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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 31 luglio 2012

LIVORNO, 5 AGOSTO ’12: VERSO GLI STATI GENERALI DEL CENTROSINISTRA, di Norberto Fragiacomo



di Norberto Fragiacomo


Carissimi compagni,

prima di portare un breve contributo alla discussione, consentitemi di ringraziare la Lega dei Socialisti di Livorno per avermi invitato a questo importante evento, e soprattutto per averlo organizzato: vedo, con gli occhi dell’immaginazione, la Sala delle Corallaie piena di gente e di passione politica, come mi apparve nel febbraio di un anno fa, e sono certo che il dibattito, cui mi sarebbe piaciuto partecipare di persona, sarà altrettanto stimolante.
Ad essere cambiata in peggio è purtroppo la situazione, oggigiorno veramente drammatica: a volte mi sento come un europeo di metà ‘300, in angosciata attesa che la peste nera attraversi il confine e lo raggiunga, o come un semplice cittadino alla vigilia di una guerra di cui intravvede gli effetti, senza averli mai provati sulla propria pelle.
In effetti, la crisi odierna è a suo modo una guerra, condotta con armi non convenzionali – e noi, grazie a mezzo secolo di benessere, siamo psicologicamente e materialmente impreparati ad affrontarla.
Tuttavia, a differenza di epidemie medievali ed improvvisi eventi catastrofici, le guerre si possono evitare o vincere, e a noi tutti tocca fare del nostro meglio per non essere sepolti sotto le rovine dell’Europa sociale; anzi, per impedire il crollo.
E’ evidente che non ci sottrarremo alla minaccia affidando il nostro futuro a Mario Monti, un tecnocrate di fede liberista che, dopo aver ottenuto in maniera discutibile la guida del Paese, lo sta ora conducendo a sicura rovina, con una politica che affama il ceto medio-basso (pensionati, lavoratori privati e pubblici, giovani precari, studenti senza futuro) senza esigere neppure una brioche dalla classe abbiente. Diceva, un suo collega premier, che “a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”: ebbene, non era arduo prevedere, a metà novembre, che il governo descrittoci come “tecnico” avrebbe tartassato i cittadini, cavato loro quanto Berlusconi non era riuscito a togliere (dal diritto ad una pensione decente alle tutele dell’articolo 18), guardandosi bene, al contempo, dal mettere mano ad un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze.
Can no magna can”, diciamo a Trieste, e da un personaggio col passato di Monti potevamo attenderci solo un compitino all’americana, agevolato da quelle forze che, tirando i fili di rating e spread, rendono apparentemente “inevitabili” i suoi tagli a senso unico. Apparentemente, dicevo, così come è apparenza quella che i propagandisti in tivù e sui giornali si ingegnano a spacciarci per indiscutibile realtà. Giornalisti telegenici ad alto reddito non devono sforzarsi troppo per confondere masse già opportunamente terrorizzate, ma talvolta, per eccesso di confidenza, scoprono inavvertitamente le carte. Capita così che un corrispondente di Repubblica ponga le domande giuste, prima di rifugiarsi nel comodo ritornello “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”.
Come scelgono” – si chiede costui – hedge fund e speculatori “i bersagli da colpire, e perché? Come si spiega che l’anello debole oggi sia l’eurozona, non l’America Latina? E perché, nell’eurozona, il fianco Sud si rivela più fragile dei paesi dell’Est?
Se si conoscono un poco la Storia ed il modus operandi del Capitalismo, rispondere ai quesiti è relativamente agevole: 1) li scelgono secondo convenienza, cioè in base al bottino che possono trarne; 2) perché l’America Latina, già spolpata da governi e multinazionali USA, ha rialzato ultimamente la testa, acquisendo un’inedita compattezza politico-sociale; 3) perché i paesi dell’Europa Occidentale, Gran Bretagna esclusa, hanno custodito parte del tesoro che quelli ex comunisti hanno sotterrato da un pezzo: un welfare che vale migliaia di miliardi.
Il compito per casa assegnato a Mario Monti - e ad altri come lui - consiste nel regalare al potere privato acqua, sanità, istruzione, beni comuni, imprese strategiche, forza lavoro; cioè, nel portare a conclusione l’opera di smantellamento delle istituzioni pubbliche cominciata, guarda caso, tra gli anni ’80 e ’90.
Una porzione rilevante della sinistra è stata complice di tutto questo, in Italia e in Europa, ed è la stessa che oggi, da noi, presta il suo servo encomio al governo Monti-Fornero, per garantirsi le briciole del banchetto finanziario.
Della buona fede di costoro è lecito dubitare, perché, come dice il proverbio, perseverare è diabolico; così come non vanno prese troppo sul serio le schermaglie per uso esterno tra correntine di partito che, tra mille ostentati distinguo, votano all’unisono ogni misura governativa.
Fiscal compact, pareggio di bilancio in Costituzione, truffa ai danni degli esodati ad opera di uno Stato che non mantiene gli impegni presi… ciò che accomuna questi provvedimenti e svariati altri è il fatto che una sinistra vera, una sinistra degna di questo nome, li avrebbe bocciati dal primo all’ultimo, senza esitazioni.
La linea di confine tra noi e montiani di ogni risma – che si presentino come PD, UDC, FLI o FMI fa lo stesso – sia questa, perché altre non ce ne possono essere: solo le forze politiche, i sindacati, i movimenti e le singole persone che credono in un’alternativa al capitalismo e al suo barbaro istinto di sopraffazione dovranno partecipare al progetto, scrivere insieme un programma privo di ambiguità e compromessi, battere il montismo sia nelle urne che in piazza.
Ci aspetta la Resistenza o la resa, che è infinitamente peggio di una sconfitta: spazio dunque ai militanti del PD, attualmente imprigionati in un partito subalterno alle logiche di Wall Street e progressista per finta, ma al bando i suoi capi e capetti, che hanno già recato infiniti danni all’Italia.
L’acqua pubblica evapora al sole della crisi, compagni, non è più tempo di anfibi: avanti con gli Stati Generali, ma di una Sinistra autentica, unita, anticapitalista, propositiva e conscia, oltre che dell’esigenza di agire in fretta, delle proprie responsabilità verso un popolo intero.
Proviamo a puntare al cielo, anziché affondare pateticamente nella melma centrista!



Norberto Fragiacomo
Segretario Lega dei Socialisti Nordest
Coordinatore COMITATO NO DEBITO Trieste
Tel.: 3474227147

sabato 28 luglio 2012

LA KILLING REVIEW, NEMESI DEL NOSTRO MEZZOGIORNO di Riccardo Achilli

 
LA KILLING REVIEW, NEMESI DEL NOSTRO MEZZOGIORNO
di Riccardo Achilli 
 
 
La metodologia con cui il Governo ha ribaltato su Regioni ed autonomie locali la quota di spending review a loro assegnata (che dovrà ammontare a 7,1 miliardi, di cui 700 milioni a carico delle Regioni) dimostra la mediocrità anche professionale, l'assenza di un'idea di sviluppo, di una visione di un possibile futuro dopo l'austerità, da parte di questi tecnici. Anche in forma lesiva dell'autonomia di Regioni ed enti locali, poiché a norma dell'art. 117 della Costituzione sulla quale lorsignori hanno giurato, l'armonizzazione dei bilanci pubblici ed il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario è materia di legislazione concorrente, nella quale lo Stato può soltanto determinare i principi fondamentali, si stabilisce da Roma la quota di risparmi da realizzare a carico delle autonomie locali e si suggerisce anche la voce di bilancio su cui agire prioritariamente, ovvero i consumi intermedi (essenzialmente le spese delle PPAA per acquisti di beni e servizi) determinando, in un documento denso di veri e propri strafalcioni di aritmetica elementare che circola in Parlamento, il metodo con cui determinare il risparmio a carico di ogni amministrazione: il differenziale di spesa fra l'amministrazione interessata ed un amministrazione che si colloca in posizione mediana in termini di rapporto fra spesa per consumi intermedi per abitante, oppure per dipendente. In altri termini, se entro il brevissimo termine del 30 settembre le Regioni non si metteranno d'accordo sul metodo per ripartire fra loro il taglio predeterminato a monte dal Governo nel decreto sulla spending review, interverrà il governo stesso, con poteri sostitutivi, ed un metodo di determinazione del risparmio da applicare ad ogni singola Amministrazione già pronto per essere utilizzato, senza alcuna concertazione.
Al di là degli aspetti irrispettosi dell'autonomia costituzionalmente garantita agli enti regionali, l'unico commento ragionevole che viene da fare a questo metodo ragionieristico da taglio lineare è "Capodicazzo"! C'era bisogno di affidarsi a Bondi per mettere in piedi tre conticini assolutamente decontestualizzati rispetto alle realtà socioeconomica dei territori sui quali tali tagli vengono spalmati con una regolina meramente aritmetica? Ma bastava un ragionier Fracchia qualsiasi! Per usare una metafora, il metodo-Bondi è come una famiglia che non arriva a fine mese e per risparmiare butta un figlio in mezzo alla strada. Certo che in questo modo risparmierà, ma abbandonando il figlio comprometterà il futuro. Al di là, ovviamente, dell'indegnità etica di un simile comportamento. E non ci vuole un genio per fare una cosa simile. Tutt'al piu' basta un criminale.
La realtà delle regioni meridionali che concorreranno a tali tagli si condensa in una statistica densa di significato: mentre a livello nazionale aggregato il rapporto fra investimenti pubblici ed investimenti fissi lordi totali è del 18% circa, nelle regioni meridionali tale percentuale oscilla fra il 35 ed il 45%. Ciò significa banalmente che le fragili economie delle regioni del Sud dipendono in modo fondamentale da un circuito di spesa pubblica. Sono economie assistite, in cui i sistemi produttivi, in buon misura, ed ovviamente al netto di eccezioni virtuose, sopravvivono all'interno di mercati piu' o meno protetti, basati sulla domanda pubblica. Certamente questi circuiti di spesa non sono scevri da assistenzialismo, spreco e clientelismo parassitario, ma signori miei, questa condizione è caratteristica del ritardo di sviluppo, un ritardo di sviluppo che 150 anni di unità del Paese non hanno sanato, ma anzi aggravato, nel Mezzogiorno, usato come serbatoio di manodopera per lo sviluppo industriale del Nord, e come bidone di voti cui hanno largamente attinto le classi politiche nazionali.
Oggi la realtà è che, tagliando indiscriminatamente tale circuito di spesa, senza predisporre un percorso di utilizzo alternativo delle risorse risparmiate, si finisce di uccidere ogni speranza di tenuta sociale dell'area piu' fragile del Paese, distruggendo i circuiti locali di spesa, che ne erano l'ultima difesa, seppur una difesa patologica.
Occorrerebbe spiegare a tali economisti da operetta tragicomica che il termine "spending review" non è sinonimo di "tagli di spesa", ma di "messa in efficienza e riqualificazione della spesa". Nei Paesi angolosassoni che hanno introdotto da anni la spending review, questa procedura serve per riorientare i risparmi ottenuti da spesa improduttiva verso utilizzi produttivi, e gli esercizi di spending review sono sempre accompagnati e diretti da una attenta valutazione di impatto di utilizzi alternativi della spesa pubblica. Non sono meri risparmi di risorse da bruciare sull'altare della troika, cioè da portare a riduzione del debito pubblico consolidato, come pensa di fare Monti con i risparmi ottenuti sulle Regioni e sugli enti locali, che serviranno soltanto per coprire ulteriori tagli ai residui, magrissimi trasferimenti statali di parte corrente alle autonomie locali (di fatto questa è l'unica parte del federalismo fiscale che è stata attuata: l'azzeramento rapido dei trasferimenti statali alle autonomie. L'altra parte, ovvero il potenziamento della fiscalità locale necessario per coprire i trasferimenti statali scomparsi, non è stata, e non sarà mai, attuata). Per restare nella metafora familiare, una spending review seria, da economisti e non da contabili, riviene a rinunciare all'opzione di abbandonare un figlio sul ciglio della strada, e piuttosto ad insegnargli una etica del risparmio: vestirlo con vestiti comrpati alal bancarella, anziché con costosi abiti firmati; insegnargli che per divertirsi non serve avere l'ultimo robot-transformer alla moda, ma che anche con un giocattolo meno costoso ci si può divertire lo stesso. Ed usare i risparmi così ottenuti per mandarlo all'università, quando sarà cresciuto.
Fuori di metafora, una vera spending review per le amministrazioni meridionali dovrebbe consistere esattamente in questo: utilizzare i risparmi da spesa corrente o comunque improduttiva per finanziare circuiti di spesa pubblica locale virtuosi, basati sulla concentrazione degli investimenti in poche e selezionate aree produttive dotate dei fattori di sviluppo ottimali per catalizzare l'investimento imprenditoriale, al fine di difondere lo sviluppo anche al di fuori di tali aree ed in modo diffusivo, con i meccanismi di "breakthrough" degli equilibri statici del sottosviluppo illustrati dalla teoria della causazione circolare cumulativa di Gunnar Myrdal. Cioè distruggere circuiti di spesa locali che non fanno sviluppo per sostituirli con circuiti di spesa in grado di attivare poli di crescita alla Perroux e industrie motrici.
Invece, si distruggerà il pregresso senza creare niente di migliore o di alternativo. Il debito pubblico scenderà temporaneamente di qualche millesimo di punto, immediatamente recuperato dagli effetti della recessione sui conti dello Stato, e l'opera di distruzione del Mezzogiorno sarà completata. E sindaci ed i Presidenti di Regioni e Province del Mezzogiorno, anziché organizzare rivolte popolari, si limitano a sfilare per le strade di Roma con la fascia tricolore, facendo facce incazzate ma in realtà mendicando qualche centinaia di miagliaia di euro di "sconto" rispetto alla cifra dei risparmi imposti dal Governo. E guai se rompono troppo le scatole al manovratore, come ha dovuto fare Errani, nel suo ruolo di Presidente della conferenza Stato Regioni. Ecco che, proprio in coincidenza con le sue vibrate critiche al Governo dei professori, spunta fuori, provvidenziale, una inchiesta della magistratura a suo carico. Chi ha orecchie per capire, le abbassi e si adegui. Questa è la realtà storica, umiliante, che stiamo vivendo. E' un Paese che si affida ai suoi carnefici. "Triste, Solitario y Final", direbbe il grande Osvaldo Soriano.

mercoledì 25 luglio 2012

GRECIA: ESPERIMENTO RIUSCITO! di Norberto Fragiacomo


 
 
GRECIA: ESPERIMENTO RIUSCITO!
di
Norberto Fragiacomo
 
 
 
 
Il 17 giugno è l’altroieri, eppure – a leggere le cronache giornalistiche – sembra preistoria.
In quella data si tennero, in Grecia, le elezioni politiche, le seconde in meno di due mesi – una consultazione da cui pareva dipendessero i destini dell’Europa, se non del mondo. Per scongiurare la vittoria di Syriza, la temutissima “sinistra radicale”, si mossero politici, opinionisti, agitprop: le istituzioni internazionali, il governo tedesco (e, spiace dirlo, pure Hollande) facevano apertamente il tifo per Samaras, il programma della sinistra venne “riscritto” dai media per farlo apparire antieuropeista, ai diretti interessati – gli elettori ellenici - fu fatto intendere che una scelta difforme da quella caldamente “consigliata” sarebbe stata foriera di conseguenze funeste.
L’operazione ebbe completo successo: Nuova (?) Democrazia (??) si affermò come primo partito, e poi associò al governo la sinistra collaborazionista (Pasok e Sinistra Democratica).
“Tutto è bene quel che finisce bene”, sentenziava ilare il poliziotto Hüber [1] dopo aver steso a pistolettate un paio di passanti; peccato che l’happy end in Grecia (ed in Europa) sia mancato. Non alludiamo al fatto che le chiavi del Paese sono state consegnate a chi, anni prima, sarebbe stato causa di ogni male truccando i bilanci: più banalmente, all’indomani della buona novella elettorale, speculatori e spread sono tornati a fare il loro mestiere, dando la mazzata finale ai conti greci. A questo punto, l’esecutivo di Samaras – pensando ingenuamente di vantare un credito di riconoscenza, avendo “salvato l’euro” dai bolscevichi – non ha potuto fare altro che chiedere uno sconto sul famigerato memorandum e, com’era prevedibile, Frau Merkel ha strillato: nein, nein, NEIN!
 
Il seguito lo apprendiamo in questi giorni dai telegiornali e dalla carta stampata: improvvisamente, dopo essere stata – per un paio di settimane – il centro dell’universo, la Grecia torna al ruolo abituale di Paese insignificante e periferico, che può far le valigie da Eurolandia senza lasciare rimpianti.
Il Fondo Monetario Internazionale è sul punto di bloccare gli “aiuti”, dal momento che – scrive Andrea Tarquini, su Repubblica – “Atene sembra non stia facendo tutto il necessario per ottemperare agli impegni presi con Ue, Bce e Fmi”, e anche i ministri teutonici scaricano l’ex amico Samaras, che è stato prontamente declassato da affidabile a inadempiente. Il vicecancelliere Philipp Roesler ha affermato testualmente che “un’uscita della Grecia dalla moneta unica da tempo non è più un incubo terrorizzante”. “Da tempo”, dice lui… da quanto tempo?, verrebbe voglia di domandargli.
 
Da quando sono successi fatti nuovi, che riguardano la Spagna e l’Italia (bocconi ben più succulenti della repubblichetta mediterranea)? Oppure dal principio, vale a dire da quando sulla tragicommedia greca è stato alzato il sipario? Crediamo, non senza malizia, che, malgrado l’apparente contraddizione temporale, le due letture si integrino a vicenda.
Abbiamo sempre opinato che, per l’esperimento chiamato crisi, il Paese ellenico costituisse la cavia ideale: piccolo, economicamente marginale, generoso con i suoi cittadini (anche e soprattutto con chi non lo meritava), abitato da gente tosta e combattiva, capace di riempire le piazze per mesi di seguito. Non una Bulgaria qualunque: uno Stato forse di seconda schiera, ma europeo occidentale doc, con tanto di welfare.
Su una società più inquieta e politicizzata della nostra – ma comunque “viziata” dal benessere, che crea dipendenza e pareva definitivamente assicurato – si è scatenata una tempesta inattesa e violentissima: terrorismo finanziario e mediatico, colpevolizzazione di popolo e singoli individui, insostenibili pressioni esterne e mitragliate di tagli, che hanno ridotto il popolo in miseria, una miseria che le giovani generazioni conoscevano solo per sentito dire.
Stipendi dimezzati, tasse alle stelle che hanno reso la proprietà dell’abitazione un lusso per pochi (con conseguenti svendite e crollo del mercato immobiliare…), disoccupazione ed imbarbarimento delle condizioni di lavoro, eliminazione di fatto della sanità pubblica… Il governo, composto da elementi privilegiati, ha ceduto su tutta la linea alla troika, la popolazione no, ha provato a resistere, partecipando a una valanga di scioperi generali, assediando un parlamento blindato, creando strutture parallele a livello di quartiere e villaggio. I greci hanno lottato con la forza della disperazione, senza ottenere nulla – se non un poco di solidarietà in giro per l’Europa, ed il sarcasmo idiota di chi, essendosi ubriacato di propaganda mediatica, seguita a sragionare con la testa dei suoi padroni, che perlomeno sono in malafede (in Italia ci sono infiniti esempi di demenza indotta).
Non solo il carico non è stato alleggerito, ma diviene di giorno in giorno più insopportabile – eppure, nonostante le privazioni e il coraggio greco, la maggioranza (relativa) dei votanti si è lasciata convincere a scegliere, alle ultime elezioni, un partito impresentabile e palesemente asservito agli interessi della finanza internazionale come Néa Dimokratìa, che a sua volta, ad un mese dal voto, viene gettato nella pattumiera dalla troika. Aveva un compito da svolgere: l’ha svolto, può ammuffire nell’ombra.
A fine luglio 2012, siamo finalmente in grado di dire che l’esperimento greco è pienamente riuscito: la prova sta nel fatto che gli “speculatori” – cioè le banche d’affari, i fondi di investimento e le multinazionali finanziarizzate che hanno dettato il copione del dramma europeo – alzano il tiro, mirando a bersagli ben più appetibili della piccola Grecia.
La Spagna va incontro al medesimo destino dello Stato ellenico, ma la sua tragedia si compirà in tempi assai più rapidi – e lo stesso vale per l’Italia, malgrado le rassicurazioni ipocrite del premier Monti, tra i protagonisti del grande gioco.
Nella penisola iberica capitano cose inaudite, che sembrano accettabili e “normali” solo perché la tivù appiattisce ogni notizia, dando meno spazio ad una rivolta di minatori che a una partita di calcio (e adesso ci saranno le Olimpiadi, attenzione!): ai lavoratori viene rubata anche la tredicesima, la protesta popolare incendia Madrid e il governo fantoccio di Rajoy risponde con metodi squadristici e pallottole di gomma; militari e molti poliziotti contestano la repressione e l’esecutivo fa votare in parlamento una legge franchista per zittirli; le comunidades autonomas dichiarano default [2] – la prima è stata Valencia – e qualcuno lancia l’idea geniale di un governo (fintamente) “tecnico” alla Monti, mentre l’aumento delle tasse aeroportuali allontana le compagnie low cost e mette in ginocchio l’unica risorsa su cui la Spagna può ancora contare, il turismo.
 
In Italia la situazione è poco seria (la ciliegina sullo sterco è una strombazzata, poi smentita, quindi nuovamente annunciata “ridiscesa in campo”), ma non meno grave, se è vero che anche da noi si studia uno scherzetto ammazza-PIL ai danni delle tredicesime, lo spread vola ad altezze berlusconiane (528) a onta della macelleria sociale, e si prova ad assicurare a Mario Monti la dittatura a vita, se necessario attraverso elezioni anticipate [3].
Previsioni del tempo fino a dicembre 2012, estese a tutto il bacino mediterraneo: costante vento di spread, con raffiche improvvise e devastanti; arrivo da oltreoceano di un fronte temporalesco liberista; diluvi su welfare e autonomie locali; probabile formarsi, in quota, di governi tecnocratici di unità nazionale – drammatica restrizione delle libertà e immiserimento diffuso e senza scampo, causato da grandinate di “riforme” (naturalmente “indifferibili” e “non negoziabili”) e fiscal compact.
Poi l’aria gelida si sposterà più a nord, verso l’Europa centrosettentrionale: il declassamento dell’outlook (=prospettive economico-finanziarie) per Germania e Olanda è una rondine che fa inverno, e sarà seguito – risolte le pratiche Spagna e Italia – da attacchi concentrici alle economie dei Paesi (che si credono) forti. L’euro verrà tenuto artificialmente in vita fin quando continuerà a rappresentare un efficace strumento di ricatto, poi finirà nella spazzatura della storia, assieme alla disunione europea.
 
Il fine ultimo di chi manovra rating, Borse e spread è la privatizzazione selvaggia dell’Europa occidentale, secondo il modello americano: sulle macerie dello Stato sociale si possono, infatti, ammassare utili per migliaia di miliardi.
In un continente distrutto e sinizzato qualche economista annuncerà, tosto o tardi, di intravvedere segni di “crescita”; intanto, sarà sorto un nuovo “modello di sviluppo”: diritti solo per l’elite, controllo poliziesco totale, lavoro sostanzialmente coatto. Pochissimi honestiores, moltitudini di humiliores.
Il capitalismo sarà pure compatibile con la democrazia (per limitati periodi di tempo, e se non c’è altra opzione), ma preferisce senza dubbio la dittatura: il mondo perfetto è una gigantesca fabbrica, governata da un Politburo in cui il più moderato la pensa come Marchionne.
Da questi raffinati pianificatori e scienziati sociali non ci salverà di sicuro il riformismo.
 
 
 


[1] Divertente personaggio televisivo creato dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo per Mai dire Gol (e interpretato dal primo).
 
[2] Presto potrebbe toccare anche a qualche regione italiana (la Sicilia?).
 
[3] Per non dare tempo a Grillo di crescere troppo, ed impedire all’embrione di opposizione “di sinistra” (Alba, Comitato NO Debito, FdS ecc.) di unirsi, e magari di acquisire consensi trasversali.
 
 

lunedì 23 luglio 2012

La questione del debito pubblico e la questione meridionale


Andare oltre gli stereotipi per evitare una deriva greca

di Stefano De Bartolo




Quando si parla di debito pubblico e di questione meridionale spesso ci si imbatte in stereotipi che vengono suffragati da ragionamenti di buon senso e da esperienze personali.

Stereotipo 1: Il debito pubblico scarica il peso dei nostri eccessi sui nostri nipoti

Per mostrare l’infondatezza di tale stereotipo occorre partire da una banale descrizione del meccanismo di funzionamento della finanza pubblica. Tutti sappiamo che lo Stato si indebita quando, per fornire servizi alla collettività più o meno gratuitamente, spende più di quanto incassa con tariffe e soprattutto tributi (imposte e tasse).
Se il debito è interno (ovvero se i creditori sono cittadini dello Stato) il debito ha essenzialmente una funzione redistributiva, alcuni cittadini che detengono titoli di Stato ottengono degli interessi, mentre coloro che pagano le imposte ripagano questi interessi.
Veniamo quindi a disvelare il primo stereotipo: così come diceva Einaudi, non è affatto vero che con il debito pubblico veniamo a godere noi vivi oggi i vantaggi della spesa e lasciamo pagare il conto ai lontani nipoti. Non è vero perché il debito pubblico che lo Stato contrae si accompagna sempre ad un credito per altri. Se si guarda quindi la comunità nel suo complesso (e se il debito è interno) la presenza del debito pubblico non emerge come un problema generazionale, ma come un problema di redistribuzione, ovvero di spostamento di reddito da chi paga le tasse a chi incassa gli interessi sui titoli di Stato.
Per comprendere il perché il debito pubblico non è un problema di trasferimento intergenerazionale, ma è soprattutto un problema redistributivo tra contribuenti e percettori degli interessi sui titoli pubblici può essere utile riportare un passo di A. De Viti De Marco: “a misura che l’acquisto di titoli del debito pubblico si estende e si generalizza quale forma preferita di investimento per nuovi risparmi, soprattutto della media e piccola fortuna si riscontra presso un sempre maggior numero di persone la qualità di essere contemporaneamente creditori dello Stato per gli interessi del consolidato, e suoi contribuenti per fornirgli i fondi necessari al pagamento degli interessi […] Il giorno quindi che il debito pubblico fosse nazionalizzato e poi fosse nell’interno dello Stato per ipotesi ripartito tra tutti i cittadini, in modo che ogni contribuente riceva tanto di interessi tanto quanto paga di imposta a quel titolo, il gran libro del debito pubblico potrebbe essere soppresso senza danno né giovamento alcuno.”

Una volta compreso che occorre concentrarsi sull’aspetto redistributivo, è necessario andare a capire in che direzione opera la redistribuzione e quindi occorre comprendere chi è che paga le tasse e chi possiede il debito pubblico.
Per quanto riguarda i possessori del debito pubblico c’è da dire che la distribuzione della proprietà del debito pubblico tra gli italiani è estremamente concentrata. Nel 1991, ad esempio, il 75% degli interessi pagati dallo Stato ai detentori del debito andava alle imprese e al 40% più ricco delle famiglie.
Per quanto riguarda il lato delle entrate fiscali, c’è da dire che negli anni Ottanta molto elevata era la quota derivante dalle imposte dirette. Le imposte dirette sono quelle dove è possibile applicare delle aliquote differenti in base al reddito ed è quindi la forma di tassazione che meglio consente la progressività (a chi ha di più si applica un’aliquota maggiore). Il problema è che affinché la tassazione diretta sia effettivamente progressiva sono necessarie tre condizioni:
-          Ci deve essere una certa differenziazione delle aliquote
-          La base imponibile, ovvero la somma dei redditi da cui si parte per applicare le aliquote, deve comprendere              tutti i redditi e non solo quelli da lavoro
-          L’evasione non deve essere un fenomeno rilevante.
Per quanto riguarda le aliquote, negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una indifferenziazione delle aliquote, cioè si sono ridotte le aliquote dei redditi più alti (l’idea di Hollande di tassare al 75% i redditi al di sopra di un milione si muove nella direzione opposta e va salutata positivamente).
Per quanto riguarda la base imponibile, molti redditi da lavoro autonomo e da capitale sono soggetti a regimi sostitutivi d’imposta, divenendo assoggettati ad una aliquota unica e  finendo per essere sottratti dal principio della progressività. Il risultato è che a subire la crescita della pressione fiscale sono stati soprattutto i redditi da lavoro dipendenti (molto di più di quanto sia avvenuto in Francia e in Germania), tale fenomeno era ed è peraltro sostenuto anche dagli elevati livelli di evasione che non coinvolgono i salariati (soggetti a ritenuta d’acconto.
Sintetizzando possiamo dire che il debito pubblico ha degli effetti redistributivi che portano ad un aumento delle disuguaglianze, si può dire che i salariati (che sopportano gran parte del peso della pressione fiscale) pagano gli interessi sui titoli di Stato ai possessori dei titoli pubblici che come visto sono soprattutto le famiglie più ricche e le imprese.

A questo punto si potrebbe dare la responsabilità della crescita del debito pubblico (e quindi anche di questa redistribuzione all’incontrario) alla spesa sociale.
Stereotipo 2: Non ci potevamo permettere il welfare
In realtà se si vanno a guardare i numeri ci si accorge che la spesa pubblica italiana in rapporto al PIL non si è mai attesta a livelli molto diversi da quella di altri paesi europei come la Francia e la Germania. Molto più alta è stata invece la spesa per interessi (per via dell’elevato debito pubblico e degli alti tassi di interesse seguiti al divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro). Se si guarda, invece, alla spesa al netto degli interessi, l’Italia è sempre stata al di sotto delle altre nazioni europee. All’inizio degli anni Settanta la spesa al netto degli interessi in Italia era del 6% più bassa della spesa in Francia e Germania. Nel 1980 in Italia era pari al 37%, mentre in Francia al 45,5% e in Germania al 46,5%. Alla fine degli anni Ottanta era al 43% come quella tedesca e sotto di 5 punti percentuali rispetto a quella francese. Alla fine degli anni Novanta è pari in Italia al 41,5% del PIL contro il 44,9% della Germania e al 49,6% ella Francia.

Per concludere la questione del debito pubblico possiamo delineare un quadro complessivo del circolo perverso di cui i salariati sono stati vittima.
A partire seconda metà degli anni Settanta abbiamo avuto un aumento della spesa primaria (al netto degli interessi), essenzialmente della spesa sociale. Tuttavia la spesa sociale in rapporto al PIL si è attestata in Italia a livelli sempre inferiori rispetto a quelli di altri paesi europei continentali come la Francia e la Germania. Nonostante la spesa sociale fosse inferiore, abbiamo assistito ad una espansione del debito pubblico. Ciò è avvenuto essenzialmente per due motivi: mancata monetizzazione del debito (e alti tassi di interesse, a seguito del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro) e mancato adeguamento del sistema fiscale. Con il risultato che anziché organizzare il sistema fiscale in modo da fare pagare anche ai più ricchi l’aumento della spesa sociale (così come avvenuto nel resto d’Europa), abbiamo assistito ad un aumento del debito e della spesa per interessi a giovamento soprattutto di quegli stessi ricchi, i quali come abbiamo visto erano i principali detentori dei titoli di stato (e quindi percettori degli interessi).

Veniamo ora alla seconda questione, la famosa questione meridionale.
Il discorso fallace per cui noi siamo stati spendaccioni e spreconi e per questo ci troviamo in questa condizione di crisi, trova al Sud ampio consenso.
Stereotipo 3: Da noi in Calabria c’erano 40.000  forestali
Come già detto precedentemente, se si guarda in termini aggregati ci si accorge che il problema del debito pubblico è stato soprattutto un problema di mancato adeguamento dal lato delle entrate (nei tempi in cui il debito è cresciuto molto) più che un’eccessiva spesa sociale. Detto questo c’è da aggiungere che un discorso come quello dei 40.000 forestali calabresi non può essere fatto se non si tengono in considerazione quali erano le condizioni in cui avvenivano quelle politiche chiaramente assistenziali e clientelari.
A mio avviso una sintesi efficace in tal senso è stata compiuta da Franco Cassano, così come ricorda Onofrio Romano in un suo articolo su Il Ponte: “Il Sud, da decenni, non gioca una vera partita. Una “sua” partita. Nella Prima Repubblica ha fatto da ancella al gioco altrui, come sostenuto da Franco Cassano (2009). Ha svolto cioè una funzione stabilizzatrice nei confronti del sistema economico e politico del Nord: a) inviando manodopera alle fabbriche ivi locate; b) fornendo il patrimonio di voti necessari a controbilanciare l’egemonia comunista annessa all’espansione della classe operaia; c) ibernando le proprie potenzialità competitive contro lo stesso Nord. Per il servizio, il Mezzogiorno è stato compensato con prebende, trasferimenti, assistenza e persino con qualche investimento a mo’ di simulacro dello sviluppo industriale. Una sorta di cauzione simbolica. Da qui, l’elefantiasi della macchina amministrativa pubblica, il cui fondamento funzionale era difficile prendere sul serio.”
Se non si tiene in considerazione questa funzione che storicamente ha svolto il Mezzogiorno nel secondo dopoguerra non si riesce a comprendere il perché di tutti quei forestali calabresi o il perché di tutti i dirigenti attualmente operanti nella regione Sicilia.
Occorre quindi avere la capacità di porre la questione non sul piano moralistico. Ed è per lo stesso motivo che occorre rifiutare una prospettiva greca per il Meridione e per la Sicilia.
Non solo noi dobbiamo essere capaci di cogliere tutte le componenti della storia (e non solo la mezza verità per cui, il meridione è stato largamente assistito); ma dobbiamo anche apprendere dalla vicenda greca una lezione importante. Non è con un’austerità punitiva che si risolvono le questioni e si rendono le regioni più competitive ed efficienti. L’austerità provoca una depressione ulteriore delle economie, da cui consegue una riduzione delle entrate e un incremento della condizione di bisogno e di povertà che certamente nel Meridione favorirebbe un ulteriore legittimazione delle forme di assistenza mafiose o paramafiose.
Una politica seria dovrebbe comprendere i pericoli che si celano dietro l’austerità; riconoscere l’origine storica delle forme di assistenzialismo ed aiutare il Meridione ad intraprendere un percorso di sviluppo, che consenta  “investimenti in settori chiave e attrattori di sviluppo, anche al fine di aprire un canale con il privato che ne favorisca l’espansione".
Emerge ancora una volta la necessità di opporsi alle politiche di austerità e l’importanza di politiche di coordinamento volte a garantire una riduzione delle disuguaglianze e dei deficit di competitività tra le diverse zone.
Personalmente non sono molto fiducioso. L’impressione è che si proseguirà nella riduzione dell’assistenza e nei tagli, mentre non cambierà nulla sotto il profilo della competitività e delle politiche di sviluppo.  Se poi volgo lo sguardo alle classi politiche meridionali e particolarmente alla Calabria la sfiducia aumenta; ad una dominante classe di politicanti che continuano a praticare politiche clientelari si contrappone una minoranza di oppositori che non hanno la capacità di proporre una vera alternativa di sviluppo, restando invischiati in una denuncia per lo più moralistica e in invocazioni riguardanti il mero ricambio generazionale.


Bibliografia e Sitografia
Per quanto riguarda la questione del debito pubblico i principali riferimenti utilizzati sono:

La redistribuzione del reddito nell’Italia di Maastricht di Aldo Barba in Un’altra Italia in un’altra Europa: mercato e interesse nazionale, raccolta disaggi a cura di Leonardo Paggi Edizione Carocci 2011
Molto rigore per nulla di Giancarlo de Vivo in Oltre l’austerità, raccolta di saggi a cura di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti, ebook gratuito edito da MicroMega, disponibile su questo sito: http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
La pressione tributaria dell’imposta e del prestito di A. De Viti De Marco in Giornale degli economisti(1893)

Per quanto riguarda la questione meridionale:
http://www.ilponterivista.com/portale/src/blog_full.php?user=&xy=&blogtype=5
http://frontierasud.comunita.unita.it/2012/07/17/parole-chiare-sulla-sicilia/

sabato 21 luglio 2012

LA DESTABILIZZAZIONE DELLA SIRIA di Giuseppe Angiuli





LA DESTABILIZZAZIONE DELLA SIRIA E’ UN PUNTO IRRINUNCIABILE PER I FAUTORI DEL NEW BIG MIDDLE EAST
di Giuseppe Angiuli



L’attentato dello scorso 18 luglio, in cui sono rimasti uccisi il ministro siriano della Difesa, Dawoud Rajiha, e il suo vice Assef Shawkat (cognato del Presidente Bashar al-Assad), avvenuto con tecnica da kamikaze all’interno delle mura del quartier generale della sicurezza a Damasco, dove era in corso un vertice tra il governo e i capi dell'intelligence siriana, segna finora il punto più alto dell’assalto al governo della nazione araba: fonti di queste ore da Damasco ci fanno sapere che all’attentato bombarolo contro i vertici della sicurezza nazionale ha fatto seguito un’irruenta azione messa in atto su larga scala da bande paramilitari composte da mercenari provenienti prevalentemente dalla Libia e fatti dirottare in Siria per portare a termine quello che, nella testa dei cospiratori contro il regime di Damasco, dovrebbe costituire l’assalto finale [1].

Appare fin troppo evidente la coincidenza tra l’escalation dello scontro in atto a Damasco con le parole di aperta minaccia rivolte ad Assad, solo pochi giorni prima dell’attentato, da una impaziente e acidissima Hillary Clinton, che aveva chiesto al legittimo Presidente siriano di togliere quanto prima il disturbo onde risparmiare al suo Paese “un attacco catastrofico”.

Il progetto volto a destabilizzare la Siria di Assad è in corso di svolgimento ormai da circa 1 anno e mezzo e si è apparentemente inserito in quel vasto processo politico regionale che, nel gergo mediatico-giornalistico di casa nostra, ha preso il nome di “rivoluzioni arabe”.

Mentre il progettato cambio di potere in Tunisia ed Egitto è stato (quasi) repentino e, tutto sommato, di facile realizzazione, per destabilizzare la Giamairiha libica di Gheddafi è stato necessario ricorrere ad intensi bombardamenti NATO mentre la Siria di Assad è sembrata fino ad oggi essere ancora in grado di reggere lo scontro con i suoi nemici, soprattutto a causa di due fattori: il diffuso sostegno di una parte significativa del popolo siriano (che ovviamente non è facile determinare quantitativamente ma che molti osservatori seri sono propensi a ritenere molto alto, quasi attorno ai 2/3 del totale della popolazione) e l’appoggio di potenze come Russia e Cina, il cui esercizio del diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha finora consentito alla Siria di sottrarsi a bombardamenti di tipo “libico” [2].

E’ molto importante esaminare da vicino la natura delle forze che compongono la coalizione aggressiva – attiva a partire dai primi mesi del 2011 – disposta a ricorrere a qualunque mezzo pur di abbattere il regime laico-nazionalista siriano fondato sulla centralità del Partito Baath.

Quali sono queste forze? E perché per loro è così importante abbattere il governo Assad?

Per offrire una risposta a tali interrogativi è necessario fare un passo indietro di alcuni anni e comprendere la progressiva evoluzione delle strategie dell’imperialismo USA-NATO e del conseguente quadro geopolitico nel vicino oriente (a proposito, è decisamente più corretto, per noi italiani, parlare di “vicino oriente” anziché di “medio oriente” in quanto tale ultima locuzione riflette passivamente l’angolatura statunitense, che considera “medio oriente” quell’arco di Paesi situati ad est del mediterraneo, mentre il “vicino oriente”, sempre per Washington, saremmo sostanzialmente noi, ossia i popoli europei).

Con l'avvento di George W.Bush alla Casa Bianca, nell'anno 2000, il gruppo di Neocons che si pone alla guida degli Stati Uniti(Cheney, Rumsfed, Wolfowitz, Rice) mette in atto la strategia del cosidetto "scontro delle civiltà". Tale disegno prevedeva la mobilitazione generale  di tutti i popoli del cosidetto "occidente" che si sarebbero dovuti convincere a compiere una guerra di lunga durata (avente i caratteri di vera e propria crociata a guida statunitense) contro i popolidi religione islamica, indicati come nemico strategco ed immanente, brutalmente disumanizzati e descritti come portatori di un odio intrinseco verso il nostro stile di vita, la nostra religione, i nostri costumi, ecc.
La ideologia dello scontro frontale tra “occidente civilizzato” ed “islam barbaro” era stata accuratamente congegnata nei laboratori del pensiero Made in U.S.A. e aveva avuto uno dei suoi primi fautori nel professore di Harward Samuel Huntington, autore nel 1993 dello scritto icasticamente titolato “Scontro delle civiltà” e pubblicato su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations[3].

Il presupposto della teoria dello “scontro delle civiltà” era il seguente: una volta crollata la potenza comunista URSS (già definita da Ronald Reagan “l’impero del male”), gli Stati Uniti, al fine di preservare per un lungo periodo il proprio ruolo di incontrastata egemonia unipolare, avrebbero dovuto indirizzare i propri sforzi principalmente verso il contenimento della Cina, la cui crescita economica impetuosa, già registrata nei primi anni ’90 del secolo scorso, aveva fatto sobbalzare sulle poltrone gli strateghi di Washington, consci del rischio di dover fronteggiare un nuovo concorrente emergente e difficile da contenere nel medio-lungo periodo.
Non potendo però permettersi di ingaggiare uno scontro frontale e diretto con la stessa Cina, per i maggiorenti di Washington occorreva creare un nemico immaginario, da agitare agli occhi dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali al fine di creare compattezza psicologica nelle masse, elemento indefettibile ogniqualvolta il Potere desideri creare un clima di guerra: questo nemico inventato era appunto l’Islam, con tutti i suoi contorni di Al Qaeda, del “mostro” Osama bin Laden [4] e dei nostri giornalisti-megafono interessati al richiamo del Padrone (come Giuliano Ferrara) o semplicemente affetti da demenza senile (come la Fallaci dell’ultimo periodo).

L’evento catalizzatore che fu prodromico e funzionale a questo clima da mobilitazione generale per una nuova “guerra santa” verso l’Islam è stato rappresentato – come tutti sappiamo – dagli attentati dell’11 settembre 2001, nella cui organizzazione ormai moltissimi osservatori al mondo, unitamente ad una grossa fetta di opinione pubblica globale, danno per scontata la co-partecipazione di pezzi significativi delle forze armate e dei servizi di sicurezza americani [5].

Col pretesto di una nuova e lunga “guerra al terrorismo”, dunque, è arrivata prima l’invasione dell’Afghanistan (dichiaratamente motivata dalla necessità di catturare bin Laden ma in realtà attuata per consentire l’installazione di basi militari in una regione strategica alle porte della Cina) e poi quella dell’Iraq (portatore del secondo giacimento petrolifero più capiente al mondo).
Nella folle strategia di attacco frontale all’Islam concepita dai Neocons (ma, come si è detto, in realtà si trattava di una strategia di avvicinamento e di accerchiamento della Cina) era stata fin dall’inizio messa in conto l’estensione del conflitto di tipo tradizionale anche alla Siria ed all’Iran, in quanto, nella mente degli strateghi di Washington, si pensava che le operazioni militari nei teatri afghano ed iracheno non avrebbero dovuto creare quei problemi inattesi che poi, di fatto, hanno intralciato non poco i piani di dominio imperiale della potenza a stelle e strisce [6].

Ma ad un certo punto del secondo mandato alla presidenza di George W. Bush, qualcuno ai piani alti dell’establishment americano si rende conto del carattere propriamente folle della strategia dello “scontro di civiltà” e della non praticabilità a lungo andare di una logica di guerra infinita.
Infatti, nonostante nessuna potenza al mondo possa ancora oggi contrastare il predominio tecnologico dell’armamentario bellico U.S.A., è noto che nella storia recente le truppe statunitensi si siano spesso dimostrate poco efficaci sul terreno dello scontro militare diretto in campo aperto e pertanto incapaci, alla lunga distanza, di controllare un territorio di ampie dimensioni.

Inoltre, a Washington ci si rende conto che una strategia basata sull’islamofobia (intesa quale strumento di propaganda mediatica) e sull’occupazione diretta di territori di Stati sovrani da parte dell’esercito a stelle e strisce, oltre a comportare una ricaduta pesantissima in termini di bilancio  del Pentagono, avrebbe finito presto per attirare sugli Stati Uniti (percepiti come potenza neo-coloniale in senso stretto) un odio generale da parte di circa 4/5 dell’umanità.

A questo punto, durante l’ultimo biennio della Presidenza Bush, dopo la grave sconfitta elettorale subita dai Repubblicani alle elezioni di mid terme per il rinnovamento del parlamento, si corre ai ripari concependo una revisione generale della strategia del New Big Middle East (ossia “Nuovo grande Medio Oriente”): la svolta avviene alla fine del 2006 con la rimozione del “falco” Donald Rumsfeld dalla posizione di Segretario di Stato alla Difesa, a cui fa seguito, pochi mesi dopo, la defenestrazione del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Peter Pace, di non lontane origini pugliesi.

Ai vertici del Pentagono si insedia in quel momento Robert Gates, il quale comincia a farsi interprete di una nuova linea strategica definita “realista” (una linea solo apparentemente più moderata di quella dei Neocons) non più basata sui toni da crociata verso l’Islam bensì su piani di attacco più sottili e subdoli. I veri strateghi della nuova linea “realista” sono l’immarcescibile Henry Kissinger (di marca repubblicana, mente del colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile nel 1973, anno in cui fu destinatario anche del Premio Nobel per la pace) e l’ex Consigliere alla Sicurezza nazionale del Presidente Carter, il polacco Zbigniew Brzezinski.


La nuova linea “realista” – elaborata dai due prefati strateghi - comporta la necessità per gli U.S.A. di abbandonare lo scenario della fantomatica “guerra al terrorismo islamico” ed anzi, di fare leva proprio sull’islam radicale quale preziosa risorsa politica e quale fraterno alleato da impiegare su larga scala come fattore di destabilizzazione in operazioni di “guerra sporca” o “coperta” (molto simile alla guerra a bassa intensità attuata dai contras in Nicaragua).



Questa operazione di maquillage dinanzi al mondo esigeva di porre alla Casa Bianca una figura che potesse illudere soprattutto i Paesi in via di sviluppo (Africa, America latina, sud-est asiatico) sul presunto cambio di rotta attuato ai vertici della prima potenza globale: ed ecco che l’individuo ritenuto più idoneo al raggiungimento di un’operazione che è soprattutto da intendersi quale trucco mediatico viene trovato in Barack Hussein Obama, nero (a metà) e dal secondo nome vagamente arabofono. Ma quel che conta di più nella figura di Obama è che lui è, prima di ogni altra cosa, un pupillo di Zbigniew Brezinski [7], nel cui laboratorio politico è stato interamente forgiato.

In sostanza, con l’avvento di Obama alla Casa Bianca, gli obiettivi di fondo degli Stati Uniti rimangono intatti, quantunque ne mutino lo stile e la strategia per conserguirli: occorre ridisegnare politicamente l’intero mondo arabo e islamico, un immenso territorio che va dal Maghreb africano fino quasi alle porte della Cina, per cingere d’assedio il gigante asiatico ed incunearsi in una zona strategica con l’obiettivo di impedire alla stessa Cina ed alla Russia (ora nuovamente temuta da Brezinski e dagli americani) di integrarsi reciprocamente, come di fatto sta avvenendo nell’ambito dell’inedita alleanza militare di Shangai (S.C.O.). E, laddove non è più possibile instaurare governi direttamente rispondenti a Washington, secondo la linea di Obama-Brezinski bisogna comunque e prima di tutto seminare confusione e provocare scontri inter-religiosi, cosa ben possibile sia in Egitto che in Siria, data la presenza di ampie comunità cristiane al fianco di maggioranze musulmane: è la cosiddetta geopolitica del caos.

Due sono i momenti che segnano simbolicamente la svolta di Obama-Brezinski: il primo è costituito dal discorso del Presidente americano pronunciato dinanzi all’Università islamica Al-Azhar del Cairo il 4.6.2009, in cui Obama ha parlato di un “nuovo inizio” nei rapporti tra occidente e islam.
E un “nuovo inizio” c’è stato per davvero, dato che, a partire da quel momento, gli Stati Uniti (d’intesa con la Gran Bretagna), al fine di perseguire l’obiettivo di attuare il regime change nei Paesi non ad essi allineati, hanno sostituito la tecnica della tradizionale guerra d’invasione con l’impiego di milizie di mercenari irregolari addestrati e motivati proprio con il valore unificante dell’islamismo radicale!

Il secondo momento simbolico che ha segnato il passaggio da una strategia ad un’altra è rappresentato dalla clamorosa messinscena, celebrata il 2 maggio 2011, della finta cattura e uccisione dell’orco cattivo Osama bin Laden, dichiaratamente sepolto nei fondali marini dell’oceano indiano giusto al fine di sottrarlo agli occhi indiscreti dei più scettici.

Come in tutte le migliori fiction televisive americane, la saga della “guerra al terrorismo islamico” non poteva dunque che concludersi, per soddisfare le aspettative del grande pubblico televisivo, con la cattura e l’uccisione del capo dei capi, finalmente sistemato a dovere [8].

Nella destabilizzazione di Libia e Siria, pertanto, si è segnalato e si sta segnalando un impiego abbondante e decisivo, da parte degli USA e dei loro alleati, di milizie islamiche reclutate nelle aree più depresse e arretrate dei paesi arabi, a cominciare dalla Cirenaica (est della Libia), dove quel “matto” di Mohammar Gheddafi non a caso aveva segnalato fin dai primi istanti della rivolta la presenza di cellule legate ad Al Qaeda!

Al contempo, nella retorica americana (e, conseguentemente, di tutti i nostri mass media) è quasi totalmente scomparso il pericolo del terrorismo islamico: il “Ministero della Paura” di orwelliana memoria ha recentemente trovato nella gravissima crisi capitalistica scoppiata nel 2007-2008 il nuovo argomento per traumatizzare e paralizzare le masse, potendo dunque mettere da parte il pericolo islamico.

Nell’opera di destabilizzazione della Siria (e della Libia) gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno trovato degli alleati solidissimi: in primis la Turchia di Erdogan, a cui nel nuovo scenario verrebbe affidato il compito di sub-potenza regionale, alimentandone i fasti e le ambizioni legate all’esperienza storica dell’Impero ottomano; in second’ordine, alla partecipazione dell’aggressione armata alla Siria ed al suo legittimo governo partecipa, con un ruolo di primo piano, un arco di forze legate da un collante ideologico-religioso fondato sull’islam radicale: i monarchi assoluti dell’Arabia Saudita e del Qatar (entrambi affiliati alla corrente salafita, per i quali il laico Bashar al- Assad è un governante “impuro” e “sacrilego”) stanno contribuendo al grande piano con un ingente apporto di finanziamenti e, quanto all’emiro del Qatar, anche con il decisivo apporto mediatico fornito da Al Jazeera, network pan-arabo che ha sempre sostenuto, fin dal primo istante, le cosiddette rivolte arabe. A quest’arco di forze aggressive, inoltre, si lega l’azione politica dei Fratelli Musulmani (da poco insediatisi ai vertici del potere egiziano e anch’essi largamente supportati dagli americani) e del movimento palestinese integralista Hamas, il cui gruppo dirigente, non a caso, ha abbandonato il suo storico quartier generale di Damasco mettendosi sotto la protezione di Turchia e Qatar.

Nello scenario descritto, la Siria di Bashar al-Assad deve necessariamente essere destabilizzata per fare posto ad un nuovo governo egemonizzato da islamisti radicali proni agli interessi della Turchia e dell’occidente. Non può esserci più posto per l’ultimo governo ispirato da principi di nazionalismo laico e pan-arabo di derivazione nasseriana.

Assad deve andarsene!” pronunciano all’unisono tutti gli autori dell’intrigo contro la Siria [9], senza ormai nemmeno preoccuparsi di salvare l’apparente conservazione dei principi più basilari del sistema di diritto internazionale, che con l’art. 2 della carta fondativa dell’O.N.U., dovrebbe fare sempre salvo il principio di sovranità delle nazioni (senza che su tanto possa minimamente influire la particolare forma di governo o il tipo di organizzazione politico-istituzionale da esse sposate).

Un ultimo accenno, doloroso e davvero deprimente, meritano le parole del Ministro (o ambasciatore?) Terzi del nostro governo coloniale a guida Mario Monti.

Giulio Terzi di Sant'Agata, forse confondendo il ruolo di titolare di dicastero di un governo di un Paese sovrano - come è (o dovrebbe essere) l’Italia - con quello di mero portavoce di governi stranieri, ha dichiarato ineffabilmente, a margine degli attentati di Damasco del 18 luglio in cui sono morte personalità di primo piano di un altro governo sovrano di una nazione aderente alla comunità internazionale, che deve essere Assad a fare le valigie (e non i terroristi islamisti che seminano morte e terrore per tutta la Siria), senza spendere una sola parola di condanna per gli autori di un attentato che dovrebbe imbarazzare non poco tutti i Paesi che stanno impunemente lavorando alla distruzione di una nazione pacifica, multi-religiosa e multi-culturale come è la Siria.


Come siamo caduti in basso! E’ triste notare come al dicastero che un tempo fu occupato da Pietro Nenni e Aldo Moro, ora siede un mero portavoce del Dipartimento di Stato americano.




Note

[1] Thierry Meyssan (Réseau Voltaire), La battaglia di Damasco è iniziata, 19 luglio 2012, in http://aurorasito.wordpress.com/2012/07/19/la-battaglia-di-damasco-e-iniziata/


[2] Per la terza volta in pochi mesi, il 19 luglio scorso la Russia e la Cina sono tornate ad opporre il diritto di veto ad una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che contemplava l’uso di maniere forti contro Damasco.

[3] Il Council of Foreign Relations è considerato uno degli organismi più decisivi nello studio e nella definizione delle strategie globali della potenza statunitense (http://www.cfr.org/)

[4] I bene informati sanno che lo sceicco Osama bin Laden ha lavorato fin dai primi anni ’80 del Novecento al servizio della C.I.A., che gli affidò il compito di formare un esercito di combattenti islamici col fine di destabilizzare l’Afghanistan allora occupata dall’esercito sovietico. Successivamente, negli anni ’90, diversi testimoni, tra cui Giulietto Chiesa, hanno ricostruito un ruolo analogo dello stesso bin Laden all’interno del conflitto jugoslavo, dove lo sceicco saudita avrebbe collaborato a creare delle milizie islamiche contigue al Presidente bosniaco musulmano Alija Izetbegović. Per un “assaggio” visivo dei mujahideen arabi operanti a suo tempo in Bosnia, cfr. http://www.youtube.com/watch?v=vFsfCD4Z_RQ&feature=youtu.be.

[5] Il testo più completo tra quelli che approfondiscono l’interpretazione “dietrologica” degli eventi dell’11 settembre 2001 è quello scritto dall’analista americano Webster Griffin Tarpley, “La fabbrica della menzogna”, pubblicato in Italia da Arianna Editrice.

[6] I fallimenti più clamorosi degli obiettivi strategici connessi alle guerre di Afghanistan ed Iraq sono stati i seguenti: nel primo caso, l’insediamento delle truppe di occupazione non ha comunque impedito ai Paesi dell’area asiatica post-sovietica (Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tagikistan, Uzbekistan) di integrarsi nella inedita alleanza militare con Russia e Cina, la S.C.O., cosiddetta “NATO dell’Est” (http://www.sectsco.org/); nel caso iracheno, gli USA, nonostante le apparenze, non sono riusciti a mettere propriamente le mani sul petrolio, mentre, con l’avvento della componente sciita al governo di Baghdad, si è dato spazio ad una influenza iraniana sull’Iraq impensabile fino a pochi anni fa.

[7] Per una biografia “unauthorized” di Obama, cfr. Webster Griffin Tarpley,Obama dietro la maschera. La strategia dell'illusione: golpismo mondiale sotto un fantoccio di Wall Street”,  2011, Fuoco Edizioni.

[8] In realtà, moltissime testimonianze sembrano accreditare la tesi secondo cui bin Laden fosse morto al più tardi nel 2006, come pure asserito dall’ex Presidente pakistana Benazir Bhutto in una delle sue ultime apparizioni televisive (cfr. www.youtube.com/watch?v=L2Twb8WwD1U).

[9] Cfr. Alessandro Lattanzio, “Intrigo contro la Siria. La Siria Baathista tra geopolitica, imperialismo e terrorismo”,  edizioni Anteo.





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