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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 29 giugno 2012

LE VITTORIE DI PIRRO DELL'ITALIA di Riccardo Achilli




LE VITTORIE DI PIRRO DELL'ITALIA
di Riccardo Achilli



Forse contagiati dalla vittoria della nazionale di calcio sulla Germania, i giornali italiani (come al solito allineati ai poteri forti) oggi sono tutti orientati verso un trionfalismo eccessivo rispetto ai risultati ottenuti da Monti nel Consiglio europeo di ieri. Certo, considerando che la Merkel aveva iniziato questo vertice con l’intenzione di non concedere assolutamente niente, si può anche dire che la miseria che Monti ha strappato (con l’appoggio determinante di Hollande, senza il quale non si sarebbe ottenuto neanche quel poco che si è ottenuto) sia una vittoria. Ma è una vittoria di Pirro.

Cosa avrebbe ottenuto di così strabiliante Monti?

La concessione più importante sembra essere quella del cosiddetto “meccanismo di stabilizzazione dello spread”. In soldoni, si tratta di prevedere che l’Efsf (1) , che sarà presto sostituito dall’ESM (2), acquisti una parte dei titoli pubblici emessi dai Paesi iper-indebitati, che però rispettino alla lettera le politiche di austerità imposte dal fiscal compact, al fine di ridurre i rendimenti. Da quel poco che filtra rispetto ai meccanismi attuativi concreti, che dovranno essere messi a punto entro dicembre, questo meccanismo sembra poco più che una fumosa presa in giro, per tranquillizzare i mercati (che però si faranno tranquillizzare per poco tempo). Perché?

Perché intanto l’ESM non ha i soldi per effettuare una simile operazione di acquisto di titoli pubblici. L’ESM partirà con una dotazione di capitale di 700 miliardi. Con tale dotazione, potrà indebitarsi emettendo titoli, per poi utilizzare la raccolta per i molteplici fini demandatigli, ovvero l’erogazione di prestiti agli Stati membri in difficoltà, l’erogazione di aiuti per la stabilizzazione dei sistemi bancari (in particolare di quello spagnolo, sul bordo del tracollo), ed infine l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi “virtuosi”, ma sottoposti ad un particolare stress sui rendimenti.
Considerando la situazione depressa dei mercati finanziari attuali, e ipotizzando un buon moltiplicatore (perché i titoli emessi dall’ESM godranno di una priorità particolare nel rimborso rispetto ai titoli del debito pubblico degli Stati nazionali) diciamo di 1 a 5, l’ESM avrà a disposizione 3.500 miliardi per operare. Soltanto il salvataggio del sistema bancario spagnolo potrebbe costare fino a 600 miliardi (tale è l’esposizione del sistema bancario verso il settore immobiliare, una esposizione che si tradurrà quasi tutta in sofferenze, atteso che le banche spagnole non hanno ancora iscritto a bilancio tutte le loro perdite, e che resta l’immane incognita delle Casse di Risparmio, un vero e proprio buco nero in cui ancora non si è guardato a fondo). In più, occorrerà continuare ad erogare prestiti per tenere artificialmente in vita l’economia greca, oramai fallita e dipendente dall’ESM. E siccome, come ha previsto il Centro Studi Confindustria ieri,  la recessione economica prevista per l’Italia per il 2012-2013 impedirà il raggiungimento dell’obiettivo di pareggio di bilancio (come da noi sostenuto già in


occorrerà prevedere aiuti consistenti anche per l’Italia. Quanti soldi saranno ragionevolmente a disposizione per il meccanismo salva-spread montiano? Peraltro, la mancata concessione all’ESM dello status di intermediario creditizio, imposta dalla Merkel, impedirà a tale fondo di potersi avvalere di liquidità emessa dalla Bce per rafforzare la sua dotazione finanziaria. Di utilizzare la Bce in luogo dell’ESM non se ne parla nemmeno: lo statuto della Bce vieta gli interventi sui mercati primari dei titoli pubblici, e Draghi si taglierebbe le vene, prima di autorizzare una modifica statutaria su questo punto.

Inoltre, lo stesso meccanismo di intervento ipotizzato sembra amplificare a dismisura i limiti finanziari dell’ESM. E’ infatti previsto che il meccanismo scatti quando lo spread superi una determinata soglia (p. es. 300 punti-base). Ciò significa che non vi è limite teorico all’ammontare di investimenti che l’ESM dovrebbe mettere in campo per riportare lo spread al di sotto della soglia, in situazioni in cui la speculazione investa contro il debito sovrano di un Paese. C’è da scommetterci: con questo meccanismo, di fronte ad un attacco speculativo serio, l’ESM sarà un soldato senza munizioni.

Infine, è la filosofia stessa di tale strumento che è molto discutibile. Intanto, presuppone la prosecuzione di politiche di austerità di bilancio da parte degli Stati fruitori, che sono proprio quelle politiche che, deprimendo la crescita e quindi il gettito fiscale, impediscono un miglioramento ciclico dei saldi di finanza pubblica, costringendo quindi le singole economie nazionali a rimanere schiacciate da politiche recessive per anni, impoverendosi oltre ogni misura e (come dimostra la Grecia) finendo comunque in default. Per inciso, Monti ha anche mentito, affermando che i Paesi fruitori del meccanismo non saranno monitorati dalla trojka. Mezz’ora dopo, la Merkel ha dichiarato esattamente il contrario: chi vorrà fruire del meccanismo, dovrà sottoporsi ad un controllo specifico sulle sue politiche di bilancio da parte della trojka, e quindi per ridurre di mezzo punto i rendimenti dei propri titoli, dovrà massacrare la sua economia con politiche di austerità. Non sembra che il gioco valga la candela. Tra l’altro, la chicca sulla torta è che tale meccanismo non sarà nemmeno automatico: dovrà passare per una trafila burocratica e la stipula di un memorandum. Ve lo immaginate un meccanismo paralizzato per settimane, in attesa che le procedure burocratiche lo sblocchino, mentre magari un Paese è sottoposto quotidianamente ad un attacco dei mercati rispetto ai rendimenti dei suoi titoli pubblici? E poi la Ue parla di “smart burocracy” e semplificazione amministrativa…ma per favore…
Ma vi è qualcosa di ancor più grave: tale meccanismo contiene una enorme contraddizione strutturale, che rischia di farlo fallire. Siccome i titoli emessi dall’ESM per finanziare, tra l’altro, anche il meccanismo anti-spread hanno una priorità nel rimborso rispetto ai titoli del debito pubblico nazionali, ciò potrebbe spiazzare gli investimenti dei mercati, sottraendoli alle aste per la collocazione dei titoli del debito pubblico, in favore dei titoli emessi dall’ESM. Vanificando l’effetto-calmiere degli acquisti di titoli pubblici effettuati dall’ESM stesso. Un vero e proprio corto circuito finanziario, dovuto ad ovvi effetti di spiazzamento, ed all’avversione al rischio degli operatori finanziari in una fase come quella attuale.
Questo meccanismo inefficace, contraddittorio, controproducente perché perpetua le politiche di austerità di bilancio sarebbe il più grande successo strappato da Monti? Se così è, figuriamoci il resto dei risultati del vertice…E in effetti, gli altri risultati del vertice sono la certificazione di un fallimento nell’affrontare la crisi. Un topolino che dovrebbe contrastare l’enorme montagna di una crisi infinita (il cui prossimo capitolo probabilmente sarà l’esplosione della bolla dei debiti privati per credito al consumo, in continua e forte crescita in tutta Europa). Fra le altre misure più propagandate, si prevedono 130 miliardi di investimenti pubblici, cui vanno aggiunti 4,5 miliardi di project bonds per opere pubbliche. Tale pacchetto avrà effetti? Facciamo qualche conto: si tratta di un pacchetto pari ad appena il 7% del totale degli investimenti fissi lordi effettuati nell’area-euro nel 2011, ed ad appena l’1,4% del suo PIL. Stimando l’effetto di crescita di tale pacchetto sulla base dei contributi al PIL delle componenti di domanda aggregata, esso contribuirebbe ad una crescita del PIL dell’area-euro pari alla strabiliante cifra di 0,04 punti!!! (Stima effettuata su dati Eurostat). Una goccia nel mare che non avrà alcun effetto di ripresa dell’economia europea (per inciso, la stessa somma spesa come incentivo al consumo avrebbe un effetto di 0,6 punti sulla crescita del PIL europeo: di cosa hanno paura i nostri governanti, che predicano l’impossibilità di fare politiche di stimolo ai consumi: di una inflazione al di sotto del 2%? Stiamo scherzando?) Questo pacchetto di investimenti non è niente più che un annuncio politico ad uso e consumo delle opinioni pubbliche (senza contare il fatto che, in assenza di clausole specifiche sull’uso di tali fondi, gli investimenti tenderanno ad essere calamitati dalle economie nazionali più forti, e non certo da quelle sottoposte a piani di rientro dall’extra debito ed in più profonda recessione, che avrebbero maggior bisogno di investimenti).
La golden rule viene rimandata a tempi migliori, ad un approfondimento successivo, che ovviamente è un modo per non realizzarla; di Tobin Tax non se ne parla con grande enfasi (anche perché i principali mercati finanziari europei, quello svizzero e quello britannico, non la applicherebbero, rendendola inefficace); di unione politica si parla vagamente, e soltanto nei termini imposti dalla Germania, ovvero di controllo ancor più stringente sulle politiche di bilancio degli Stati membri da parte di una euro-burocrazia legata ai poteri forti del capitalismo finanziario.
Le altre misure decise nel vertice, come l’avvio di una unificazione bancaria, vanno anche bene, ma il problema di fondo è che le conclusioni del vertice non fanno altro che ribadire una linea neo liberista chiaramente perdente, inadeguata a far ripartire economia ed occupazione, masochistica, che a questo punto va attribuita essenzialmente al disinteresse totale del capitale finanziario rispetto all’andamento reale dell’economia (state pure in recessione per i prossimi cinquant’anni, purché garantiate il puntuale rimborso dei vostri debiti alle banche internazionali ed alle corporation finanziarie).
Non si discute di un piano di fuoriuscita graduale e non traumatica della Grecia dall'euro, con un tasso di cambio controllato entro margini di oscillazione fissi, incaponendosi a non concederle nemmeno una dilazione dei tempi di esecuzione del piano di rientro, senza spiegare come farà un Paese fallito a ridurre la sua esposizione debitoria con la prosecuzione di politiche liberiste; non si discute minimamente degli effetti dell'imminente entrata in vigore del regolamento di Basilea 3, le cui modeste misure anticicliche non sono sufficienti ad evitare larghi credit crunch nelle fasi di crescita stagnante; non si implementa una terapia di shock, dagli effetti immediati, sulla domanda aggregata dei Paesi più virtuosi (Germania, Svezia) in grado di esercitare effetti di locomotiva anche sugli altri, tramite le esportazioni; non si discuterà di un meccanismo europeo di welfare in grado di rimettere milioni di disoccupati dentro il circuito del consumo e della domanda (reddito minimo universale, peraltro suggerito dal Parlamento europeo in una raccomandazione del 2010, nella misura del 60% del reddito mediano nazionale, e di fatto disatteso, anche dal ridicolo meccanismo dell’Aspi ideato dalla Fornero); non si discute dell'unico modo per evitare che, nel medio periodo, Italia, Spagna ed Irlanda finiscano come la Grecia, cioè in default dichiarato, travolgendo l'euro, ovvero la mutualizzazione del debito pubblico tramite gli eurobonds, che consentirebbe di avere un debito pubblico europeo sostenibile, pari all’87% del PIL dell’eurozona, e quindi di poter far ripartire veramente le politiche di stimolo alla crescita. Non si discute della possibilità di attivare un programma di micro opere pubbliche, specie nel settore della difesa del territorio, per Paesi come l'Italia, che oltre ad avere un interesse sociale enorme (ed anche un interesse produttivo, visto che il terremoto dell'Emilia ci mostra che, senza opere di contenimento e difesa, ad andarci di mezzo sono anche gli insediamenti produttivi) attiverebbe anche migliaia di posti di lavoro.

In sostanza, è chiaro che per uscire dal gorgo serve più Europa, ma un’Europa più coesa, più orientata alla crescita, più politica e democratica, e meno tecnocratica. Ma quella che esce dal vertice di ieri non realizza alcun avanzamento in tal senso. Esce un’Europa divisa, che mette a nudo miopi egoismi nazionali (e poi qualcuno dovrebbe spiegare al cittadino tedesco medio a chi esporterà le sue merci la Germania se l’Europa centro meridionale continuerà ad essere massacrata da politiche liberiste) ed approcci emergenziali focalizzati su pseudo-soluzioni di breve termine, approcci tecnocratici e privi di prospettiva politico/strategica, nonché tentativi di gettare fumo negli occhi dei mercati e delle opinioni pubbliche con carabattole tecniche inefficaci e piene di contraddizioni. Niente di tutto ciò è utile per uscire dal tunnel, e niente di tutto ciò, professor Monti, può considerarsi una vittoria vera per il nostro Paese. Come Pirro, abbiamo ottenuto un inefficace meccanismo di calmiere allo spread, in cambio della garanzia che il massacro sociale continuerà (ed infatti oggi la Merkel, in Germania, parla di una vittoria tedesca, e ne ha ben donde: di eurobonds non se ne parlerà mai più).
E’ una vittoria? E’ una prova di dignità nazionale? Cos’è?  


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(1) European Financial Stability Facility

(2) Meccanismo Europeo di Stabilità



giovedì 28 giugno 2012

SOLIDARIETÀ DI CLASSE



Un pò per celia e un pò per non morir: 
SOLIDARIETA' DI CLASSE
La vecchia talpa ha smesso di scavare, il suo posto è stato preso dall'armadillo, animale corazzato, che scava tunnel sotterranei e si nutre di cadaveri di ogni razza. Costui tra poco adornerà le bandiere del capitalismo globale che, nel segno del profitto, non guarda in faccia nessuno, nemmeno le migliaia di imprese manifatturiere che, fagogitate da capitalismi più agguerriti e con mano d'opera più a buon mercato, stanno facendo agli altri quello che per secoli hanno subito. Chi pensava che almeno tra loro esistesse solidarietà di classe, deve ricredersi, come in ogni competizione esiste l'associazione degli egoisti che la fa da padrona e vince chi riesce a dare l'altro in pasto all'armadillo.
L'odierna Europa è destinata a rivedere i suoi standard di vita, ed alla svelta, a meno che un default generalizzato non imponga una impennata dei paesi più indebitati che si rifiutino di pagare o di congelare il loro debito pubblico a sine die. In fondo si tratta di pezzi di carta sui quali da oltre trenta anni, banche e finanzieri hanno abbondantemente lucrato e ricavato il danaro investito e per diverse volte.
Noi italiani ci ritroveremo a vendere una parte degli Uffizi, qualche gradinata del Colosseo, un quartiere di Pompei, le terme di Caracalla, qualche villa veneta e così via, a meno che a qualche buontempone non venga in mente di raccimolare qualche spicciolo da chi ne ha tanti.
All'armadillo Monti l'ultima parola.
Alfredo Mazzucchelli

mercoledì 27 giugno 2012

I consigli operai






di G.L. - R.A.



Intervista con il compagno Maurizio Garino

"Gramsci si mise le mani nei capelli. La mia affermazione che tutte le dittature, compresa quella del proletariato, sarebbero sempre finite con l'accentramento del potere nelle mani di una minoranza dirigente, e, più ancora, la mia affermazione che i primi ad essere fucilati saremmo stati noi libertari, lo aveva addolorato e scandalizzato. - Non dire queste cose, Garino! - Mi disse... Vorrei che Gramsci fosse vivo oggi, nel 1971, dopo tutto quello che la dittatura del proletariato ha causato in Russia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia...". Questo ci dice Maurizio Garino, che siamo andati a trovare a Savona, per parlare con lui del movimento dei consigli di fabbrica a Torino nel biennio rosso (1919-20), che lo vide diretto partecipe, ed anche protagonista.

Infatti Garino, nato in Sardegna 78 anni fa, dopo due anni di militanza nella gioventù socialista, fu tra i fondatori dei Circolo di Studi Sociali che sorse a Torino dopo la morte di Francisco Ferrer (educatore ed agitatore anarchico spagnolo, precursore della pedagogia libertaria, assassinato dalla reazione nel 1910) e che divenne poi la Scuola Moderna "F. Ferrer" della Barriera di Milano. Partecipò attivamente agli scioperi dei metalmeccanici del '12 e del '13, alla settimana rossa ed alle dimostrazioni contro la guerra dell'agosto 1917; fu in seguito il primo ad indire uno sciopero nelle officine di Savigliano contro lo sfruttamento delle donne e dei soldati. Più volte incarcerato, subì la violenza dello stato. Dopo aver militato nel movimento anarchico ancora alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, si è ora ritirato a vita privata per ragioni di salute e di età. Dopo oltre cinquant'anni da quei drammatici avvenimenti, ancora oggi Garino parla con estrema lucidità e precisione della sua partecipazione alle lotte operaie, alle occupazioni delle fabbriche, alla resistenza anti-poliziesca ed anti-fascista che caratterizzarono quel periodo decisivo per la classe operaia italiana che passa sotto il nome di biennio rosso. Insieme con Italo Garinei (morto circa tre mesi fa) e Pietro Ferrero (assassinato dagli squadristi fascisti), Maurizio Garino fu infatti uno degli anarchici più influenti fra la classe operaia torinese, ed i suoi discorsi ed i suoi scritti, allora come oggi, sono un passaggio obbligato per chi voglia studiare le lotte di quel tempo, per chi voglia riproporre oggi la tematica dei consigli. La lezione storica dell'occupazione delle fabbriche culminata nel settembre del 1920 è quanto mai attuale in un momento come questo in cui alcuni settori della classe operaia stanno portando avanti dure lotte autonome contro il padronato, al di fuori e contro gli stessi sindacati.
"I consigli - sottolinea al riguardo il compagno Garino - dovevano rappresentare, secondo i nostri intendimenti, tutti gli operai ed essere organismi di base, in opposizione alle commissioni interne, scelte dai dirigenti sindacali, che rappresentavano solo gli operai che pagavano la tessera del sindacato. Riguardo ai rapporti con le organizzazioni sindacali, tre furono le tesi che vennero sostenute. La prima voleva i consigli all'interno dei sindacati, in modo da annientarne l'autonomia dai consigli stessi. La seconda, sostenuta da Antonio Gramsci e dai socialisti dell'"Ordine Nuovo", era contraria a questo inserimento e considerava i consigli come organi rivoluzionari tendenti alla conquista del potere politico. Ed infine la terza, sostenuta da noi anarchici, vedeva nei consigli gli organi rivoluzionari, al di fuori del sindacato, capaci non di conquistare il potere, ma di abbatterlo. L'organizzazione dei consigli era caratterizzata dalla revocabilità immediata, da parte della base, di ogni carica. Ogni reparto sceglieva un commissario nella persona di un operaio, che doveva studiare tutto il ciclo produttivo e comunicare le sue conoscenze ai compagni di reparto, così da eliminare ogni gerarchia di funzioni direttive all'interno della fabbrica.
Il consiglio di fabbrica era nominato dalla riunione dei commissari di reparto. Contemporaneamente, a livello nazionale, si cercò di organizzare un congresso per collegare federativamente i consigli di fabbrica e per scavalcare i partiti ed i sindacati. Il congresso fu reso impossibile, pochi giorni prima del suo inizio, dallo scatenarsi della reazione".
Chiediamo a questo punto ulteriori spiegazioni al compagno Garino sulle differenze fra i consigli ed i sindacati, ed in particolare sulla posizione di quegli anarchici che si trovavano a militare nella C.G.L. (sindacato socialista) o nell'Unione Sindacale Italiana (sindacato libertario). "Sì può affermare che i consigli operai erano una sorta di soviet, che ampliavano ed approfondivano i compiti delle commissioni interne. In pratica, i consigli si formavano lungo le complesse strutture dell'azienda, e si differenziavano dalle organizzazioni sindacali producendo due fatti nuovi:
1) combattendo nell'operaio la mentalità del salariato, gli facevano scoprire la coscienza di produttore, con tutte le conseguenze di ordine psicologico e pedagogico.
2) educando ed addestrando gli operai all'autogestione, facevano loro acquisire le conoscenze necessarie alla conduzione dell'azienda.
Quindi i consigli, a differenza dei partiti e dei sindacati, non erano solo delle organizzazioni contrattuali, ma piuttosto delle associazioni naturali, necessarie, indivisibili. Non c'era né un capo né una qualsiasi gerarchia che organizzasse dei gregari in un gruppo politico determinato; qui era lo stesso processo produttivo che inquadrava organicamente e funzionalmente tutti produttori. In questo senso i consigli rappresentano ancora oggi il modello di un'organizzazione unitaria dei lavoratori, e così l'unità è reale perché il prodotto non di un'intesa, di un compromesso, di una combinazione, ma di una necessità".
Si viene così al problema degli anarchici e delle loro organizzazioni nel movimento dei consigli, ai loro apporti teorici ed organizzativi; Garino inizia ricordando la figura di Pietro Ferrero, anarchico, segretario della FIOM torinese, il sindacato dei metalmeccanici aderenti alla CGL. Visibilmente commosso, Garino ci parla a lungo del "compagno ed amico" Ferrero, sempre in prima linea nelle lotte operaie, anarchico militante ed aderente come lui al sindacato socialista con lo scopo di portare all'interno della stessa CGL il discorso rivoluzionario. La tragica fine di Ferrero, assassinato dai fascisti il 18 dicembre 1922 dopo lunghe ed atroci sevizie, ed il cui cadavere straziato fu successivamente legato ad un carro e trascinato per le strade di Torino come trofeo di vittoria, ci offre lo spunto per trattare il tema dello squadrismo fascista; Garino si ricorda con molta chiarezza delle violenze operate dalle squadre fasciste contro gli operai che lasciavano le fabbriche, al termine delle dure occupazioni. La borghesia si vendicava della grande paura causata in lei dal movimento dei consigli finanziando lo squadrismo in camicia nera, e preparando quella che l'anarchico Luigi Fabbri ha definito la "controrivoluzione preventiva".
Il compagno Garino, comunque, nel corso del colloquio, torna più volte sulla fondamentale differenza di valutazioni teoriche e pratiche fra gli anarchici, appoggiati parzialmente da Antonio Gramsci e dall'"Ordine Nuovo", ed i socialisti, o meglio, la dirigenza social-riformista della CGL e del PSI. A livello sindacale, infatti, solo gli anarco-sindacalisti dell'U.S.I. appoggiarono il movimento dei consigli, pur sollevando alcune riserve sia di carattere teorico, sia di carattere organizzativo. Lo stesso Garino, concludendo la sua relazione sui consigli di fabbrica e di azienda al Congresso dell'Unione Anarchica Italiana (Bologna - 1/4 luglio 1920), aveva d'altra parte affermato che "come mezzo di lotta immediata, rivoluzionaria, il consiglio è perfettamente idoneo, sempreché non sia influenzato da elementi non comunisti. Esso sostituisce alla mentalità del salariato la coscienza del produttore, imprimendo ai movimenti operai un chiaro sentimento espropriatore... Riteniamo sia desiderabile, da parte degli anarchici comunisti, favorire la creazione e lo sviluppo di questi strumenti di lotta e di conquista senza però farne l'unico campo d'azione e di propaganda, e come per il passato, non chiudersi nella stretta cerchia sindacale, continuando ad esplicare la nostra maggiore attività in campo politico...". A cinquant'anni di distanza, Garino è convinto che gli anarchici abbiano fatto tutto il possibile all'epoca dell'occupazione delle fabbriche per sostenere le lotte operaie e per sconfiggere le correnti anti-rivoluzionarie e sostanzialmente borghesi rappresentate da D'Aragona, Buozzi, Baldesi e dagli altri dirigenti del PSI e della CGL. Non si riuscì ad impedire che la rivoluzione fosse messa ai voti in una squallida riunione cui parteciparono centinaia di dirigenti socialisti, ormai isolati dal reale movimento operaio, e questo portò ad accentuare la sfiducia, la stanchezza, la confusione fra gli operai, a convincerli della necessità di disarmarsi e di abbandonare le fabbriche occupate, a favorire così la rivincita padronale e l'instaurazione della dittatura fascista. In questo contesto, sia l'occupazione delle fabbriche, sia la posizione assunta al riguardo dagli anarchici, sono attuali, e devono essere profondamente meditate da chi non le abbia vissute.
"La situazione attuale non è certo uguale a quella del 1920, quando bastò la decisione unilaterale della direzione della FIAT di spostare l'orario di lavoro dall'ora solare a quella legale, per scatenare nell'aprile il famoso sciopero durato tre settimane, durante il quale si tennero numerosissimi comizi; fra l'altro, proprio durante uno di questi comizi agli operai, in cui parlavo come anarchico del gruppo libertario torinese e come aderente alla FIOM, fui arrestato. In ogni caso, tanto allora quanto oggi, siamo sempre stati considerati dei sognatori, degli utopisti; noi siamo certi di non esserlo, ed anche l'esperienza del biennio rosso conferma le nostre tesi: l'unica via rivoluzionaria aperta di fronte alla classe operaia è quella della rivoluzione libertaria, dell'autogestione".


G.L. - R.A.

lunedì 25 giugno 2012

EDUCAZIONE O BARBARIE di Carlo Milani




              Educazione o barbarie
                                                      di Marco Milani


Cornelius Castoriadis (Costantinopoli, 1922 – Parigi, 1997) è stato uno dei maître à penser più innovativi della cultura francese del secondo Novecento. Greco di nascita, riparò in Francia negli anni Quaranta. Fondatore del gruppo Socialisme ou Barbarie con Claude Lefort, pubblicò l’omonima rivista dal 1949 al 1966. Inizialmente comunista (fu vicino al trotskismo fino a vent’anni), ha maturato una delle critiche più radicali e articolate del marxismo, specialmente della tecnoburocrazia sovietica, sviluppando il concetto di autonomia. È stato filosofo, psicanalista, economista e, soprattutto, attivista rivoluzionario. La sua opera è assolutamente enciclopedica, non solo vasta ma varia al punto da toccare in profondità i campi del sapere più disparati. Ma questa poliedricità non ha favorito la diffusione del suo pensiero, al contrario: in Italia sono state tradotte e pubblicate poche opere (spesso parzialmente), e anche all’estero rimane un autore di gran lunga più citato che letto e assimilato.
Democrazia e relativismo, il libretto pubblicato ora da Elèuthera, è una buona occasione (l’unica in lingua italiana) di incontrare il pensiero di Castoriadis nei suoi tratti essenziali. Depurato dalle difficoltà dei linguaggi accademici e specialistici, ma non banalizzato, si presenta come dialogo fra Castoriadis e i membri del MAUSS (Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali), tra cui ricordiamo Alain Caillé, Serge Latouche e Chantal Mouffe. Le questioni poste dal MAUSS, fucina di primo piano di intellettuali marxisti eterodossi, danno vita a un dibattito vivace, in cui le analisi e proposte di Castoriadis emergono per radicalità e chiarezza. Frutto di cinquant’anni di attività, dopo altri quindici anni sono più attuali che mai.
Innanzitutto, la democrazia. Per Castoriadis, la democrazia non è data dalla natura né dallo sviluppo dialettico dei rapporti sociali, è una creazione storica e autonoma degli esseri umani che decidono di autogovernarsi e, in quanto tale, costruzione aleatoria. Nulla è più estraneo di questo al pensiero marxista, ispirato dalla necessità della rivoluzione. In due momenti della storia, nell’Atene classica e nell’Occidente, l’idea di una società autonoma (che si dà regole da sé), s’impone rispetto all’eteronomia dilagante. Il germe di questa autonomia «è la messa di discussione di sé stessi»: la capacità di riflettere su sé stessi, di prendere le distanze e di rivoltarsi contro l’istituito e di creare dal nulla nuove istituzioni sociali.
Questo processo incessante di rimessa in discussione esprime un relativismo radicale. Ma non si tratta di una resa critica di fronte al divenire, al contrario. Il riconoscimento che le dinamiche sociali sono legate in maniera indissolubile alle fragili contingenze umane, e sono del tutto svincolate da presunte necessità storiche, ragioni razionali o istanze trascendenti, è una precondizione per l’esercizio della libertà. Nessuno spontaneismo, nessuna soluzione facile né definitiva, poiché «Niente e nessuno può proteggere l’umanità dalla sua propria follia» (1). Ma tanto meno può essere una soluzione l’eteronomia, in qualunque sua forma, di delega ai rappresentanti, o di soggezione a un potere dittatoriale, regale, imperiale. Per questo l’unica democrazia possibile è la democrazia diretta, a sostegno della quale Castoriadis offre argomentazioni semplici ed eleganti.
Quali sono gli strumenti per coltivare un immaginario di autonomia, che è la base dell’esercizio della libertà? Castoriadis indica con forza la paideia, l’educazione:

«la partecipazione dei cittadini, a tutti i livelli della società, non è una faccenda nella quale basta aspettare un miracolo, bisogna lavorarci intensamente, introdurre delle disposizioni istituzionali che la facilitino. […] Nessuno nasce cittadino. E come lo si diventa? imparando a esserlo. Lo si impara, innanzitutto, osservando la città in cui ci si trova.».

Consapevoli (e Castoriadis cita esplicitamente Berlusconi e il suo omologo francese Bouygues) che la situazione è grave, forse senza rimedio, perché l’immaginario è dominato dall’immondizia televisiva, dalla volgarità dell’esibizionismo pornografico di massa.
Il discorso si conclude con una duplice apertura al futuro. A proposito dell’insostenibilità dell’ideologia del Progresso, vero punto in comune fra il marxismo e il liberalismo, sia a livello economico sia a livello tecno-scientifico:

«Ecco quindi qual è il punto centrale della questione politica oggi. Una società autonoma può essere instaurata solamente dall’attività autonoma della collettività. Tale attività presuppone che gli esseri umani investano con forza ben altro che non la possibilità di acquistare un nuovo televisore a colori. Più profondamente, essa presuppone che la passione per la democrazia e la libertà, per gli affari comuni, prenda il posto della distrazione, del cinismo, del conformismo, della corsa al consumo. In breve: essa presuppone, tra l’altro, che l’economico cessi di essere il valore dominante o esclusivo. [...] Diciamolo in maniera ancora più chiara: il prezzo da pagare per la libertà è la distruzione dell’economico in quanto valore centrale e, di fatto, unico. È un prezzo davvero tanto alto? Per me, certamente no: preferisco infinitamente avere un nuovo amico piuttosto che un’automobile nuova. Preferenza soggettiva, senza dubbio. Ma ‘oggettivamente’? Lascio volentieri ai filosofi politici il compito di ‘fondare’ lo (pseudo-)consumo in quanto valore supremo. Ma c’è qualcosa di più importante ancora. Se le cose continuano la loro corsa attuale, questo prezzo dovrà essere pagato in ogni caso. Chi può credere che la distruzione della Terra potrà continuare ancora un secolo al ritmo attuale? Chi non vede che questa distruzione si accelererà ancora se i paesi poveri si industrializzano? E chi stringerà la cinghia, quando non sarà più possibile tenere le popolazioni fornendo loro costantemente nuovi gadget? […] È certo che non si può continuare così. Ma è certo che non si può puramente e semplicemente dire: si distrugge tutto e si riparte da zero. Siamo la prima società in cui la questione di un’autolimitazione dell’avanzamento delle tecniche e delle conoscenze si pone non per ragioni religiose o simili, o politiche in senso totalitario – Stalin che decreta che la teoria della relatività è antiproletaria –, ma per ragioni di [...] prudenza nel senso profondo del termine. E insisto: parlo di limiti non solo della tecnica, ma anche della scienza. […] mi piacerebbe molto che un Hubble ancora più potente ci permetta di sapere se c’erano oppure no delle protogalassie quindici miliardi di anni fa, è un problema che mi appassiona. Ora, gli Hubble e i satelliti implicano la totalità della scienza e della tecnica moderna. Dove andremo a porre questo limite, e chi lo porrà, e a partire da cosa? Questa è una vera domanda».



Approfondimenti su: http://www.castoriadis.org/

1. «Nessuno può proteggere l’umanità contro la follia o il suicidio», «La polis grecque et la création de la démocratie» (1982-1986), ripreso in Domaines de l’homme, Paris, Le Seuil, 1986, p. 297; nuova edizione collana «Points», p. 371.



Bibliografia italiana di Castoriadis
La Società burocratica - I rapporti di produzione in Russia, SugarCo, Milano, 1978 (esaurito)
L’Immaginario capovolto, Elèuthera, Milano, 1987 (con Pierre Ansart, Amedeo Bertolo et al.)
Gli incroci del labirinto, Hopefulmonster, Firenze, 1989 (esaurito)
L’enigma del soggetto. L’immaginario e le istituzioni, Dedalo, Bari, 1998
L’istituzione immaginaria della società, Bollati Boringhieri, Torino, 2000 (esaurito)
La rivoluzione democratica. Teoria e progetto dell’autogoverno, Elèuthera, Milano, 2001
Finestra sul caos. Scritti su arte e società, Elèuthera, Milano, 2007
Democrazia e relativismo, Elèuthera, Milano, 2010

 


da      rivista anarchica
Nov.2010




venerdì 22 giugno 2012

Il Congo: una tragedia dimenticata, di Riccardo Achilli




Nel presente articolo si ripercorreranno i recenti avvenimenti storici della Repubblica Democratica del Congo, Paese che rappresenta, da solo, l'immagine stessa della tragedia di un intero continente. L'analisi degli avvenimenti congolesi recenti è propedeutica ad un esame dei suoi assetti sociali e quindi delle sue prospettive future, che sarà fatto alla fine.

I primi anni di indipendenza: l'ascesa di Mobutu

Decolonizzatosi dal dominio belga nel 1960, il Paese si ritrova in mano ad una giovane classe dirigente tecnicamente e politicamente impreparata a gestirlo, costituita essenzialmente da piccoli funzionari esecutivi del governo coloniale e da ex militari della guardia coloniale belga, sostanzialmente una sorta di mezza classe impiegatizia che era l'unica ad aver potuto ricevere una educazione di base in un Paese largamente analfabeta, ma assolutamente priva di esperienza politica di base e spesso, nel caso di chi veniva dai ranghi militari, anche culturalmente impreparata a guidare il Paese in forma democratica.
In un tessuto sociale di tipo tribale frammentato in centinaia di etnie, la dialettica politica che si va formando nella giovane Repubblica parlamentare si frammenta per appartenenza politico-ideologica e per linee etnico/tribali, creando un miscuglio esplosivo, foriero di future tragedie, non appena l'imperialismo occidentale, interessato alle incredibili ricchezze minerarie delle regioni dell'est e del sud del Congo accenderà la miccia.
E ciò avverrà immediatamente: le ricche regioni minerarie del Katanga e del Sud Kasai dichiarano subito la loro indipendenza, istigate dalla potentissima multinazionale belga Union Minière du Haut Katanga (che nel Katanga conserva importanti interessi nell'industria estrattiva) e dagli USA (nel caso della regione diamantifera del Sud Kasai, infatti, la multinazionale che finanziò i secessionisti era la Société internationale forestière et minière du Congo, detenuta in quota uguale dal Governo belga e da businessmen statunitensi).
Accanto agli interessi economici dell'industria estrattiva, vi è l'interesse politico, da parte degli USA, di bloccare la possibile estensione dell'influenza dell'Urss sulla neonata Repubblica, tramite il Primo Ministro Patrice Lumumba, eroe dell'indipendenza e di tendenza socialista nazionalista, che per contrastare l'influenza imperialista esterna e la conseguente disgregazione del Paese, con la perdita delle regioni più ricche, chiede immediatamente l'aiuto sovietico. Lumumba verrà quindi deposto da un colpo di Stato architettato dalla CIA, dopo esser stato isolato politicamente ad arte, mettendogli contro il presidente Kasa-Vubu (ed in questo caso sfruttando abilmente le divisioni etniche; Kasa-Vubu è infatti un Bokongo che sogna di imporre a tutto il Paese l'egemonia della sua etnia, mentre Lumumba è un Tetela) e provocando scissioni nel suo partito, l'MNC (abbandonato dal secessionista del Kasai Kalonji e dal moderato Iléo). Il colpo di stato che rovescia Lumumba è guidato da un altro suo ex alleato che lo abbandona, il capo di Stato Maggiore Joseph-Désiré Mobutu, che sfrutta abilmente le divisioni etniche nell'Esercito nazionale, imprudentemente “africanizzato” da Lumumba, eliminando troppo rapidamente gli ufficiali belgi che lo comandavano (e quindi creando, contemporaneamente, uno scadimento immediato della disciplina e il fiorire di bramosie, da parte dei vari gruppi etnici, ad occupare le ambite posizioni di comando lasciate libere dagli ufficiali europei; due ingredienti micidiali che aprono la strada al putsch militare). I militari baluba e bangala, che non si sentono rappresentati adeguatamente nella nuova catena di comando, sferrano il golpe, di cui Mobutu approfitta, grazie alla sua amicizia con il Governo belga, per prendere il potere a settembre 1960.
A quel punto, eliminato ed assassinato Lumumba, ed installato al potere Mobutu, l'Occidente provvede a cancellare gli esperimenti secessionisti del Katanga e del Sud Kasai, varati strumentalmente soltanto per indebolire Lumumba. Con l'aiuto delle truppe dell'ONU, che fino a quel momento erano rimaste passive ad assistere agli eventi, le regioni secessioniste vengono riconquistate dopo brevi ma sanguinosissime campagne militari, condite da azioni punitive contro le popolazioni civili sotto lo sguardo indifferente dei caschi blu, e contro la guerriglia lumumbista.
Nel 1965, Mobutu eliminerà anche il presidente Kasa-Vubu e, con l’adesione entusiasta degli USA e della ex metropoli fonderà una dittatura tipicamente africana, basata sui seguenti tratti caratteristici:
-          L’eclettismo ideologico; Mobutu sarà fino all’ultimo alleato politico degli USA, tanto da intervenire militarmente contro la guerriglia comunista in Angola, e da aprire, soprattutto nella prima fase, il suo Paese ad un enorme flusso di investimenti esteri nel settore minerario, ma non disdegnerà aiuti militari dalla Cina e dalla Corea del Nord, ed a metà degli anni Settanta inizierà una disastrosa politica di nazionalizzazione nel settore minerario, che gli allontanerà i favori del suo alleato occidentale, e che sarà pagata da un declino economico immediato e dall’allungamento della manomorta del FMI;
-          un richiamo all’identità culturale africana, non vissuto però, come fecero Sankara o Nyerere, come richiamo a forme di socializzazione comunitaria, ma come una africanizzazione soltanto di facciata, che finisce quindi per assumere toni grotteschi (il Paese viene ribattezzato Zaire, Mobutu si ribattezza con una espressione che significa “Il grande guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo” e si fa vedere in pubblico con sontuose vesti in pelle di leopardo, animale che secondo i Bantu simboleggia coraggio ed astuzia);
-          un culto della personalità associato ad un consenso basato su legami etnici e tribali, e quindi inevitabilmente su una catena di corruzione e nepotismo capillarmente diffusa in ogni ganglio della società, e sul suo risvolto, ovvero una feroce repressione rispetto agli esclusi da tale cerchia ristretta di privilegiati. 
Il dittatore Mobutu



La fine di Mobutu e la prima guerra congolese

Di fatto, all’ingresso degli anni Novanta, Mobutu si ritrova in mano un Paese che non ha beneficiato di alcuna modernizzazione nel suo assetto sociale, con un tasso di analfabetismo in crescita, un impoverimento drammatico, con l’industria mineraria, l’unica a fornire le risorse di esportazione, in rovina, dopo le nazionalizzazioni, un debito pubblico alle stelle e la Banca centrale senza riserve, a causa delle continue razzie di denaro pubblico del clan mobutista, un Pil che scende a picco, e che nel 1994-1995 sfiora una decrescita di 15 punti percentuali all’anno, una iperinflazione che genera una svalutazione mostruosa: se a gennaio 1990 erano sufficienti 512,8 zaire per comprare un dollaro, a gennaio 1994 ce ne vogliono 355.500.000!! Il malcontento popolare diviene inarrestabile, e nel 1990 il regime è costretto a reintrodurre il multipartitismo, mentre lo stesso Mobutu, vecchio e stanco, si isola sempre più nella sua sontuosa villa nella giungla.
Il puntello tradizionale del regime mobustista, ovvero l’Esercito, si è dimostrato indisciplinato ed inefficiente: durante la campagna militare contro la guerriglia comunista angolana di Agostinho Neto, interi reparti dell’esercito disertano o si mettono addirittura a combattere fra loro. Nel 1977, quando Neto promuove una insurrezione secessionista nel Katanga, soltanto l’intervento congiunto di Francia, Belgio, Marocco, Togo e Costo d’Avorio, sotto l’egida dell’ONU, salverà Mobutu.
All’estero, poi, i suoi tradizionali protettori, Francia e Belgio, lo abbandonano non appena, con la caduta del muro di Berlino, non serve più avere gendarmi anticomunisti. In questo modo, il grande guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo paga, nei confronti dei suoi protettori, le sue ambiguità, le nazionalizzazioni di imprese minerarie occidentali, il suo opportunismo politico e la sua megalomania.
Manca solo una piccola spinta per far precipitare un regime oramai debolissimo. E questa spinta arriva da un vicino dello Zaire, ovvero il Ruanda. Nel 1994, l’esplosione di questo Paese genera un gigantesco flusso di profughi, soprattutto di etnia Hutu. Circa 2 milioni di persone entrano in un Paese, come lo Zaire, prostrato da una crisi economica, sociale e sanitaria gravissima, facendo esplodere definitivamente la situazione. Fra i profughi si trovano i membri della milizia Hutu Interahamwe, che aveva preso parte al genocidio dei Tutsi ruandesi, armati di tutto punto ed in cerca di sopravvivenza ed impunità. 

Miliziani Interahamwe

 

La reazione del Governo Tutsi ruandese, installatosi al potere dopo il genocidio grazie all’intervento dell’ONU, è immediata: l’esercito governativo ruandese effettua continui raid nei campi profughi Hutu dello Zaire, sia per scovare miliziani Interahamwe da uccidere, sia soprattutto per razziare i profughi dei loro miseri averi, al fine di contribuire a rimpolpare le casse vuote del Governo del Ruanda. D’altro canto, gli Interahamwe rifugiati in Zaire, riorganizzatisi sotto la sigla RDR, conducono analoghi raid punitivi contro le popolazioni ruandesi, usando i campi profughi come basi logistiche.
Oramai la miccia per l’esplosione dello Zaire è innestata, e nonostante la decisione criminale di Mobutu di rimpatriare con la forza migliaia di profughi ruandesi, destinandoli a morte certa, oramai l’est dello Zaire è presidiato stabilmente dall’esercito ruandese e da milizie irregolari Interahamwe, e sfugge al controllo di Kinshasa. In questo caos, la provincia orientale del Kivu meridionale diviene lo scenario dell’ennesima rivolta anti-Mobutu. Quando il governatore mobutiano di tale provincia ingiunge ai Banyamulenge, una etnia di origine ruandese, di abbandonare il Paese, nel quadro delle espulsioni decise da Mobutu per tentare di arginare il contagio allo Zaire dei fatti ruandesi, costoro si rifiutano e, armati dal Governo Tutsi ruandese, il 7 ottobre 1996 iniziano a scambiare una fitta sparatoria, a colpi di mortaio, con l’Esercito governativo dello Zaire, sulle due rive del lago Kivu. Questo episodio è considerato l’inizio della prima guerra del Congo. 
Quasi immediatamente, i Banyamulenge si uniscono all’opposizione armata anti-Mobutu, rappresentata dall’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo (AFDL). L’AFDL è composta da residui della sinistra lumumbista ed altre sigle minori, che rappresentano singoli gruppi etnici. E’ chiaramente una creatura del Governo ruandese Tutsi e del Governo ugandese di Museveni, dittatore filo occidentale interessato in modo particolare alle risorse diamantifere del Paese.
Con l’assistenza militare ruandese ed ugandese, l’AFDL inizia una campagna contro l’esercito dello Zaire e contro le forze Hutu dell’RDR, basata su attacchi ai campi profughi dell’est del Paese, sistematicamente distrutti. Migliaia di profughi vengono massacrati sul posto, altre migliaia costretti a rifugiarsi nelle foreste, dove saranno vittime di malattie, bestie feroci e fame. Come era prevedibile, l’indisciplinato e demotivato Esercito governativo dello Zaire si dissolve rapidamente ai primi combattimenti contro l’AFDL, mentre emerge, a capo dei ribelli, la figura di Laurent-Désiré Kabila. Originario di un’altra provincia tradizionalmente secessionista, il Katanga, estranea allo scenario del conflitto, che riguarda le province orientali, Kabila negli anni Sessanta guida una piccola milizia etnica, costituita da Lubas, alleata di Lumumba. Affarista e trafficante, verrà definito come “un contrabbandiere, più che un guerrigliero” da Che Guevara nel 1965. Dopo l’ascesa al potere definitiva di Mobutu, Kabila sopravviverà nella foresta del Katanga, trafficando in diamanti. 

Strage di bambini innocenti: l'immagine più emblematica della sporca guerra del Congo



Nel 1997 viene messo a capo dell’AFDL dal Presidente ugandese Museveni, con il quale traffica in diamanti da sempre, e provvede ad eliminare il suo rivale politico diretto, Kissasse Ngandu. Sotto la guida di Kabila, il Nord ed il Sud Kivu vengono rapidamente conquistati, ed i ribelli iniziano a volgere lo sguardo verso la capitale Kinshasa. La marcia verso la capitale viene favorita dalla popolazione civile che, stanca di Mobutu, accoglie i ribelli come liberatori, e dallo sfaldamento definitivo dell’Esercito governativo. Il 17 maggio 1997 l’AFDL entra a Kinshasa, Mobutu fugge in esilio e Kabila si autoproclama Presidente della Repubblica. L’AFDL viene immediatamente proclamata nuovo esercito nazionale.
Fin dall’inizio, la prima guerra congolese coinvolge altri Stati. Infatti, da un lato i ribelli dell’AFDL possono contare sull’aiuto militare del Ruanda, del Burundi e dell’Uganda, mentre dall’altro, Mobutu si fa spalleggiare dalla milizia angolana UNITA, che in passato aveva aiutato a combattere contro i comunisti, oltre che dagli Hutu ruandesi dell’RDR. Tale coinvolgimento di altri Paesi non è soltanto dovuto a motivi etnici (i Governi del Ruanda e del Burundi entrano in conflitto per spalleggiare i Banyamulenge, ovvero i Tutsi congolesi) ma soprattutto a motivi economici: il governo ugandese è infatti interessato a mettere le mani sull’oro e i diamanti,; il Governo ruandese di Paul Kagame è interessato a mettere le mani sulle ricchezze del Congo per ripagare gli enormi debiti contratti durante la guerra civile del 1994. Su tutto ciò, aleggiano gli interessi imperialistici, soprattutto della Francia e degli USA, alleati sia di Museveni che di Kagame, e che hanno volutamente lasciato l’AFDL rovesciare l’oramai scomodo ex amico Mobutu, al fine di riprendere il controllo del Paese con nuovi, ed auspicabilmente più presentabili ed affidabili, leader. 

Laurent Désiré Kabila



Il breve governo di Laurent-Désiré Kabila e la seconda guerra del Congo

Gli interessi esterni sul Paese (ribattezzato nuovamente Repubblica Democratica del Congo) mettono alle corde immediatamente il nuovo Governo di Kabila. Il suo tentativo di rendersi autonomo dal Ruanda e dall’Uganda, che mantengono sul territorio del Congo reparti dei propri eserciti, nonché di non farsi condizionare dai creditori internazionali dell’enorme debito pubblico accumulato da Mobutu, che ora pretendono il rimborso e quindi politiche economiche di estrema austerità, si ritorce contro di lui: spuntano fuori accuse internazionali per il genocidio dei profughi dei campi del Kivu, perpetrati nella prima fase della guerra, e ben presto le sue pratiche di corruzione e nepotismo, del tutto identiche a quelle di Mobutu, gli allontanano il favore dell’opposizione democratica, diretta da Francia e Stati Uniti. Ma anche le componenti politiche nazionaliste si allontanano rapidamente da Kabila, accusato di essere troppo accondiscendente con i suoi protettori esterni, ugandesi e ruandesi.
D’altra parte, Kabila eredita un Paese ingestibile: stremato dalla crisi economica indotta da Mobutu, ed aggravata dalla guerra, il debito pubblico alle stelle, alimentato anche dalle spese di guerra, le fragili infrastrutture di collegamento, specie verso l’est, danneggiate, la rete sanitaria nazionale, già fragilissima, stressata da migliaia di feriti di guerra e profughi, e le condizioni igieniche, già critiche, che sono arrivate a punti di rottura, specie nelle province orientali che hanno subito l’immigrazione dei profughi e la guerra. Intere aree del Paese sono oramai fuori dal controllo del Governo di Kinshasa, specie le aree minerarie più ricche: all’est, bande paramilitari costituite da Interahamwe superstiti, ma anche da reparti dell’ex esercito governativo allo sbando, da Banyamulenge e altri gruppi, imperversano, spesso attraversando tranquillamente la frontiera con il Ruanda. Il Katanga ribolle, come suo solito, di irredentismo, il nord est del Paese è presidiato dall’esercito ugandese, e su altre regioni del Paese operano altre bande armate, spesso costituite da componenti dell’ex esercito governativo mobutista.
Quando Kabila cerca di riprendere in mano questa situazione oggettivamente ingestibile, tutto quanto esplode nuovamente. A luglio 1998, cerca di liberarsi dell’influenza ugandese e ruandese: sostituisce il capo di gabinetto ruandese con un congolese, ed ordina alle truppe governative di Uganda e Ruanda di sloggiare dal Paese immediatamente. I Banyamulenge, preoccupati dalla possibilità che la rottura fra Kabila ed il Governo ruandese possa essere propedeutica ad un loro isolamento, prendono le armi, scatenando la seconda guerra del Congo. Il 2 agosto 1998, i reparti governativi di etnia Banyamulenge stazionati a Goma (al confine orientale con il Ruanda) si ribellano a Kinshasa, assistiti immediatamente dal governo ruandese che mette in piedi una coalizione anti-Kabila, il Rassemblement Congolais pour la Démocratie (RCD) composto soprattutto da Banyamulenge, e guidato da Ernest Wamba dia Wamba, che conquista gran parte della zona mineraria orientale (Kivu). Approfittando della confusione, l’esercito governativo ruandese entra in territorio congolese, occupando zone del nord est. 

Ribelli indipendentisti del Kivu durante la guerra

 
Kabila reagisce nel modo peggiore possibile: per contrastare l’RCD, composto da Banyamulenge (quindi da Tutsi) e l’esercito ruandese, anch’esso controllato da Tutsi, inizia a fomentare l’odio contro questo gruppo etnico da parte degli Hutu residenti nel Congo, anche mediante linciaggi pubblici nelle strade di Kinshasa. Ovviamente tale mossa fornisce un alibi all’intervento militare ruandese in Congo, spacciato come intervento umanitario a difesa delle popolazioni Tutsi.
L’Uganda, dal canto suo, motivata, esattamente come il Ruanda, dal desiderio di spartirsi la ricchezza mineraria congolese, sostiene un altro gruppo anti-kabila, il Mouvement de Libération du Congo (MLC), guidato da Jean Pierre Bemba Gombo, uno dei pochi criminali di questa sporca guerra che sono stati arrestati e processati. Le truppe dell’MLC, appoggiate da reparti dell’esercito ugandese, prendono quindi possesso del nord del Congo, scacciando i governativi.
Kabila sembra avere le ore contate. In una manovra di accerchiamento, dopo aver conquistato l’est, l’RCD prende possesso della base aerea della città occidentale di Kitona, sulla costa atlantica, rafforzando questa testa di ponte con reparti governativi ammutinati, e poi il 13 agosto conquista il complesso idroelettrico di Inga, che alimenta la capitale Kinshasa, ed il porto commerciale di Matadi, dal quale passa il grosso degli approvvigionamenti alimentari della capitale stessa. Kabila si ritrova quindi circondato da ribelli, ad est, ovest e nord, asserragliato in una capitale senza più rifornimenti elettrici ed alimentari. E senza più il controllo sul grosso della ricchezza mineraria nazionale, che potrebbe consentirgli di acquistare armi e mercenari per difendersi (il 23 agosto, infatti, cade nelle mani ribelli anche il grande centro diamantifero di Kisangani). Più in generale, l’esercito di Kabila appare non molto diverso da quello di Mobutu: poco disciplinato, poco combattivo, e con un comando evidentemente impreparato a gestire una guerra contro dei movimenti di guerriglia. Di converso, i ribelli Banyamulenge, tutti veterani della prima guerra congolese, utilizzano con efficacia la guerriglia.
Tuttavia, se Kabila è un mediocrissimo comandante militare, ciò non di meno si rivela un eccellente politico. Già da fine agosto, con la sua capitale minacciata dai ribelli, riesce a stringere un patto di assistenza militare con l’Angola, lo Zimbabwe, la Namibia, il Ciad, la Libia ed il Sudan. Le ragioni dei singoli Paesi sono diverse: l’Angola vuole cogliere l’occasione di intervenire in territorio congolese per eliminare le basi della guerriglia UNITA localizzate nel sud del Paese, e stipula anche un contratto in cui, in cambio dell’intervento militare, avrebbe ricevuto una grossa partita di diamanti; lo Zimbabwe è attratto da importanti concessioni minerarie che Kabila accorda alla famiglia del suo dittatore, Mugabe, e dalla volontà di accreditarsi come piccola potenza regionale; la Namibia è anch’essa “comprata” con promesse di concessioni minerarie; il Ciad viene inviato a sostegno di Kabila dalla Francia, desiderosa di riacquistare una influenza politica nell’Africa centrale, persa dopo il terribile genocidio del Ruanda del 1994. La Libia di Gheddafi vuole uscire dall’isolamento internazionale dopo i fatti di Lockerbie, e riprendere una capacità di influenza sulla politica africana (alcune testimonianze parlano anche di reparti speciali dell’esercito libico che operavano sul terreno; da notare come Francia e Libia si siano trovate, in questo frangente, dalla stessa parte, a sostegno di Kabila); il Sudan ha problemi con il Governo ugandese, che sostiene i ribelli del Sudan People’s Liberation Army, ed interviene in Congo, contro l’Uganda, per ritorsione. Oltre a cucire tale ragnatela di alleanze internazionali, Kabila si allea con i gruppi armati Hutu nell’est del Paese, che, nonostante il fatto che le province del Kivu siano sotto il controllo dell’RCD, proseguono in una guerriglia fatta di attentati e sabotaggi, che provoca danni alle linee logistiche ed ai rifornimenti del fronte avanzato dei ribelli, diretto verso Kinshasa.
A settembre, le forze dello Zimbabwe spezzano il fronte ribelle che sta accerchiando Kinshasa, finendo per scontrarsi direttamente con gli eserciti regolari di Ruanda e Uganda. Grazie ad accordi commerciali con compagnie diamantifere statunitensi, canadesi ed israeliane, Kabila riesce a riarmare il suo esercito, ed a gennaio 1999 il fronte di guerra, di fatto, si stabilizza: Kinshasa controlla l’ovest, il centro ed il sud del Paese, le fazioni pro-Ruanda l’est, quelle pro-Uganda il nord. Tale fronte, stabilizzatosi, si sbriciola in una miriade di micro-scontri, nella giungla e nei villaggi.
Tale esito è una tragedia per le popolazioni civili, poiché i diversi gruppi armati si insediano in varie porzioni del territorio, esigendo tributi dai civili, depredandoli, praticando lo stupro etnico, e avviando al conflitto con la forza migliaia di ragazzini, e in questo modo creando una generazione che, una volta cresciuta, sarà abituata a risolvere i problemi soltanto con la violenza (e quindi perpetrando anche nel futuro lo stato di guerra civile in cui versa il Paese). Inoltre, il ristagnare sul territorio di gruppi armati impedisce di far arrivare alle popolazioni alimenti e cure mediche, portando la situazione igienica, sanitaria ed alimentare verso la crisi finale. Nel 2001-2002, una epidemia di febbre emorragica da virus Ebola uccide l’80% dei contagiati, prima ancora che le autorità sanitarie ne sappiano qualcosa.

Bambini-soldato reclutati da una delle fazioni in lotta durante la guerra del Congo



Verso la fine del conflitto

Lo stallo nella linea del fronte, però, comporta più vantaggi per Kabila. Infatti, i ribelli, non riuscendo più ad avanzare verso la capitale, si logorano ed iniziano a combattere fra loro, evidenziando come soltanto il fronte comune contro Kabila fungesse da collante fra componenti caratterizzate da notevole ostilità reciproca. Quando Wamba dia Wamba sposta il comando dell’RCD a Kisangani, considerata, dal presidente ugandese Museveni, avido di diamanti, sua zona di influenza, quest’ultimo stipula un accordo di cessate il fuoco con Kabila, tramite una mediazione condotta da Gheddafi. Il Ruanda e l’RCD rifiutano di interrompere i combattimenti, rompendo quindi il fronte comune con l’Uganda. Ma anche all’interno dell’RCD scoppiano problemi: la posizione di egemonia dei Banyamulenge è mal tollerata dalle altre fazioni, e a maggio 1999 si verifica uno scontro armato violento, tutto interno all’RCD, a Kisangani, con la spaccatura in due.
A Luglio 1999, i ribelli, esausti da una guerra che non riescono a vincere, e privati dell’appoggio internazionale, addivengono ad un primo accordo di pace, firmato a Lusaka. Tale accordo prevede il disarmo di tutti i gruppi armati che operano nel Paese, ma il Governo ruandese fa il doppio gioco: da un lato, firma l’accordo di pace, per evitare le critiche internazionali, e dall’altro induce i suoi controllati dell’RCD a non firmare e continuare nelle ostilità. L’ONU stessa non mostra particolare entusiasmo nel far rispettare l’accordo, dispiegando soltanto 90 funzionari di collegamento, evidentemente troppo pochi rispetto alla situazione.
La verità è che il Ruanda non è affatto soddisfatto della ripartizione ottenuta, poiché le aree diamantifere sono sotto il controllo ugandese. E le tensioni fra Ruanda ed Uganda non tardano a scoppiare. Ad agosto 1999, gli eserciti regolari dei due Paesi si scontrano per il controllo del centro diamantifero di Kisangani. Kabila cerca, con il supporto ugandese, di riconquistare il Paese, ma viene anticipato da una larga offensiva delle forze ruandesi, che arrivano quasi fino a Kinshasa, prima di essere richiamate, a causa delle proteste internazionali, orchestrate da Francia e Stati Uniti, oramai stabilmente alleati di Kabila.
A Novembre, per proteggere il Governo di Kabila, l’ONU autorizza l’invio di 5.500 caschi blu, la missione MONUC. Ma le forze dell’ONU falliscono non soltanto nel tentativo di disarmare i ribelli, ma anche in quello di evitare nuovi scontri. In particolare, Uganda e Ruanda si scontrano ancora, durante la guerra dei 6 giorni, per il controllo dello strategico centro di Kisangani, ad inizio di Giugno del 2000, distruggendo completamente ciò che restava della città, e facendo 1.000 morti e 3.000 feriti. Ad Agosto 2000, Kabila si volge nuovamente contro l’Uganda, e lancia una offensiva, che sarà fermata, in una battaglia sanguinosa, lungo il fiume Ubangui, dalle forze filo ugandesi dell’MLC. 

La città di Kisangani distrutta dopo la guerra dei 6 giorni


 
A Gennaio 2001, Kabila viene assassinato da una sua guardia del corpo. I mandanti sono a tutt’oggi ignoti, ma vi è chi sospetta che ad ucciderlo siano stati proprio i suoi più diretti collaboratori, stanchi di promesse non mantenute circa la democratizzazione del Paese, e dei continui cambiamenti di fronti ed alleanze. Ma è invece probabile che ad ucciderlo sia stata una trama di compagnie diamantifere internazionali, che durante la guerra sfruttano illegalmente le miniere, e che vogliono far terminare il conflitto, per passare ad uno sfruttamento legalizzato e pacifico. Kabila si è infatti dimostrato palesemente incapace di pacificare il Paese o di riprenderlo sotto il suo controllo diretto, ed è dunque divenuto un ostacolo.
A dimostrazione di tale tesi, vi è che il figlio Joseph, che subentra al defunto padre come presidente della repubblica, si dà immediatamente da fare per pacificare il Paese, onde evitare di finire ucciso anche lui. Incontra infatti il presidente ruandese Kagame, al fine di avviare colloqui di pace. Significativamente lo incontra negli Stati Uniti, a dimostrazione del fatto che l’amministrazione USA, per conto delle multinazionali minerarie a stelle e strisce, è interessata ad un ritorno alla pace, per meglio mungere le risorse del Congo. Si trova quasi subito un accordo, sia pur nominale, su un piano dell’ONU, ed a febbraio Uganda e Ruanda iniziano il ritiro delle rispettive truppe. L’accordo di Sun City del 19 aprile 2002 stabilisce una road map verso elezioni multipartitiche ed un Governo di transizione. L’accordo di pace del 30 luglio 2002, a Pretoria, stabilisce il ritiro di circa 20.000 militari ruandesi ancora presenti sul territorio congolese, ma inizialmente non viene rispettato, poiché il governo ruandese pone, come condizione, il previo smantellamento delle milizie Hutu Interahamwe ancora attive nell’est del Congo, e ciò si rivela impossibile.
Solo ad ottobre 2002, sotto la pressione dell’ONU, il Ruanda ritira i propri soldati, seguito dall’Uganda. Il 17 Dicembre 2002 viene stipulato un accordo fra tutte le parti belligeranti interne al Paese per stabilire con maggior dettaglio il percorso verso la democrazia. Questa data è considerata la fine ufficiale della seconda guerra del Congo. 

Joseph Kabila


 
La RDC dopo la guerra

La guerra ha lasciato un’eredità pesantissima. Si stimano fra i 3,4 ed i 4,4 milioni di morti (praticamente si tratta del conflitto più sanguinoso dalla fine della seconda guerra mondiale), l’80% dei quali per malnutrizione e malattie indotte dalla guerra. Circa 3,4 milioni di civili si sono spostati all’interno dei confini del Paese, dopo aver perso tutti i loro averi, trasformandosi in profughi interni ed altri 2 milioni si sono rifugiati nei Paesi confinanti. Almeno 40.000 donne risultano vittime di stupri, condotti per finalità etniche. Decine di migliaia di bambini hanno combattuto ed ucciso, e ne escono devastati nel corpo e nella psiche, irrecuperabili per la società, spesso trasformati in bande di delinquenti di strada, o distrutti dall’assunzione di droghe ed alcool. Per via degli stupri, della malnutrizione, dell’impoverimento, dello spostamento continuo di truppe e profughi da una regione all’altra, della distruzione delle infrastrutture logistiche, idriche e sanitarie, malattie come l’Aids, l’Ebola, il tifo, il colera, la sifilide, sono endemiche. 

Un campo profughi nel Kivu



Fame e malattie indotte dalla guerra hanno ucciso milioni di civili, più che negli scontri a fuoco

 

La già debolissima economia congolese ne esce completamente distrutta. Il Pil pro capite è attorno a 300 dollari, il che colloca il Paese ad un modestissimo 226-mo posto nel mondo. Il tasso di accumulazione è risibile, non raggiungendo il 24% del PIL, a causa dell’enorme fuoriuscita di capitali, soprattutto esteri, causata dalla guerra. Il 71% della popolazione vive al di sotto della linea di povertà. La speranza di vita alla nascita non raggiunge i 56 anni, ed il Paese è fra i primi 13 al mondo per mortalità infantile. Solo il 23% della popolazione ha accesso a reti fognarie decenti, solo il 46% ad acqua potabile igienicamente sicura. Quasi il 30% dei bambini con meno di 5 anni è sottopeso. La rete infrastrutturale, in particolare verso le aree minerarie dell’est, è distrutta. 

Villaggio congolese distrutto dopo il passaggio della soldataglia


La violenza che caratterizza il Paese non si è fermata. Gruppi armati continuano ad operare tranquillamente. Nel 2003 scoppia una nuova guerra, ancora una volta nella regione mineraria orientale del Kivu. Il Governo transitorio, infatti, stipula contratti minerari con la Cina, per lo sfruttamento del coltan (minerale fondamentale nella costruzione di processori elettronici) a condizioni più vantaggiose, per il Paese, di quelli preesistenti con compagnie europee e statunitensi. Quasi immediatamente, nella provincia del Nord Kivu si verifica un ammutinamento dell’esercito, guidato da un ex combattente dell’RCD, entrato poi nelle forze armate governative in base agli accordi di pace, il generale Laurent Nkunda. Gli ammutinati, tutti ex combattenti dell’RCD, sostenuti dalle compagnie estrattive occidentali estromesse dagli accordi con la Cina (quasi tutte anglosassoni, belghe, tedesche e svizzere, come verrrà confermato dal rapporto dell’IPIS del 2008), si nascondono nelle foreste e nel 2004 attaccano i reparti dell’esercito governativo stanziati nella città di Bukavu, nel Sud Kivu, occupandola ed abbandonandosi ad un massacro di civili, per poi ritirarsi nuovamente nelle foreste. Nel 2006, con la colpevolissima neutralità dei caschi blu della missione dell’ONU, che arrivano a dichiarare Nkunda “innocuo per le popolazioni locali” (nonostante i ben documentati massacri da lui compiuti a Bukavu due anni prima) questi attacca nuovamente l’esercito regolare, ingaggiando sanguinosi scontri attorno alla città di Sake.
A Nkunda è consentito di aumentare ancora i suoi effettivi, e di attaccare nuovamente le forze governative nel 2007. Solo alla metà di tale anno, infatti, gli Stati Uniti ufficializzano il loro appoggio a Kabila junior e quindi l’ONU dichiara ufficialmente che Nkunda è una minaccia per la stabilità della Repubblica Democratica del Congo (rimangiandosi quanto detto l’anno prima). Solo in tale anno, di fronte ai continui attacchi di Nkunda ed a documentati arruolamenti di bambini-soldato da parte di quest’ultimo, le forze ONU aiutano l’esercito governativo a schiacciarlo. Ma per poterlo fare, Kabila junior dovrà stipulare nuovi accordi con le milizie Hutu presenti nel Kivu, di fatto legittimandone l’esistenza. I combattimenti, sanguinosissimi, vedono però i 4.000 miliziani di Nkunda riportare numerose vittorie sui 20.000 soldati dell’esercito governativo i quali, nonostante l’appoggio aereo e di artiglieria fornito dai caschi blu, riportano perdite umane pesantissime. Nkunda, inoltre, riesce a mettere le mani su enormi stock di materiale bellico rubato all’esercito regolare ed a conquistare alcune città del Nord Kivu. Solo alla fine del 2009, e grazie all’improvviso voltafaccia del governo ruandese, fino a quel momento alleato di Nkunda (voltafaccia indotto ovviamente dalle pressioni degli USA e della Francia) quest’ultimo viene arrestato. La guerra del Kivu, fra 2005 e 2009, farà altre decine di migliaia di morti (quasi per il 100% civili) ed ulteriori centinaia di migliaia di profughi. 

Vittime civili della guerra contro Nkunda



L’est continua ad essere funestato, ad oggi, da milizie Mai Mai Hutu sostenute dal Ruanda (come la FDLR) e che raccolgono i componenti delle vecchie milizie Interahamwe, così come, nel nord est, si registra la presenza del brutale movimento guerrigliero LRA (Lord’s Resistance Army), un gruppo armato di fondamentalisti cattolici, che, dopo essere stato sconfitto in Uganda, si è ritirato nel territorio della Repubblica Democratica del Congo, seminando morte e terrore fra i civili (si stima che, da quando l’LRA si è stabilito nel nord est della Repubblica Democratica del Congo, cioè dal 2007, quasi 2.000 civili siano stati uccisi, 900 bambini costretti ad arruolarsi, e 390.000 profughi siano fuggiti).
I gruppi armati sono ancora ben installati in determinati territori, e ne sfruttano ogni risorsa, taglieggiando l’agricoltura, arruolando di forza uomini e bambini, ma soprattutto gestendo i siti minerari, ovviamente in nome e per conto di compagnie minerarie straniere, che usano tali gruppi armati come loro terminali locali. Nonostante l’embargo sulle armi e la presenza dei caschi blu, nel 2009 si contano circa 40.000 kalashnikov nel solo Nord Kivu.
Alla violenza dei gruppi armati si aggiunge quella politica. Nel 2004, un gruppo di nostalgici di Mobutu, tenta un colpo di Stato, e viene sconfitto dai lealisti. Nel corso delle elezioni presidenziali del 2006, i sostenitori di Kabila junior e del suo rivale Bemba si sfidano con armi pesanti nel pieno centro di Kinshasa. A Febbraio 2011, si verifica un nuovo tentativo, fallito, di colpo di Stato.

Gli assetti sociali del Paese oggi

Il Paese è devastato socialmente. Si stimano, al 2010, 1,5 milioni di profughi, totalmente sradicati dalle loro terre e dalle loro comunità tribali, e quindi trasformati in vagabondi senza speranza. I giovani, senza prospettive, si arruolano in massa nei gruppi armati Mai Mai, che offrono soldi facili, riconoscimento sociale, ed anche una struttura relazionale basata su legami di tipo egualitaristico, assente nelle tradizionali comunità tribali gerarchizzate. I bambini vengono regolarmente tolti dalle scuole ed inseriti in una vita di violenza e sangue, dove l’unica cosa che imparano è uccidere per non essere uccisi, mentre il tasso di analfabetismo tocca il 33% della popolazione di 15 anni e più, con punte del 47% nelle province più militarizzate, come il Kivu. 

I profughi interni al Congo generati dalle guerre e sradicati: un problema irrisolvibile


Lo sradicamento dalle comunità tradizionali, dovuto alla fuga o all’arruolamento in qualche gruppo armato, toglie braccia preziose all’agricoltura, in un Paese in cui milioni di persone sono denutrite, spezza i legami sociali tradizionali, creando centinaia di migliaia di emarginati, che si urbanizzano in bidonville, senza opportunità di lavoro decente, e divengono a loro volta vittime e reclute per ogni sorta di criminalità. La tradizionale autorità degli anziani e dei genitori, che teneva insieme la struttura sociale tribale, viene meno, in favore di un crescente individualismo ed opportunismo, che a sua volta alimenta la criminalità e la corruzione. L’aver vissuto per anni in un clima di morte e violenza educa alla via delle armi come unico metodo per risolvere i problemi.
Le istituzioni pubbliche sono poco autorevoli agli occhi dei cittadini, poiché ancora macchiate da nepotismo e corruzione. D’altra parte, non vi sono avanzamenti significativi verso una democratizzazione del Paese. Joseph Kabila è ancora al potere, dopo 11 anni, ed è stato rieletto nel 2011, in una tornata elettorale con forti sospetti di brogli, dopo essersi ritagliato una nuova Costituzione ad hoc, ed aver costruito il suo supporto su legami etnico-tribali e su una incredibile rivalutazione storica del colonialismo belga. L’Esercito nazionale è fragilissimo, a causa della lunga pratica di integrare al suo interno, ad ogni accordo di pace, i gruppi ribelli, facendo sì che oggi, esso sia un mosaico costituito da più di 80 gruppi armati, che hanno mantenuto la loro autonomia.
Questo sventurato Paese paga, in definitiva, tutte le tragedie tipiche dell’Africa: imperialismo, sfruttamento di risorse naturali ricchissime, miseria, guerre e violenze, malattie, corruzione ed autoritarismo, nepotismo tribale, sradicamento dei legami sociali tradizionali in nome di una modernità dai risvolti negativi, ingiustizia sociale. In fondo, paga per un processo di decolonizzazione che ha disegnato sulla carta uno Stato inesistente, facendolo sorgere artificiosamente da un insieme conflittuale di più di 200 etnie, imponendogli forme statuali e politiche occidentali, assolutamente inadeguate per la tradizionale cultura di clan e di etnia, ed una influenza imperialistica successiva devastante. Paga, come tutta l’Africa, per essere stato gettato nel capitalismo senza averne le strutture sociali e di classe, finendo quindi per trasformarsi in una mera terra di conquista per interessi economici esterni, con la fragilissima piccola borghesia formatasi in epoca coloniale, incaricata di svolgere il ruolo di borghesia compradora.
Oggi, la struttura sociale di questo Paese appare come una piramide, al netto delle poche aree in cui ancora resistono i tradizionali legami etnici e di clan. Al vertice di tale piramide si situano i leader militari dei vari gruppi armati, a loro volta organizzati su base etnica, e la ristrettissima borghesia compradora che occupa i ranghi politici e dell’amministrazione. Alla base, si colloca un proletariato, occupato soprattutto nell’industria estrattiva ed alimentare e nell’agricoltura, che non ha una borghesia nazionale contro la quale misurarsi, poiché i centri di controllo dell’economia sono localizzati al di fuori del Paese e dello stesso continente, e che quindi non ha modo di acquisire coscienza di classe, ed un enorme sottoproletariato, alimentato dalla guerra, sradicato dal suo modo di vita tradizionale, ma al tempo stesso non inserito in alcun modo di produzione alternativo, abbandonato all’assistenza internazionale nei campi profughi oppure ad una vita di stenti e lavoretti precari nelle bidonvilles, e quindi privato di qualsiasi identità sociale. I vertici militari dei gruppi armati hanno distrutto il modo di produzione tradizionale, sostituendolo non con rapporti sociali di produzione più avanzati, ma con una mera economia di rapina, basata sullo sfruttamento predatorio delle risorse delle aree sotto il controllo della banda armata. 

Ancora oggi, i gruppi armati imperversano in tutto il Paese


In questo modo, la società congolese si ritrova impantanata in una terra di mezzo: sradicata dal suo modo di produzione tradizionale, ed impossibilitata a tornarvi, ed al tempo stesso privata della possibilità di evolvere verso modi di produzione moderni, poiché dominata da aristocrazie guerrigliere e funzionariali che la mantengono all’interno di modi di produzione basati, per utilizzare i termini dell'analisi di C. Moffa (1993), sul conflitto interetnico per il controllo e lo sfruttamento delle risorse del territorio, in cui, all'interno dei rapporti fra clan, si riproducono forme di sfruttamento fra una aristocrazia dominante, definita su base etnica, ed i clan dominati e depredati. Tale modo di produzione basato sul conflitto interetnico per  lo sfruttamento delle risorse del territorio è poi mescolato all'imperialismo esterno, con gli stessi soggetti (i capi militari dei gruppi armati a base etnica, ed i loro addentellati nella borghesia urbana compradora) che fungono da sfruttatori dei clan sottomessi, e da cinghie di trasmissione degli interessi imperialistici. 

Il proletariato congolese schiavizzato nelle miniere del Kivu, per il guadagno delle multinazionali



Tale particolare forma assunta dal modo di produzione africano, come dimostra sempre Moffa, è la  radice di un sottosviluppo persistente, e dal quale non sembrano esservi vie d'uscita, poiché impedisce qualsiasi evoluzione ed ammodernamento dei rapporti sociali di produzione. Questa situazione senza sbocchi è in larga misura il frutto dell'imperialismo occidentale. E non ci sono aiuti allo sviluppo, o carità da parte delle Ong, che possa compensare il popolo congolese per essere stato derubato della sua storia e del suo futuro. 

Questa tragedia è stata motivata dalla avidità di minerali preziosi, fra i quali il coltan che serve per costruire i nostri personal computer



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