed alla crescita del militarismo nazista, aiutato a sdoganarsi dallo stesso Mussolini, rendevano sempre più inevitabile. Tanto è vero che il ministro dell’agricoltura fascista, Acerbo, nel 1934 dichiarò che “mentre in ogni altra parte del mondo la proprietà privata stava facendosi carico delle sofferenze causate dalla depressione, in Italia, grazie all’azione di questo Governo fascista, la proprietà privata non è stata solo salvata, ma anche rafforzata”. E mentre si rafforzava la proprietà privata, il numero di disoccupati passava da 300.787 individui nel 1929 a 1.018.935 nel 1933. E non realizzò mai appieno la riforma agraria che sarebbe stata il mattone necessario per portare il Mezzogiorno fuori dalla miseria, mentre le gigantesche opere di bonifica servirono soltanto per arricchire speculatori terrieri, imprese di costruzione, e per tenere sulla terra mano d’opera non impiegabile nell’industria. Cosicché ad una piccola borghesia urbana che raggiunse un tenore di vita appena decente (comunque non paragonabile a quello di altri Paesi europei del Nord) ed a una grande borghesia industriale ed agraria che si arricchì favolosamente (anche mediante fenomeni di corruzione molto estesi nel settore delle opere pubbliche, che diede vita ad una vera e propria tangentopoli nera, a favore di gerarchi come Farinacci, o dello stesso Duce) corrispose un proletariato urbano e rurale in condizioni di miseria materiale spesso avvilenti.
Riassumendo il discorso sinora fatto, un sistema ideologico fondato sull’autoritarismo, professato o ammirato in altri leader despotici, magari con la scusa di dipingerli come campioni dell’antimperialismo, sull’interclassismo, sulla confusione anche terminologica fra sinistra e destra, sul nazionalismo esasperato, produce un sistema politico con le caratteristiche sopra evidenziate. Lascio giudicare al lettore se un simile sistema può essere considerato desiderabile per il proletariato. Se il misto di repressione politica, aggressività nazionalistica (il cui conto, in termini di sacrifici umani ed economici connessi ad una militarizzazione permanente della società, è pagato dai più deboli), regressività sociale, aumento delle disparità distributive e di opportunità di ascesa sociale, perbenismo e conformismo etico e culturale, possa essere controbilanciato da un po’ di Stato sociale o dai treni che arrivano in orario.
Ci sono condizioni sociali ed economiche ben precise in cui, come una mala pianta, la gramigna del fascismo può crescere. Condizioni in cui, da un lato, vi è una crisi di sistema irrisolvibile, per le classi dominanti, tramite gli strumenti democratici, e dall’altro vi è una situazione di divisione e confusione a sinistra. Fu così negli anni Venti, funestati dalla crisi economica derivante dalla smilitarizzazione dell’apparato produttivo e dalla smobilitazione, senza reinserimento sociale, di migliaia di combattenti, a fronte di una sinistra che si divise in modo conflittuale con la scissione di Livorno.
Ed oggi, a fronte di un’altra crisi economica gravissima, che non è risolvibile tramite gli ordinari rimedi della democrazia liberale (tanto che si affermano governi tecnocratici esterni a procedure elettorali) e con una sinistra confusa, scissa e complessivamente incapace di rappresentare una possibile via d’uscita, riemergono posizioni che, guarda caso, sono interclassiste, nazionaliste, mescolano elementi programmatici di destra e di sinistra, non di rado sono attratte dal fascino di leader politici autoritari, dietro il paravento di un terzomondismo e di un antimperialismo di facciata (di facciata, perché difendono leader, come Gheddafi o Assad o anche Putin, che hanno a loro volta praticato tentativi, anche sanguinosi, di aggressione imperialistica sui loro vicini).
Non resta che raccomandare ai lavoratori tutti di stare attenti, vigilare contro derive fascistoidi rese possibili proprio da un clima sociale favorevole, ed alla sinistra politico/sindacale non resta che affrettarsi a costruire un paradigma sociale alternativo e fattibile, basato sul contrario di ciò che afferma il fascismo: radicamento di classe, con, ovviamente, apertura anche al resto della società, ma sulla base di un programma che favorisca effettivamente i più deboli e non sia paravento per politiche che poi favoriscano i più forti; internazionalismo; ostilità ad ogni forma di autoritarismo e di costrizione della libertà; antirazzismo; estensione delle libertà positive e sostanziali, oltre che di quelle meramente negative e formali.

mercoledì 26 settembre 2012

NO AL CENTRO-SINISTRA. SI’ ALLA COSTRUZIONE DI UN FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE NAZIONALE.

Pubblichiamo l’interessante contributo di Giuseppe Angiuli per gli STATI GENERALI  PER L’ALTERNATIVA SOCIALISTA  del 24 novembre 2012 organizzata da:
SOCIALISMO E SINISTRA / SINISTRA SOCIALISTA / LEGA DEI SOCIALISTI




NO AL CENTRO-SINISTRA.
SI’ ALLA COSTRUZIONE DI UN FRONTE POPOLARE
DI LIBERAZIONE NAZIONALE.
di Giuseppe Angiuli





Grande è la confusione sotto il cielo”, avrebbe detto Mao Tse tung.
Effettivamente, grande è la confusione, in questi tempi difficili, quando ad essere immerso in una profonda  crisi sistemica è un intero modello globale di sviluppo.
Moltissimi cittadini e lavoratori italiani appaiono miseramente sbandati e disorientati dinanzi a questa grande crisi; essi non riescono a comprendere cosa abbia provocato uno sconquasso così evidente nel nostro sistema di vita e, molto preoccupati per la propria vita e per quella dei propri figli, si sentono – mai come ora - privi di qualunque punto di riferimento politico a cui affidare le proprie aspirazioni di riscatto morale e sociale.
Ad essere in crisi è anche l’intero modello di democrazia rappresentativa occidentale, che fin dai tempi della Rivoluzione Francese è sembrato essere funzionale ad un allargamento sempre più graduale della partecipazione dei cittadini alle scelte delle nazioni ma che oggi, dinanzi ai gravi sconvolgimenti economico-sociali in atto, non appare più capace di assicurare la rappresentanza di gran parte degli interessi collettivi.
La fase storica che stiamo vivendo è di tale gravità da rendere vivamente necessarie, per tutti noi, tanto un’analisi lucida e corretta di ciò che ci sta accadendo quanto una risposta politica seria, realista e tempestiva.


LE CAUSE DELLA CRISI CHE STIAMO VIVENDO.

La crisi che stiamo vivendo viene da lontano e merita di essere attentamente ricostruita, almeno per sommi capi.
Agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, uno storico viaggio di Richard Nixon nella Repubblica Popolare Cinese realizza il clamoroso disgelo tra Washington e Pechino e pone le basi politiche necessarie per un vasto processo che si sarebbe delineato e consolidato solo qualche decennio più tardi e che avrebbe preso il nome di globalizzazione neo-liberista.
Ai tempi del viaggio di Nixon a Pechino, gli Stati Uniti e la Cina, dopo decenni di reciproco isolamento, scoprono per la prima volta di avere degli interessi in comune o meglio, degli interessi complementari: gli U.S.A., locomotiva trainante del cosiddetto “occidente capitalistico”, hanno da poco annunciato al mondo intero che il dollaro statunitense non verrà mai più convertito in oro, dichiarando così la fine degli accordi di Bretton Woods[1]; la Cina, a sua volta, deve fare i conti con gli esiti economico-sociali disastrosi della fase successiva alla Rivoluzione Culturale di Mao e così il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese inizia a progettare delle nuove soluzioni per imprimere una svolta politico-economica al grande Drago d’oriente.

La storica stretta di mano tra Nixon e Mao a Pechino nel 1972


Bisogna attendere almeno gli anni ’80, tuttavia, perchè tale complementarità tra U.S.A. e Cina si manifesti in forma chiara e netta attraverso accordi economici di largo respiro: gli statunitensi (facendo da battistrada per l’intero sistema capitalistico occidentale) ottengono il permesso per realizzare in estremo oriente una portentosa opera di delocalizzazione del sistema produttivo occidentale, destinando grandi flussi di capitale in buona parte dei territori del sud-est asiatico (non solo in Cina ma anche in Corea del sud, Tailandia, Filippine, Indonesia, Malesia, Taiwan, Singapore, ecc.); in occidente inizia in quel momento una grande corsa a piazzare le installazioni industriali nel Far East, una zona del mondo dove investire denari diventa più che conveniente a causa del basso costo del lavoro (è il cosiddetto dumping salariale); in cambio di tale lasciapassare, la nuova guida cinese Deng Xiaoping, fautore e artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ottiene l’apertura generalizzata dei mercati globali per i prodotti cinesi, che da quel momento invadono letteralmente il mondo; piccolo particolare non irrilevante di quegli accordi, la leadership cinese, al contempo, si impegna a sostenere il colossale debito pubblico U.S.A. acquistando da quel momento immani quantità di bond del Tesoro americano.
Gli U.S.A. avrebbero investito gran parte del loro debito pubblico sempre in armamenti e in guerre di invasione, utilizzando lo strumento bellico quale principale deterrente per chiunque provasse a sfidarne l’egemonia, soprattutto in quelle zone del mondo ben dotate di fonti di ricchezza energetica.

Da quel momento si pongono le basi per la definizione degli accordi del W.T.O. (Organizzazione Mondiale del Commercio) e per un sostanziale abbattimento di ogni tipologia di barriere doganali al commercio internazionale dei prodotti ma i cui princìpi sono valevoli anche per i servizi e le proprietà intellettuali: la globalizzazione neo-liberista può ora realmente prendere il volo.
I cinesi, scaltri e lungimiranti, nello stesso momento in cui iniziano ad accogliere gli investimenti occidentali e a chiudere con l’economia collettivista, mantengono però inalterata la centralità del Partito Comunista Cinese quale guida politica del Paese: in sostanza, essi si aprono all’economia di mercato ma non abbandoneranno mai il loro modello dirigista e pianificato di conduzione dell’economia. E’ questo il motivo per cui nel 1997, quando una prima grande crisi finanziaria (dettata da fughe di capitali occidentali) si abbatte sulle tigri asiatiche minori (Tailandia, Malesia, Corea del sud, Indonesia, ecc.), la Cina mantiene inalterate la propria struttura e capacità produttiva[2]: in effetti, per chi non lo sapesse, alla borsa di Shanghai (a differenza che in quelle occidentali) è sempre rimasto rigorosamente vietato giocare d’azzardo con i capitali speculativi.

Quello che però l’establishment U.S.A., agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, nel pieno dell’euforia per lo “scacco matto” appena assestato al nemico sovietico, non aveva adeguatamente previsto è che i cinesi (civiltà di tradizione millenaria) avrebbero utilizzato in modo più che opportunistico quella posizione economico-strategica loro offerta dagli U.S.A. e che, nel giro di pochi anni, avrebbero finito per trasformarsi da territorio mero “ospite” delle installazioni industriali occidentali in un gigante economico capace di sviluppare una sua precisa ed autonoma strategia di dominio non soltanto economico ma anche politico-militare, con proiezione globale.
Dopo poco più di un ventennio, la strategia cinese ha avuto un successo strepitoso che oggi rende la stessa Cina quale unica nazione al mondo in grado di non dovere prendere ordini dagli Stati Uniti.
Infatti, l’ex “Impero di Mezzo”, dopo avere iniziato ad invadere i nostri mercati con i propri insulsi giocattolini per bambini sfortunati, avrebbe ben presto cominciato ad affinare le sue produzioni, “rubando il mestiere” ai capitalisti occidentali e conquistando in pochi anni sempre maggiori cointeressenze in tutti i settori dell’industria strategica, sino ad acquisire, nei primi anni del Duemila, una posizione di quasi assoluta supremazia in numerose produzioni ad alto contenuto tecnologico.
Tale fenomeno è ampiamente analizzato in un interessante articolo a firma di Marcello Gullo, pubblicato sul primo numero della rivista Geopolitica[3]: secondo tale analisi, il capitalismo occidentale, favorendo quel clamoroso processo di deindustrializzazione avvenuto al proprio interno e di conseguente delocalizzazione in estremo oriente, sarebbe finito in una trappola costruitasi con le proprie stesse mani, a causa dell’avidità dei suoi stessi attori capitalisti.
In ogni caso, pur ammettendo che questa premessa a carattere economico-generale è lunga, va detto che se non si comprende bene il sistema di divisione internazionale del lavoro, concepito e attuato dalla dirigenza americana alla fine del secolo scorso, non si possono comprendere le ragioni strutturali della attuale crisi: tale crisi, in una prospettiva marxiana, è spiegabile soltanto come una delle tante e ricorrenti recessioni cicliche del capitalismo, dovute a sovrapproduzione di merci (cinesi) ed a sovra-accumulazione di capitale finanziario (occidentale).

Ed a proposito di eccesso di capitali, cosa è accaduto in occidente, negli ultimi 2 decenni, a causa di quell’immane processo di delocalizzazione industriale in estremo oriente, di cui si è detto sopra?
E’ accaduto che i capitali (che sono naturalmente attratti dal profitto nella stessa misura in cui gli spermatozoi sono attratti dall’utero), non potendo più realizzare in occidente degli adeguati margini di profitto attraverso investimenti in attività produttive, rese ormai poco competitive dalla apertura dei mercati globali in cui a dominare sono le merci cinesi (o asiatiche in genere), hanno dovuto giocoforza rifugiarsi nella finanza speculativa: è così che in occidente si è avuta la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia.
Tonnellate e tonnellate di prodotti finanziari avariati (tra cui i famigerati strumenti derivati) hanno costituito lo strumento usato dalla finanza speculativa occidentale per realizzare profitti senza limiti e per adeguare la legislazione dei Paesi occidentali unicamente alle loro ragioni di forsennata ricerca di guadagno parassitario.
Si è iniziati, alla fine degli anni ’90, con la bolla speculativa sulle dot com (i titoli legati alla new economy) per poi passare ai futures sulle fonti energetiche (petrolio in primis, di cui si è artatamente manipolato il prezzo) e sui beni alimentari per poi ancora passare alla speculazione immobiliare e per arrivare infine, dulcis in fundo, all’attacco ai titoli di Stato nei Paesi dell’euro-zona.

Ma la diffusione immane di titoli finanziari il cui valore è ormai slegato da beni e ricchezze di tipo materiale doveva prima o poi inevitabilmente condurre allo scoppio della ciclica bolla: ecco dunque quello che è avvenuto a partire dal 2007-2008, con centro irradiatore gli U.S.A.!
Le più grandi banche del circuito finanziario occidentale sono virtualmente fallite ed hanno pensato bene di “socializzare” le loro perdite, scaricando le conseguenze della crisi capitalistica sulle classi lavoratrici e sui ceti medi delle nazioni occidentali e costringendo i governi dei Paesi occidentali a mettere a loro disposizione i propri bilanci pubblici con importanti “iniezioni di liquidità” necessarie a non farle fallire.

In un orizzonte neppure tanto lontano, si intravede un sempre più possibile scontro tra questi 2 capitalismi, quello occidentale, ormai ampiamente terziarizzato e “finanziarizzato” nonché incapace di rilanciare la sua produttività e quello asiatico, ancora prevalentemente industriale e manifatturiero: è chiaro a tutti come tali capitalismi sono ormai divenuti ineluttabilmente antagonisti ed a essere in gioco è oggi il dominio del mondo.
Tale scontro strategico sarà accelerato e diverrà presto inevitabile in primo luogo per il protagonismo assunto dalla Cina in aree del mondo in cui è ampiamente disponibile l’accesso a fonti energetiche primarie (Africa e America latina), in secondo luogo perché anche a est sta sorgendo una potente alleanza politico-militare (la S.C.O.Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) che vede il proprio fulcro nella stessa Cina e nella Russia dal rinato nazionalismo putiniano.

I recenti conflitti accaduti in Libia e in Siria, abilmente presentatici quali “rivoluzioni popolari spontanee”, costituiscono in realtà un primo terreno di scontro tra i due blocchi antagonisti a livello globale.




LA CRISI DELL’EUROZONA. LA PERDITA DI SOVRANITA’ DEL POPOLO ITALIANO.

Quando la crisi è scoppiata in occidente (tra il 2007 e il 2008) in pochi avrebbero potuto immaginare con quali conseguenze drammatiche la finanza speculativa avrebbe scaricato i propri effetti sull’economia reale.
Come detto poc’anzi, quando i capitali non riescono a realizzare sufficienti margini di profitto nelle attività produttive, i capitalisti, da che mondo è mondo, disinvestono e, in mancanza di adeguati interventi e contro-spinte ad iniziativa pubblica, ne può solo derivare – come in effetti sta accadendo in questa fase – una lunga depressione con cifre di disoccupazione e povertà sempre crescenti.

Ma la grande crisi che ci sta attanagliando ci ha fatto scoprire un’altra realtà ben lontana dalla nostra immaginazione: il reale significato (perverso) dell’Europa neo-liberista e tecnocratica fondata sull’autonomia di istituzioni anti-democratiche come la B.C.E. e la Commissione Europea, per nulla soggette ai popoli europei.
L’Unione Europea tanto decantata dal nostro Romano Prodi (già consulente di Goldman Sachs e grande protagonista della nostra stagione di privatizzazione-svendita di tutti i gioielli pubblici dell’economia nazionale) si è rivelata per ciò che è: un insieme di organismi tecnocratici messi al servizio delle esigenze del grande capitale finanziario.
La moneta unica Euro, che avrebbe dovuto arrecarci quei mirabolanti vantaggi tanto esaltati nel recente passato dal nostro ceto politico di centro-sinistra, si è rivelata anch’essa finalmente per ciò che realmente è: uno strumento messo al servizio delle elites mercantilistiche franco-tedesche per assumere il dominio del grande mercato unico europeo.

La cessione di sovranità da parte delle nostre istituzioni democratiche nei confronti di organismi sovra-nazionali non eletti dai popoli europei ha ormai azzerato il ruolo del nostro Parlamento e del nostro Governo nazionale, il cui compito è unicamente limitato alla mera esecuzione di diktat liberisti provenienti dagli organismi tecnocratici europei, come è stato clamorosamente dimostrato dalla lettera ricattatoria a firma Draghi-Trichet diretta al governo-Berlusconi nell’estate del 2011.

In un momento di crisi della produzione, è inevitabile che i grandi centri di accumulazione del capitale (come le grandi banche “too big to fail”) abbiano avvertito il bisogno di drenare ricchezze immani dai lavoratori subordinati e dalle piccole e medie imprese verso “i piani alti” della piramide sociale. Tale surplus di accumulazione servirà per essere giocato nella grande competizione mondiale tra i diversi capitalismi antagonisti.
Con il pretesto risibile di ridurre il debito pubblico sovrano delle nazioni europee, la grande crisi ha dunque fornito l’occasione alle elites economico-finanziarie transazionali per sferrare un attacco senza precedenti al mondo del lavoro, alle famiglie e alle piccole imprese italiane: in fin dei conti, sotto attacco dei poteri forti siamo tutti noi!
In Italia, come tutti sappiamo, alla fine del 2011, con il discutibile avallo del nostro Capo dello Stato (supremo garante istituzionale del disegno neo-oligarchico attualmente in atto), si è insediato un governo di tecnocrati che, forse per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, è privo di alcun tipo di mandato popolare o di investitura elettorale.
Non è difficile per nessuno di noi individuare i centri ispiratori e decisionali del Governo-Monti: lo abbiamo capito tutti, è stata la B.C.E., sono state le grandi banche transnazionali ad avere fortemente desiderato l’insediamento di questo Esecutivo.
I grossi centri della speculazione (e della accumulazione) finanziaria, in Italia come in Grecia, non potendo più fidarsi della mediazione di governi che, a prescindere dal colore politico, traevano comunque legittimazione da un mandato elettorale, hanno deciso di mettere in sella i loro stessi funzionari, ai quali hanno affidato un compito chiaro e netto, che può non essere capito soltanto da chi non abbia voglia di capirlo.
Peraltro, non è neppure difficile comprendere che, nel contesto di un’Europa asservita ai poteri forti finanziari, all’Italia è stato assegnato un ruolo politico-economico di sub-dominanza e di subordinazione nei confronti dell’asse franco-tedesco.
L’attacco al debito pubblico italiano dovrebbe verosimilmente essere funzionale al compimento della decisiva spoliazione di tutti i residui “gioielli di famiglia” dell’economia nazionale a capitale ancora (parzialmente) pubblico: in primis, ENI, ENEL, Finmeccanica, sui quali già si vedono avventarsi, come avvoltoi affamati, i grandi centri di accumulazione capitalistica non soltanto di provenienza occidentale, come dimostra il recente protagonismo del noto Emiro del Qatar.

E’ inutile nascondere che i meccanismi di formazione del debito pubblico nazionale sono stati pesantemente influenzati, nell’ultimo periodo, dall’affermazione di istituzioni sovranazionali europee (prima tra tutti la B.C.E.) non elette dai cittadini che ci hanno tolto sovranità e che hanno spogliato il nostro Tesoro e la Banca d’Italia di ogni loro storica prerogativa istituzionale ed al contempo hanno blindato il Parlamento spogliandolo di tutte le più importanti funzioni in materia economico-finanziaria e di bilancio.
E’ bene che tutti sappiano che con l’avvento dell’euro lo Stato italiano ha perso il potere di emettere una propria moneta sovrana; al contempo, la Banca d’Italia ha perso il suo ruolo di soggetto prestatore di ultima istanza ed ha ceduto ogni potere di regolazione monetaria e di freno all’azione speculativa dei capitali stranieri, mentre il Governo nazionale, con i trattati di Maastricht e di Lisbona, senza che i cittadini se ne siano accorti, ha ceduto all’Unione Europea quasi tutti i suoi poteri di intervento in materia economica e finanziaria.
In sostanza, quando ci sono attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico – come sta avvenendo negli ultimi tempi in Italia - lo Stato oggi non ha più alcuno strumento effettivo per intervenire a difendere la salute dei propri conti pubblici e la propria stessa economia nazionale, in quanto l’andamento dei titoli del nostro debito pubblico è affidato unicamente ai capricci delle agenzie di rating e agli appetiti famelici delle grandi banche internazionali (in quanto soggetti prestatori di prima istanza).
Ma quel che è più grave, in tale contesto, è che le ricette di forte austerità monetaristica e neoliberista, imposte dall’Europa al Governo-Monti, si stanno sempre più rivelando come una medicina che aggrava il male, anziché guarirlo!
Il gran numero di imprese che chiudono, i lavoratori e i piccoli imprenditori che si suicidano, interi distretti industriali in fase di pieno smantellamento, sono sintomi evidentissimi di una cura economica che non sta funzionando per niente e che contraddice palesemente gli stessi obiettivi per i quali ci viene ufficialmente presentata come “inevitabile”!
Continuando di questo passo, l’Italia, da essere una delle principali potenze industriali al mondo, diventerà ben presto periferia economico-produttiva del pianeta e i nostri giovani potrebbero presto essere costretti ad emigrare in gran numero all’estero, verso le nuove economie emergenti, per trovare un lavoro.

Si fa largo qualcosa che è ben più di un sospetto ma che, anzi, appare ogni giorno di più come una certezza inconfutabile: il vero obiettivo per cui si è insediato il governo guidato dal tecnocrate Monti non è quello di ridurre il debito pubblico (come tutte le cifre, a quasi 1 anno dal suo insediamento, stanno a dimostrare!).

Il Governo dei tecnocrati doveva insediarsi per svolgere un compito nefasto: trasformare l’Italia in ciò che è stato deciso dalle oligarchie trans-nazionali che essa sia nel contesto dell’Europa tecnocratica in una fase di crisi capitalistica: una colonia (ovverosia, come diceva il principe Metternich al famoso Congresso di Vienna, una mera “espressione geografica”).
Una colonia politica degli U.S.A. e della NATO ed una colonia economica del capitalismo franco-tedesco.






IL QUADRO POLITICO NAZIONALE. INUTILITA’ DELLA RIPROPOSIZIONE DI UNO SCHEMA DI CENTRO-SINISTRA. NECESSITA’ DI COSTRUIRE UN AMPIO FRONTE POPOLARE SOVRANISTA E INTERCLASSISTA.

La semplice lettura di tutte le articolate questioni poste dai precedenti punti del presente documento dimostra di per sé la assoluta autoreferenzialità del sistema politico italiano, ridotto da tempo ad un circo Barnum slegato dalla realtà.
Per dirla come Giulietto Chiesa, negli ultimi anni, gli italiani, anche per via della clamorosa manipolazione di cui sono stati incessantemente fatti oggetto dai grandi mass-media nazionali (compresi i grandi giornali, primo tra tutti la testata-partito Repubblica), hanno vissuto in un immenso Matrix.

Ma quel che è più grave è che oggigiorno, paradossalmente, sono i militanti delle tradizionali forze politiche di centro-sinistra ad essere i maggiormente alienati dalla realtà!

I dirigenti politici del centro-sinistra, infatti, a partire da quelli dell’attuale PD, sono tra i primi responsabili della situazione storico-politica in cui ci troviamo a vivere oggigiorno, avendo condiviso, nell’ultimo ventennio, tutti i passaggi epocali che hanno segnato l’evoluzione del quadro politico-economico italiano.
Dalla deregolamentazione del mercato del lavoro alle privatizzazioni selvagge, dalla condivisione delle guerre NATO (a partire da quella jugoslava) alla drastica riduzione dei servizi di Welfare State, dalla riforma del sistema bancario alla aziendalizzazione della Pubblica Amministrazione, tutti gli elementi di tale drastica trasformazione hanno sempre visto, in questi 20 anni, nel ceto politico dei partiti del centro-sinistra i più convinti sostenitori ideologici.
Il quadro descritto non è stato compreso per lungo tempo dalla maggior parte dei cittadini italiani di sinistra e di centro-sinistra in quanto ha assunto per loro un nefasto ruolo depistante la presenza ingombrante, nel campo avversario, del pittoresco personaggio politico-mediatico Silvio Berlusconi.
Ma ormai, essendo finalmente (quasi) venuto meno questo forte elemento di distrazione, per convincersi di qual è la reale situazione in atto è sufficiente osservare oggi l’atteggiamento diversificato con cui i principali schieramenti stanno fornendo il loro rispettivo sostegno al governo ultra-liberista a guida Mario Monti: freddo e distaccato, quasi “di costrizione” quello del P.D.L. e, al contrario, acritico e servile, quasi compiaciuto, per non dire entusiastico, quello del P.D.



E’ chiaro ormai a molti di noi come il P.D. e la sua classe dirigente costituiscono oggi in Italia i supremi e più affidabili garanti degli interessi facenti capo ai centri di potere finanziario che tengono in scacco i popoli europei.

Tanto in politica estera quanto sulle vicende legate ai destini dell’Unione Europea, il P.D. mostra di essere sempre un grammo “più realista del re”: l’assoluto appiattimento sulle ragioni della tecnocrazia europea e della NATO costituiscono il D.N.A. del partito di Bersani.
Ormai la popolazione italiana – anche se per larga parte incapace di comprendere le dinamiche globali nella loro complessità – può misurare nelle proprie tasche la portata di scelte scellerate.
Solo per fare solo un esempio, il popolo italiano è oggi in condizione di comprendere quanto sia stata scellerata la decisione di tradire e poi fare bombardare Gheddafi, nostro antico alleato e fornitore energetico (consegnando la Libia ai fondamentalisti islamici) e di avere aderito, soltanto per ubbidire ad un diktat di Washington, all’ingiusto embargo all’Iran, altro Paese nostro fornitore di greggio: il brillante risultato è che oggigiorno la benzina italiana, che ha ormai raggiunto lo storico record di 2 euro per litro alla pompa, è diventata probabilmente la benzina più cara al mondo!

L’appiattimento del P.D. sulle ragioni dei poteri forti finanziari ha delle radici lontane.
Le recenti rivelazioni lasciate quale testamento spirituale da un ex ambasciatore americano confermano quello che molti socialisti italiani sospettavano da tempo: e cioè che l’operazione politico-giudiziaria di Mani Pulite, facilitata da qualche abile “manina d’oltreoceano”, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso costituì il pretesto per liberarsi di una classe dirigente non totalmente appiattita sugli interessi americani e atlantisti (in primis il Craxi di Sigonella) e per affidare agli ex comunisti del disciolto P.C.I., il compito di divenire i nuovi fiduciari, esecutori servili e acritici di ogni diktat neo-imperiale.
Una volta compreso finalmente da dove abbia avuto origine il potere che D’Alema e compagni hanno assunto nel contesto politico della II Repubblica, diventa estremamente chiaro che chiunque oggi, animato da idee socialiste e sovraniste, desideri restituire al nostro Paese quella libertà, quella sovranità, quella vitalità economico-industriale e quel ruolo di protagonista autonomo nel mediterraneo e nel mondo, di cui è stato privato in questi ultimi 2 decenni, non può che individuare proprio nel gruppo dirigente fellone e infido dell’ex P.C.I., oggi alla testa del P.D. (e non certo nel macchiettistico Berlusconi ormai sul viale del tramonto), il suo principale antagonista politico.

In questo quadro, la pseudo-contrapposizione tra i due schieramenti di centro-sinistra e di centro-destra, entrambi docilmente disponibili ad eseguire i dettami della B.C.E. e del F.M.I., entrambi filo-atlantisti e sostenitori delle guerre di aggressione ai popoli, entrambi al sostegno del Governo ultra-liberista guidato da Monti, entrambi sostenitori di misure draconiane come lo smantellamento del tradizionale sistema di relazioni industriali, non può che apparire finalmente a tutti per ciò che realmente è: un illusorio gioco di specchi riflettenti.

Solo gli ingenui possono farsi confondere dalla presenza, all’interno del P.D., di attori di secondo rango (si pensi all’area di Fassina e Orfini) a cui è stato affidato il ruolo funzionale e subdolo di fare il “controcanto”.
Quello che unicamente conta è che il P.D., senza defezione alcuna, ha recentemente votato in Parlamento due provvedimenti esiziali che, nel mentre sanciscono il dominio definitivo della finanza e della tecnocrazia sul popolo italiano, al contempo rappresentano una camicia di forza che impedirà al nostro Paese, per un lungo periodo, tanto la crescita economica quanto la ripresa dell’occupazione: si tratta della regola del pareggio di bilancio inserita nella Costituzione (ostacolo insormontabile per qualunque manovra di sviluppo) e del cosiddetto fiscal compact (che costringerà ogni anno il Parlamento ad approvare finanziarie di pura austerità e ad usare la leva del fisco non già come strumento di equità sociale bensì come potente acceleratore della depressione economica in atto, provocando un ulteriore e clamoroso abbassamento del potere d’acquisto di tutti i lavoratori italiani e delle loro famiglie).

Quanto al personaggio illusorio di Nichi Vendola, a cui in molti a sinistra seguitano a dare credito e a cui è dunque doveroso dedicare almeno alcune righe di questo documento, basti solo riportare come costui ha apostrofato di recente il Presidente della B.C.E. Mario Draghi, vale a dire il supremo tecnocrate europeo, il più potente difensore del dominio delle ragioni della finanza capitalistica su quelle dei popoli europei: “Draghi è il Papa laico a cui tocca tenere in ordine i conti” – ha detto Vendola in un’intervista.
Questa semplice e rivelatrice affermazione su Draghi - unitamente all’osservazione delle continue e quotidiane giravolte politico-dialettiche del Presidente della regione Puglia (un giorno al carro di Bersani per poi ripensarci, dopo solo pochi giorni, senza che apparentemente sia mutato alcunché) - dovrebbe bastare a chiunque per comprendere quale ruolo ambiguo e teatrale stia rivestendo il ridetto personaggio all’interno del circo politico-mediatico italiano. Tanto basta per prevedere come ben presto il suo partito (SEL), retto da dinamiche puramente carismatiche e strumentalmente “pompato” dal sistema mediatico, si liquefarà come neve al sole.

In questo quadro politico in cui è la stessa esistenza dello Stato italiano, nella sua sovranità popolare, ad essere messa a rischio, unitamente alla libertà del popolo italiano di decidere delle più importanti questioni nazionali, quale può essere il ruolo di una forza politica di ispirazione autenticamente neo-socialista?

Innanzitutto, nel suddescritto scenario, il compito di una forza autenticamente socialista è quello di dire ai lavoratori ed ai cittadini italiani una prima ed importante verità: e cioè che l’argomento maggiormente sbandierato dalle oligarchie dominanti, vale a dire la presunta necessità di risanare e ridurre il debito pubblico, è una immensa, clamorosa, evidente truffa ai danni del popolo italiano.
In secondo luogo, sbagliano coloro i quali individuano nella corsa elettorale al Parlamento (e, in seconda istanza, nella partecipazione ad un possibile Governo di centro-sinistra) il più immediato e naturale degli obiettivi politici da perseguire.
L’esperienza dei pionieri del socialismo italiano, quali Andrea Costa, Filippo Turati e Antonio Labriola, dovrebbe insegnare a noi tutti come la battaglia parlamentare e per la conquista delle istituzioni può costituire, in determinati contesti favorevoli ed a determinate condizioni, soltanto uno strumento di lotta politica ma non è certo l’unico.

Agli albori del movimento socialista italiano, i nostri padri politici non si preoccuparono principalmente di conquistare poltrone parlamentari o cariche governative ma si concentrarono dapprima sulla costruzione all’interno della società (nelle cooperative, nelle società di mutuo soccorso, nelle prime leghe sindacali) degli embrioni di una nuova coscienza di classe che avrebbe cambiato radicalmente il senso stesso della partecipazione dei lavoratori italiani alla vita politica, fino a quel momento quasi del tutto assente.
Soltanto dopo avere strenuamente lavorato all’interno dei gangli vitali della società, i primi socialisti furono capaci di acquisire un ruolo incisivo nelle istituzioni parlamentari che desse un senso effettivo e uno sbocco politico alle loro istanze di emancipazione delle classi lavoratrici.






           


  

Oggigiorno tocca ripartire da lì per riconquistare la fiducia popolare.
Non è certo occupando una poltroncina parlamentare o governativa che si può ridare un senso alla battaglia dei veri socialisti, se prima non si recupera un senso di identità e di appartenenza che può ritrovarsi soltanto rileggendo la nostra lunga e variegata storia, che vide il giovanissimo Pietro Nenni, molto prima di arrivare a ricoprire la carica ministeriale, rimboccarsi le maniche e fare pure le barricate in strada, quando c’era il bisogno di farlo!

Soltanto quando i socialisti italiani saranno tornati a svolgere il compito per cui storicamente sono nati – e cioè quello di rappresentare i bisogni popolari cancellati dall’attuale agenda politica nazionale – soltanto allora potrà avere un senso la loro rinnovata partecipazione alle competizioni elettorali!
Ma in un contesto come quello attuale, nell’Italia del 2012, contraddistinto dalla più generale disaffezione dei lavoratori italiani verso la attuale classe politica nazionale, nonché da un sempre più diffuso astensionismo elettorale, sarebbe folle e velleitario pensare di rilanciare il socialismo italiano raccordandolo agli interessi autoreferenziali e burocratici di un ceto politico di centro-sinistra privato ormai di ogni credibilità agli occhi di buona parte della pubblica opinione.
E peraltro, dovrebbe bastare da sola la ricostruzione di questi ultimi 20 anni di cosiddetta “seconda Repubblica” e di questo anno di Governo-Monti per prevedere con estrema facilità uno scenario ormai chiarissimo: se il centro-sinistra dovesse andare al Governo, non potrà che proseguire sulla strada tracciata dalla Ue e dalla Bce, in ossequio agli interessi dei mercati finanziari globali. All’interno di una simile compagine, la partecipazione dei socialisti non potrebbe avere alcun senso se non quello di assestare il definitivo colpo alla loro gloriosa storia politica, seppellendola definitivamente e senza più possibilità di farla resuscitare.

La vera dicotomia, oggi in Italia, non è più tra centro-sinistra e centro-destra (contrapposizione che riecheggia non poco quella ottocentesca tra Destra e Sinistra storica in cui i socialisti seppero abilmente inserirsi, scardinandola): la vera contrapposizione oggi, nell’Italia del 2012, è tra coloro che intendono rappresentare gli interessi e le istanze di vaste fasce popolari della nazione da tempo prive di reale rappresentanza ed un’intera casta politico-economica ormai incolore ed omologata, tutta quanta appiattita su luoghi comuni menzogneri ed ingannevoli.

E allora, se la Lega dei Socialisti vuole davvero rilanciare il socialismo italiano, anziché perdere tempo dietro al ceto politico auto-referenziale dell’attuale centro-sinistra italiano (dove potrà tutt’al più ricavarsi qualche poltroncina o qualche indegno strapuntino), essa dovrà raccordarsi a quell’immensa fascia di popolazione italiana che è da tempo privata di ogni rappresentanza politica e che non crede e non si identifica in alcuna delle attuali formazioni politiche principali.

Se la Lega dei Socialisti sceglierà di seguire il carro funebre del centro-sinistra a guida Bersani-Vendola-Renzi, allora è certo che avrà vita breve, se vita avrà.
Se invece la Lega dei Socialisti – seguendo gli esempi offerti in Europa dalle esperienze di Syriza in Grecia e del Front de Gauche in Francia - sceglierà di proporre al Paese una piattaforma anti-liberista e sovranista, collegandosi ai movimenti vivi e attivi nella nostra società, ai lavoratori, ai disoccupati, ai giovani precari privi di speranza e di futuro, allora potrà effettivamente ridare un senso al socialismo, questa parola tanto spesso evocata tra noi quale bussola identitaria ma quasi mai spiegata nel rinnovato significato che essa può concretamente acquisire nel XXI° secolo.

Se la Lega dei Socialisti sceglierà di collegarsi ai movimenti vivi, come fu fatto – e fu un bene – nel corso della grande manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011, essa potrà apportare (forse unico movimento tra i tanti in campo) la sua solida cultura politica dalle radici antiche all’interno di una massa sterminata di gente priva di ideali-guida e perciò stesso incapace di dare sbocco politico alla protesta anti-sistema.
Se sceglierà di dare vita ad un nuovo Fronte Popolare, dunque, la Lega dei Socialisti avrà grandi prospettive di crescita e di radicamento dinanzi a sé, abbandonando definitivamente il politicismo incolore e l’autoreferenzialità.
Ma per fare tutto questo, prima di tutto, ci vogliono una grande ambizione e una buona dose di coraggio!




Al costituendo Fronte Popolare toccherà il compito storico di ridare rappresentanza a milioni di italiani colpiti dagli effetti catastrofici della grande crisi in atto.
Un Fronte Popolare sovranista, che faccia del recupero della sovranità popolare sulle decisioni più importanti per il popolo italiano la propria bussola principale.
Un Fronte Popolare interclassista, aperto cioè al mondo della piccola borghesia e dei ceti medi (agricoltori, artigiani, professionisti, ecc.), i cui interessi, in questa fase storica, coincidono essenzialmente con quelli delle classi lavoratrici subordinate o non vi sono per nulla antitetici.
Un Fronte Popolare radicalmente contrapposto sia a Monti che al PD, intesi entrambi quali soggetti portatori di interessi oligarchici, antagonisti a quelli della stragrande maggioranza della popolazione.

Punti focali del programma del Fronte Popolare saranno:

1.    rimessa in discussione dei trattati che hanno dato vita all’Unione Europea (Maastricht e Lisbona) con seria presa in considerazione dell’ipotesi di abbandono dell’euro;
2.    ricollocazione geopolitica dell’Italia in posizione di apertura verso i paesi emergenti (BRICS) e in un quadro di autonomia di azione nel Mediterraneo (come nella migliore tradizione seguita da uomini come Enrico Mattei, Giulio Andreotti e Bettino Craxi), con contestuale messa in discussione dell’adesione alla NATO;
3.    default programmato e ripudio del debito verso la grande finanza speculativa globale (sul modello seguito dall’Argentina e dall’Islanda);
4.    ritorno alla capacità di svalutazione unilaterale della moneta nazionale e introduzione di dazi su alcuni prodotti di importazione;
5.    restituzione di un ruolo di controllo pubblico alla Banca d’Italia con contestuale riammissione delle sue facoltà di stampare carta moneta e di acquistare direttamente i titoli del debito pubblico;
6.    nazionalizzazione dei principali istituti bancari e ripristino della netta separazione tra banche commerciali e banche d’investimento;
7.    mantenimento della natura pubblica di ENI, ENEL e Finmeccanica e divieto alla privatizzazione di servizi essenziali come l’acqua;
8.    adozione di politiche di forte intervento pubblico nell’economia sul modello keynesiano, per puntare al rilancio di investimenti, produzione industriale e occupazione;
9.    detassazione del costo del lavoro e concentrazione del prelievo fiscale sui grandi patrimoni parassitari, mobiliari e immobiliari;
10.      ripristino del vecchio articolo 18 e strenua difesa dello Statuto dei Lavoratori.

Per tutto quanto detto sopra, il Fronte Popolare sarà alternativo ad ogni formula politica di “centro-sinistra” e per la sua costruzione occorrerà aprirsi a quelle uniche forze e movimenti che oggi mostrano di avere ben compreso la fase in atto: senza pretesa di esclusività, i comitati NO DEBITO, l’area di Cremaschi, la componente della Federazione della Sinistra facente capo alle posizioni di Ferrero, ALBA, Alternativa di Giulietto Chiesa, il Movimento MMT di Paolo Barnard, il Movimento per il Bene Comune del senatore Rossi, il Movimento siciliano dei Forconi, il Movimento Popolare di Liberazione, ecc. ecc.
Infine, il Fronte Popolare sarà aperto (anche se con cautela) al grillismo, in quanto fenomeno inedito con cui è indispensabile dialogare in quanto è lì che oggi si concentra la maggior parte dei sentimenti popolari di ostilità diffusa al presente sistema politico-economico nazionale.





[1] La conferenza di Bretton Woods si tenne dal al 22 luglio 1944 nell'omonima località nei pressi di Carroll (New Hampshire), per stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Gli accordi di Bretton Woods furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, fondato su un sistema di rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro. In quella sede, inoltre, oltre a congegnare la nascita di organismi quali il F.M.I. e la Banca Mondiale, fu stabilito che le principali valute del mondo post-guerra avrebbero potuto convertirsi con il dollaro, mentre il dollaro sarebbe rimasta l’unica moneta al mondo a poter essere convertita in oro. Questa situazione avrebbe consentito agli U.S.A. il potere (unica nazione al mondo) di stampare carta-moneta in misura illimitata, scaricando così la loro inflazione sul resto del mondo.
[2] Tanto la crisi valutaria del 1997 per le tigri asiatiche quanto il modo con cui la Cina seppe affrontare tale momento sono ben descritte da Naomi Klein nel suo noto libro Shock Economy.
[3] M. Gullo, La crisi strutturale nordamericana ed il nuovo sistema multicentrico, rivista Geopolitica, vol. 1, primavera 2012, pag. 245.



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