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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 28 aprile 2012

Per una nuova sinistra in nome di Giustizia e Libertà

Rivolgo un caloroso appello a tutte le forze di sinistra che in Italia non si rassegnano a restare fuori dal parlamento italiano e vogliono avere una efficace rappresentanza politica in Italia e in Europa, ad unirsi con un’unica lista che rinnovi gli ideali che furono di Giustizia e Libertà
I valori che furono dei fratelli Rosselli possono oggi rianimare una speranza che, altrimenti, è destinata a restare frustrata dalle manovre dei grandi partiti italiani, nati e cresciuti per motivi di opportunità di potere, più che per forti spinte ideali.
Rosselli diceva con molta chiarezza che il Socialismo Liberale “più che uno stato esteriore da realizzare, è, per il singolo, un programma di vita da attuare”
Non c’è nulla di più attuale, effettivo e necessario oggi di un programma basato concretamente su valori morali, sul federalismo, e sull’idea che “nessun partito, nessun movimento è tanto forte come quello che riconosce il diritto alla vita dei suoi avversari e che dichiara di non voler rinnegare , nel giorno della vittoria, lo spirito di quel metodo liberale che permise ad esso, da piccola, debole minoranza, di crescere e dominare”

Questo intento sia quello di tutta una sinistra che non si rassegna ad essere rigettata nel ghetto ideologico e tribale in cui impera ancora il credo dei bambini perduti nell’isola di Peter Pan, quelli che giocano alla guerra al sistema senza mai poterlo scalfire minimamente, e che solo cercano una loro nicchia di potere in cui agitare la cresta.
Bisogna fare presto per ridare forza e speranza a tutte quelle categorie di cittadini sempre più indifesi e colpiti dal caro vita, dal precariato, dalla mancanza di servizi pubblici adeguati, che pagano sempre le tasse e vedono tagliare le risorse che solo loro in gran parte finanziano, con i loro lavoro ed il loro sacrificio quotidiano.
Restituire una forza e una speranza agli ideali di pace, solidarietà e progresso, basati su un modello di società sostenibile che sa che la propria ricchezza è frutto di investimenti in aree innovative come la scuola, la ricerca e le fonti di energia rinnovabile.
La sinistra da costruire ed unire è quella che, come suo primo punto da realizzare a tutti i costi, ha la necessità di impedire che una persona vada a lavorare e lasci nel suo posto di lavoro tutto e cioè la sua vita.
La politica di questa sinistra deve rendere la risoluzione dei problemi relativi all’occupazione indissolubile rispetto alla risoluzione di quelli relativi alla salute, alla pensione e alla casa.
Perché senza lavoro stabile non c’è casa né famiglia e né futuro per i figli, nemmeno da potere immaginare.
Deve cercare accordi costruttivi per realizzare una società basata su fondamentali valori umani, anche con chi crede che tali valori siano frutto di una forte ispirazione spirituale e religiosa e che, coerentemente con ciò, si impegna solo per attuarli e non per farne mero uso strumentale.
La sinistra che deve realizzarsi, deve essere federalista perché, sempre come scriveva Rosselli: “Il federalismo politico territoriale è un aspetto e una applicazione del più generale concetto di autonomia a cui il nostro movimento si richiama: cioè di libertà positivamente affermata per i singoli, gruppi, in una concezione pluralistica dell’organizzazione sociale”
E dunque un federalismo che si fondi su organi territoriali vivi, non su strumenti e istituzioni burocratiche, in cui prevale l’elemento coattivo, ma su organi in cui l’individuo partecipa direttamente, spontaneamente alla vita della comunità a cui vuole dare il suo contributo e che vuole controllare, e da cui attinge il rinnovamento delle sue radici e della sua identità.
Una sinistra che può e deve essere liberale, vincolata a valori di solidarietà sociale, ma aperta alla concorrenza e al merito, pronta a premiarlo e a valorizzarlo soprattutto quando esso contribuisce all’innovazione e al beneficio per tutta la comunità e non serve solo ad acquisire privilegi e potere.
Ci si deve aprire in campo nazionale ed internazionale alla collaborazione con aziende, gruppi economici e finanziari e centri produttivi che legano la loro crescita e produttività all’innovazione e al miglioramento della qualità dei prodotti, e non sono invece condizionati da logiche speculative e proiettati verso la costruzione di monopoli che distruggono l’essenza stessa del liberalismo, annientando così interi stati ed intere economie, e respingendoli verso la soglia della miseria e della emarginazione. Le stesse logiche e corporazioni che, con la loro avidità e il loro capitalismo privo di regole, pongono le basi per i conflitti e per l’incremento dell’odio, del risentimento e del fondamentalismo.
Bisogna costruire una pace che si basi sulla sicurezza e assumere le responsabilità concrete che una comunità internazionale vuole esercitare quando si impegna a dirimere i conflitti, intervenendo per sostenere iniziative concrete di pace, con programmi ed obiettivi precisi, non per avallare missioni di guerra senza fine che, di fatto, aiutano solo la crescita di traffici illeciti i quali prosperano nella confusione e nella debolezza dei governi e delle istituzioni locali
Facciamo rivivere gli ideali di Giustizia e Libertà, quelli che portarono tanti giovani a combattere e a morire in Spagna prima, e nelle varie lotte di liberazione durante la seconda guerra mondiale poi, liberando alla fine l’Europa dal nazifascismo e dalla dittatura, gli stessi che non avrebbero mai accettato la statolatria dei regimi sovietici e il soffocamento della libertà individuale, in nome della disciplina di partito.
Sono ideali di cui oggi, un’Italia stordita e illusa da aggregazioni politiche vincolate più ad interessi di parte e a trame personalistiche, piuttosto che a grandi valori civili, ha un bisogno vitale.
Sono gli unici che possono restituirci una democrazia degna di tale nome, e non farci sprofondare in un moderno feudalesimo tecnocratico, in cui l’unica libertà concessa a profusione è solo quella del voyeurista, del guardone, che si affaccia ma non tocca, ammira ma non partecipa, soffre e gioisce ma non condivide, guarda ma non compra più perché non può, come un pollo sempre più spennato.
Soddisfatto del padrone che ogni giorno gli porta il becchime e inconsapevole di quella volta in cui entrerà nell’aia per tirargli il collo, tanto instupidito da poter gioire persino in quella occasione nefasta.
Siamo un popolo dalle grandi tradizioni civili e culturali, che non merita la fine dei polli in batteria, non merita di morire di becchime mediatico avvelenato, o a causa dello strangolamento ad opera del migliore per sé, creduto meno peggio per tutti.
Noi meritiamo di più, conquistiamocelo unendoci e lottando insieme anche a tutti i popoli europei.

C.F.
 "La rivoluzione non è la dittatura di Stalin è evidente. Ma se fossimo posti a scegliere tra il mondo capitalista, così come ci fu rivelato dalla guerrra e dalla crisi, e il modello bolscevico dovremmo risolverci, non senza angosce, per il secondo. Ma è questa alternativa che rifiutiamo; è questo dualismo rozzo e brutale - Dio o il diavolo; il comunismo o il capitalismo - che ci ripugna. Tra Dio e il diavolo, stiamo, molto semplicemente per l'uomo. Il nostro sforzo sarà rivolto a superare il dissidio nel nome di una nuova sintesi; nel nome di un socialismo penetrato dall'idea di libertà nel quale i piani servono gli uomini, non gli uomini i piani"
 Carlo Rosselli 2 marzo 1932

ORA E SEMPRE RESISTENZA?




ORA E SEMPRE RESISTENZA?
di Antonio Pagliarone



 "Ma, forse, la rivoluzione sarà possibile solo una volta compiuta la contro-rivoluzione. (K.Marx)

"I sindacati mancano in genere al proprio scopo in quanto si limitano a una guerra di scaramucce contro gli effetti del regime esistente, anzichè lavorare nello stesso tempo alla sua trasformazione e servirsi della propria forza organizzata come di una leva per l’emancipazione definitiva della classe lavoratrice, vale a dire l’abolizione definitiva del salariato” (K Marx)  


La piagnona ora sorridente Fornero è stata invitata dai delegati FIOM ad una assemblea operaia alla Alenia di Casale Torinese. La befana si è bevuta il cappuccino e con la sua scorta e ha raggiunto la tana del lupo per imbastire con la classe operaia un dibattito sulle “riforme” adottate da una giunta di tecnici assurta al potere grazie ad un colpo di stato senza militari.
L’incontro era a porte chiuse per cui non esiste una documentazione di come sono andate le cose, dobbiamo affidarci alle dichiarazioni dei leader o alle interviste di quei bufaloni di operai raccolte dal solito giornalista con telecamera della solita televisione pseudo-liberal. Purtroppo esiste anche una breve ripresa fatta da un cellulare che testimonierebbe una sorta di polemica sugli stipendi dei manager pubblici che ha provocato un boato della platea operaia imbufalita. Ma alla fine dello spettacolo penoso la Merkel mangia polenta è stata festeggiata con applausi della base operaia che riconosceva alla Minestra il coraggio di affrontare direttamente una base di “incazzati” che non ha convinto.
Lo sciopero generale si farà…. A maggio quando ormai la frittata è fatta ed è addirittura andata a male. La Fiom e la CGIL insistono sulla questione dell’art 18, come se fosse una corazza d’acciaio elevata a difesa della povera classe operaia, dimenticando che in questi anni tale corazza si è rivelata un flaccido mantello di burro che ha permesso di friggere a fuoco lento migliaia di lavoratori tranquillamente licenziati o costretti a ricontrattare le loro condizioni di lavoro secondo meccanismi ottocenteschi. Tutti sanno che i lavoratori italiani hanno il record negativo dei salari rispetto a tutti i paesi europei, persino la tanto minacciata Grecia e la Spagna garantiscono condizioni di lavoro meno schifose.
Ora ci si accorge che anche i pensionati italiani vivono alla “greca” dopo una “riforma” totalmente ignorata dai confederali. Ma si sa sono arrivati i salvatori della patria…e si sono adeguati al doktat teutonico mentre i lavoratori continuano a fare piagnistei interrotti quà e là da qualche mugugno. Ormai il leccaculismo si è adeguato ai tempi e deve essere mascherato da qualche reazione totalmente inoffensiva. Nel frattempo si diffonde l’odio per i partiti ormai ridotti ad associazioni a delinquere che continuano imperterrite a presentare la loro vera natura di gang che si autoriproduce. Ma la cosa che sconvolge è la totale deferenza verso il nuovo Reich costituito da una banda di aguzzini seri e compiti che fanno anche finta di essere sobri mentre azzannano alla gola una popolazione ormai ridotta in schiavitù.

Dicono di non avere in programma altre manovre succhiasangue dopo quelle già adottate e sostenute da partiti ormai ridotti a burattini nelle mani di un presidente vecchia volpe stalinista ma sempre prono “alla ragion di stato” ma non illudetevi poiché i nostri beneamati tecnici si stanno rivelando per quello che sono ossia dei semplici agenti totalmente subordinati alla finanza speculativa. Infatti arriviamo alla bella notizia. Goldman Sachs dopo avere ottenuto 700 miliardi di dollari dal Congresso americano si è visto negare l’istituzione di fondo per salvare la finanza americana per cui ha attraversato l’oceano trovando in Mario Draghi, ex Vice presidente della Goldman Sachs Europa, un ottimo sostenitore di un nuovo fondo chiamato ESM (European Stability Mechanism (MES Meccanismo Europeo di Stabilità). Questo MES è stato partorito nel Gennaio 2012 ma è passato inosservato ha imposto un fondo-debito per tutti i governi Europei pari a 700 miliardi di euro, mettendo tutti i debitori (coloro che pagano le tasse) all’amo per qualsiasi richiesta proveniente dai dirigenti del MES. Infatti una regola fondamentale di questo fondo è che se i dirigenti del MES dovessero richiedere somme di denaro per rimpinzare il fondo i Governi devono assolutamente versare tali somme entro sette giorni dalla richiesta e l’articolato che accompagna l’istituzione del MES è tutto un programma poiché è un vero e proprio scudo d’acciaio per la speculazione (A tale proposito vedi l’articolo di Elen Brown Il Polipo Goldman Sachs afferra l’Europa).

Per cui carissimi lavoratori preparatevi a subire ulteriori manovre perché tale fondo lo dovete sostenere voi mentre Goldman Sachs e le banche potranno continuare a gestire le loro risorse in modo totalmente indipendente dalle regole con la benedizione della BCE.
Quante manovre riuscirete a sopportare?
Quanto tempo ci vorrà prima che vi accorgiate che non esiste alcun futuro finchè continuerete ad affidarvi a dei delinquenti più o meno morigerati?
Eppure il 25 Aprile lo hanno festeggiato tutti e se ricordo bene era il giorno in cui la resistenza riuscì a sconfiggere e a cacciare definitivamente i nazifascisti. Ma i reazionari che oggi ricevono la benedizione dei lavoratori sono forse migliori di quelli del passato? Sventolate bandiere e gonfaloni tanto domani tornerete a lavorare, se vi va bene, e a sperare che venga chiusa la fabbrica vicina ma non la vostra.

"Il mio ottimismo si fonda sulla certezza che questa civiltà crollerà. Il mio pessimismo su tutto ciò che essa farà per trascinarci nella sua caduta." Guy Debord



Ante  26 Aprile 2012


venerdì 27 aprile 2012

CORRUZIONE: DELITTO CONTRO LA SOCIETA' di Leonardo Boff



CORRUZIONE: DELITTO CONTRO LA SOCIETA'
di Leonardo Boff 

Nella graduatoria della Trasparenza Internazionale, il Brasile compare come uno dei paesi più corrotti del mondo. Su 91 paesi analizzati, occupa il 69º posto. Qui da noi è storica, è stata naturalizzata, voglio dire, considerata come un dato naturale, viene attaccata soltanto in seconda istanza quando il fatto è già avvenuto e dopo aver raggiunto molti milioni di reais e gode di ampia impunità. I dati sono spaventosi: secondo la Fiesp (Federazione delle Industrie di San Paolo) e annualmente rappresenta 84,5 miliardi di reais.

Se questo ammontare fosse applicato nella sanità, aumenterebbe dell'89% il numero dei letti negli ospedali; se investiti nell'educazione, si potrebbero aprire 16 milioni di nuovi posti nelle scuole; se investiti nelle costruzioni civili, si potrebbero costruire 1 milione e mezzo di case. Bastano questi dati per denunciare la gravità del crimine contro la società che la corruzione rappresenta. Se vivessero in Cina, molti corrotti finirebbero alla forca per delitto contro l'economia popolare. Tutti i giorni, episodi su episodi sono denunciati come adesso il contravventore Carlinhos Cachoeira, che per garantire i suoi affari si è infiltrato corrompendo personaggi del mondo politico, della polizia e perfino governo. Ma non serve né ridere né piangere. Quello che importa è comprendere questo perverso processo criminoso.

Cominciamo con la parola «corruzione». Essa ha le sue radici nella teologia. Prima che si parlasse di peccato originale, espressione che non appare nella sacra scrittura, ma è stata creata da Sant'Agostino nell'anno 416, in uno scambio di lettere con San Girolamo, la tradizione cristiana diceva che l'essere umano vive in una situazione di corruzione. Sant'Agostino spiega l'etimologia: corruzione è avere il cuore (cor) rotto (ruptus) e pervertito. Cita la genesi: «La tendenza del cuore è deviante fin dalla più tenera età» (8,21). Il il filosofo Kant faceva la stessa constatazione nel dire: "Siamo un legno tutto contorto dal quale non si può ricavare tavole dritte". In altre parole: c'è una forza in noi che ci incita alla deviazione e alla corruzione. Essa non è fatale. Può essere controllata altrimenti continua il suo corso. Come si spiega la corruzione in Brasile? Si possono identificare tre ragioni fondamentali tra le altre: storica, politica e culturale.

Quella storica: siamo eredi di una eredità coloniale perversa e di tipo schiavista che ha segnato le nostre abitudini. La colonizzazione e la schiavitù sono istituzioni obiettivamente violente e ingiuste. Allora le persone per sopravvivere e conservare un minimo di libertà erano portate a corrompere. Cioè: subornare, ottenere favori attraverso scambi, peculato (favoreggiamento illecito con denaro pubblico) oppure nepotismo. Questa pratica ha dato origine al «jeitinho» brasiliano, una forma di navigazione dentro a una società diseguale e ingiusta e alla legge di Gerson che significa ricavare vantaggi personali da qualsiasi cosa.

Quella politica: la base della corruzione politica risiede nel patrimonialismo, nella carente democrazia e nel capitalismo senza regole. Nel patrimonialismo non si distingue la sfera politica da quella privata. Le élite hanno trattato la cosa pubblica come se appartenesse a oro e hanno organizzato lo Stato con strutture e leggi che servissero ai loro interessi senza pensare al bene comune.

C'è un patrimonialismo nella politica attuale che concede vantaggi (concessioni, mezzi di comunicazione) ai Baroni della politica. Dobbiamo dire che il capitalismo qui e nel mondo è nella sua stessa logica, corrotto, anche se accettato socialmente. Esso semplicemente impone il dominio del capitale sul lavoro creando la ricchezza con lo sfruttamento dei lavoratori e con lo sfruttamento della natura. Genera diseguaglianze sociali che, eticamente, sono ingiustizie, il che dà origini permanenti a conflitti di classe.
Per questo, il capitalismo è per natura sua antidemocratico, perché la democrazia suppone un'uguaglianza basica dei cittadini e diritti garantiti, qui violati dalla cultura capitalista. Se prendiamo tali valori come criterio, potremmo dire che la nostra democrazia è anemica, a un passo dalla farsa. Vorrebbe essere rappresentativa, in verità, rappresenta gli interessi delle élite dominanti e non quelli generali della nazione. Ciò significa che non abbiamo uno Stato di diritto consolidato e molto meno uno stato di benessere sociale. Questa situazione configura una corruzione già strutturata e fa sì che i fatti di corruzionei campeggino liberi e impuniti.

Quella culturale: la cultura detta regole socialmente riconosciute. Roberto Pompeo de Toledo ha scritto nel 1994 sulla rivista «Veja»: “Oggi sappiamo che la corruzione fa parte del nostro sistema di potere tanto quanto riso e fagioli nei nostri pasti”. I corrotti sono visti come esperti e non criminali come di fatto sono. Di solito possiamo dire: quanto più diseguale e ingiusto è uno Stato e per di più centralizzato e burocratizzato come il nostro, più crea il brodo culturale che permette e tollera la corruzione. Soprattutto nei portatori di potere si manifesta la tendenza alla corruzione. Ben diceva il cattolico Lord Acton (1846-1902): "il potere ha la tendenza a corrompersi e l'assoluto potere corrompe assolutamente". E aggiungeva: "il mio dogma è la generale cattiveria degli uomini portatori di autorità; sono quelli che si corrompono di più".

Perché questo? Hobbes nel suo Leviatano (1651) ci accenna all'irrequieto desiderio del potere è ancora più potere che cessa soltanto con la morte; la ragione di questo risiede nel fatto che non si può garantire il potere se non cercando ancora più potere".
Purtroppo è quello che è avvenuto con il PT. Ha innalzato la bandiera etica e delle trasformazioni sociali. Ma invece che appoggiarsi sul potere della società civile e dei movimenti e creare una nuova egemonia, ha preferito il cammino corto delle alleanze e degli accordi con i corrotti del potere dominante. Ha garantito la governabilità al prezzo di mercantilizzare le relazioni politiche e abbandonare la bandiera dell'etica.

Un sogno di generazioni è stato frustrato. Magari potesse ancora essere riscattato. Come combattere la corruzione? Attraverso la trasparenza totale, attraverso una democrazia attiva che controlla l'applicazione dei soldi pubblici con una giustizia libera e incorruttibile, con l'aumento degli uditori affidabili che attaccano anticipatamente la corruzione. Come informa il World Economic Forum, Danimarca e Islanda possiedono 100 uditori per 100.000 abitanti. Il Brasile ne ha appena 12800, mentre avremmo bisogno di almeno 160.000 unità. Soprattutto, lottare per un altro tipo di democrazia meno diseguale e ingiusta che persistere così com’è sarà sempre corrotta, corruttibile corruttrice.

*Teologo, filosofo e scrittore.

giovedì 26 aprile 2012

NPA: UNA SCONFITTA STORICA di S. Santarelli


NPA: UNA SCONFITTA STORICA
di Stefano Santarelli



Quando nel febbraio del 2009 nacque il Nuovo Partito Anticapitalista dalle ceneri della storica e leggendaria sezione francese della Quarta Internazionale, la  Ligue Communiste Révolutionnaire, buona parte dei commentatori politici di sinistra guardò con simpatia e curiosità la nascita di questa nuova formazione politica.
Effettivamente in Francia, e non solo, si sente la necessità di un rinnovamento della sinistra capace di essere all’altezza delle sfide di questo nuovo secolo. La formazione di questo nuovo partito che non utilizza più come simbolo la falce e martello, ma un megafono e che si definisce soltanto con il termine “anticapitalista” ha avuto il merito di attrarre le nuove avanguardie giovanili francesi e molti gruppi politici dell’estrema sinistra giungendo così a triplicare il numero degli iscritti rispetto alla vecchia LCR. E la definizione del portavoce del NPA, Olivier Becancenot:  “Il NPA non è solamente trotskista. Riprende tutte le tradizioni rivoluzionarie, marxiste ma anche libertarie" definisce sinteticamente, ma con efficacia tale volontà.
E bisogna riconoscere che i risultati elettorali nelle elezioni europee del giugno del 2009 sono stati molto incoraggianti. Infatti questa nuova formazione ottenne il 4,98% dei voti sfiorando così l’elezione di un eurodeputato. Sicuramente questo risultato elettorale che se da una parte confermava i voti di cui storicamente disponeva la vecchia LCR (nelle Presidenziali del 2002 prese il 4.25%, mentre in quelle del 2007 il 4.08%), poteva essere un trampolino di lancio abbastanza confortante.
I risultati elettorali di domenica invece hanno pesantemente e giustamente ridimensionato l’NPA che ha preso soltanto un misero 1,15%., un risultato quasi identico alla storica, ma settaria formazione di Lutte Ouvrière che si è accreditata dello 0,56%.
Gli elettori francesi infatti hanno penalizzato l’NPA ed il suo candidato Philippe Poutou (ex dirigente di Lutte Ouvrière) a causa del rifiuto di entrare e sostenere il Front de Gauche. L’Npa non è riuscita a cogliere e comprendere che il Front de Gauche che si è presentato domenica al corpo elettorale era profondamente diverso dal passato. Infatti il FG presentava come suo candidato per la prima volta non un comunista, ma Jean-Luc Mélenchon ex socialista e fondatore del Parti de Gauche ed il suo programma era fortemente orientato a sinistra  aprendosi con forza anche al mondo ecologista ed il suo buon risultato elettorale (11.1%), anche se inferiore alle attese, ne è la dimostrazione.
La decisione di presentarsi da soli è stata per l’NPA semplicemente fallimentare ed è a questo punto necessario un cambio di rotta. Infatti tale sconfitta è stata troppo pesante e rischia di compromettere tutto il progetto politico e le speranze che sono alla base della nascita di questo partito. Per questo sarebbe grave sottovalutare o peggio non sottolineare questo risultato negativo come fa invece Salvatore Cannavò, uno dei dirigenti più rappresentativi di Sinistra Critica quando afferma: “Visto il successo della campagna di Melenchon, quell'1,2 raccolto dal Npa non è da disprezzare. Ma certo per il partito anticapitalista si era data l'opportunità di ricostruire la sinistra e questa è andata perduta”.
L’NPA doveva al contrario essere parte integrante e fondamentale della campagna elettorale di Mélenchon, ma così non è stato per un eccesso, questo va detto, di autoreferenzialità e di settarismo.
E’ necessario quindi questo cambio di rotta a maggior ragione se si tiene in considerazione che il dato politico più preoccupante di queste elezioni è il grande successo elettorale del Front National di Marina Le Pen che con il suo 17.9%  ha ottenuto il terzo posto in queste presidenziali. Tale risultato è estremamente preoccupante proprio perché il Front National è una formazione apertamente fascista che ha intercettato i voti plebei di una Francia razzista che si vuole chiudere in se stessa.
La posta in gioco è troppo importante sia per la Francia che per il resto d’Europa, per questo se l’NPA vuole veramente continuare questo suo coraggioso progetto politico deve allearsi in modo costruttivo e propositivo con quel settore della sinistra rappresentato proprio dal Front de Gauche.
E senza nessuna ambiguità per il secondo turno deve sostenere con forza e decisione la candidatura del socialista Hollande.

mercoledì 25 aprile 2012

LE ANIME MORTE DELLA CGIL di L. Mortara




LE ANIME MORTE DELLA CGIL
di Lorenzo Mortara



Tutti i direttivi sindacali si somigliano, anche se sono semplici attivi per soli delegati. L’ultimo, intercategoriale, avvenuto qui alla Stazione dei Celti, a ridosso del 25 Aprile, è quindi uno spaccato abbastanza fedele di quello che sta succedendo dentro la Cgil. Ancora un anno fa si faceva fatica a parlare, la burocrazia serrava i ranghi contro le mine vaganti costrette a fare da spettatori a insipide comparse. L’inciucio con Cisl e Uil veniva salutato con suono di fanfare come neanche la Marsigliese nel giorno in memoria della Rivoluzione francese. Oggi la crisi morde talmente tanto le chiappe dei dirigenti, che l’alleanza col PD vacilla, le maglie si allargano e la baldanza dei dirigenti perde, insieme con metà della sua sicurezza, anche il pelo sullo stomaco. Per paura di essere travolta, la burocrazia terrorizzata, è costretta a confrontarsi e a lasciar parlare chi vuole. Ne esce un direttivo se non del tutto vivo, almeno vero.
Fin dall’iscrizione per gli interventi dei delegati, il peso della Fiom sovrasta quello delle altre categorie. Metà degli interventi previsti, provengono dai metalmeccanici. La terna arbitrale invita altri ad intervenire per diluire il peso della Fiom almeno di un terzo. L’operazione riesce, la quantità di mediocrità è salva, ma la burocrazia deve ancora far i conti con la qualità. La maturità dei metalmeccanici è di gran lunga superiore a quella delle altre categorie, in più d’un caso costrette, per non sfigurare troppo, a farsi rappresentare direttamente dal segretario. Se poi tra gli interventi venuti apparentemente da destra rispetto alla Fiom, qualche delegato o delegata ha la disgrazia di avere il cuore che batte lo stesso irrimediabilmente a sinistra, la burocrazia rischia l’infarto e deve intervenire.
Il problema – ci fa sapere chi è chiamato a fare da arbitro, possibilmente fischiando più falli possibili alla Fiom – è che nella Cgil ci sono due anime, quella massimalista e quella moderata e realista dei Di Vittorio, dei Lama e dei Trentin, si tratta di trovare un punto di convergenza...
In questa interruzione provvidenziale del direttivo, per quanto poco ortodossa, c’è in fondo tutto il nocciolo della problematica attuale della Cgil.
È indubbio che non sia affatto corretto essere chiamati a dirigere un direttivo, per interromperlo nel bel mezzo della discussione ed ergersi a Padre Eterno che divide i delegati in buoni e cattivi. Tuttavia, essendo uno che bada alla sostanza senza impressionarsi troppo della forma, debbo dire che l’arbitro ha detto la verità. E sarebbe stato veramente interessante potere fare l’intervento subito dopo, ma l’avevo già fatto per cui non posso far altro che replicare qui, sperando di non essere mandato direttamente all’inferno dai probiviri per aver profanato il tempio della loro concertazione.
È vero, inutile negarlo, nella Cgil ci sono proprio queste due anime, ma è nel linguaggio di quella moderata che viene definita massimalista l’altra. Moderazione e massimalismo, cioè, non sono termini neutri, al contrario sono velenosi e subdoli. Ed è per questo che vanno combattuti fino al loro completo ritiro, perché rimandano subito a positivo e negativo, relegando a priori nell’ombra chi ha la debolezza numerica di essere etichettato male dal dizionario grossolano degli altri. Perché quando l’arbitro moderato separa i virtuosi della moderazione dagli empi massimalisti per poi chiedergli di trovare un punto di convergenza, non fa altro, cosciente o meno, che pretendere che la convergenza venga trovata dal lato della moderazione, subordinando a lei il massimalismo che viene messo, così, a cuccia. In effetti, il problema non è la convergenza che si può sempre trovare, ma quale delle due anime debba trainare l’altra. E l’anima che deve guidare l’altra è quella massimalista ora in minoranza. Perciò, il suo compito non è trovare una convergenza, ma trasformarsi in maggioranza. Quando lo sarà, al linguaggio empirico e un po’ volgare che separa le due ali della Cgil, nell’ala moderata e in quella massimalista, sostituirà quello più scientifico e rigoroso che le separerà per quello che effettivamente sono: non ala positiva o negativa, perché chi rappresenti davvero l’una e chi l’altra è ancora tutto da dimostrare, ma ala classista e ala interclassista. Perché questi sono i contenuti concreti del massimalismo e della moderazione. Con la differenza non da poco, che l’ala classista sa riconoscerlo, perché ha coscienza di sé stessa, l’ala interclassista no perché, un tanto al chilo com’è, è così poco cosciente da nascondersi dietro la mantellina del giudice “super-partes” senza mai dirci, in realtà, da quale parte stia. Quando saremo noi a dirigere, da che parte staremo lo sapranno tutti, anche i moderati. Poiché chi non lo dirà apertamente sarà espulso, perché non bisogna ricordarsi soltanto il 25 di Aprile di essere partigiani, ovvero gramsciani, per poi essere indifferenti alla scelta di campo per tutto il resto dell’anno e quindi della vita.
Gli indifferenti della Cgil sono attualmente più forti perché avendo poca coscienza di classe, mediocri come sono, hanno già raggiunto il massimo del loro potenziale pressoché nullo. L’ala classista deve ancora farsi le ossa, temprarsi nel fuoco della lotta, fare esperienza per affinare il suo istinto e capire bene cosa ci cela dietro lo scontro con l’ala interclassista. A un livello più profondo, infatti, dietro l’anima classista e interclassista, si trova lo scontro tra l’anima proletaria e l’anima padronale della Cgil, tra l’ala marxista e l’ala liberale. In parole povere, tra l’anima rivoluzionaria e quella che non è più nemmeno riformista, ma direttamente controrivoluzionaria.
Non è quindi un caso che l’ala interclassista abbia tentato di darsi un tono appoggiandosi alla mitologia della Cgil. L’anima classista della Cgil è ancora molto fragile perché ha un compito molto più difficile, e la sua crescita è lenta e tortuosa perché ad ogni passo è imbrigliata dai fantasmi evocati dalla burocrazia per offuscarle la memoria. Richiamandosi a Di Vittorio, Lama e Trentin, l’ala interclassista cerca di schiacciare quella classista sotto il peso della tradizione della Cgil, di cui anche l’ala classista, così giovane ed inesperta, sente il fascino. Purtroppo! Perché i tre angeli della desolazione evocati dal Signor arbitro, rappresentano la miglior tradizione della Cgil che capitola prima ancora di combattere. Ecco perché l’ala interclassista ci si rispecchia in pieno. Perché non saprebbe trovare Maestri migliori per insegnare nuove sconfitte alle nuove generazioni di lavoratori. Perché il Piano del lavoro di Di Vittorio, presentato, senza un’ora di sciopero a Sua Maestà la Democrazia Cristiana, e di conseguenza subito cestinato senza neanche essere degnato d’uno sguardo; la Svolta dell’Eur di Lama con cui si sacrificavano i salari per il bene dei profitti; e infine la firma insanguinata di Trentin sullo smantellamento di quel che restava della scala mobile, sono l’anello di congiunzione che lega assieme tutta la catena di sconfitte a cui ci hanno portato questi condottieri falliti senza gloria e onore. E i loro allievi migliori, i peggiori sindacalisti di oggi, ancora non lo vogliono capire che non si può più proseguire su questa linea perché ha fatto bancarotta. Il guaio della Camusso, ultima erede degl’interclassisti è che i suoi predecessori, avevano ancora molto da rinculare. Ma rincula oggi rincula domani, da dar via non ti resta più nemmeno il culo e tanto meno la faccia che hai già perso chissà dove, tanto tempo fa.
L’anima moderata, invece, imperterrita, vuole proseguire sulla sua solita strada, perché si crede saggia e realista. Ed è talmente realista che non vede la realtà a un palmo di naso. È convinta che non ci siano solo gli scioperi per poter portare a casa qualcosa. Insiste che a far gli scioperi in questo momento si fa solo un favore ai padroni, anche se non abbiamo visto un solo padrone in piazza con noi della Fiom ad incitarci affinché si vada avanti. Spiega ancora che alle manifestazioni di sabato, senza scioperi, viene più gente, perché crede si possano risolvere i problemi riempiendo le piazze per niente, piuttosto che rischiare di averle mezze vuote per qualcosa. Infine, piagnucola che con le fabbriche piene di precari non abbiamo la forza per mobilitarci, di conseguenza solo perché abbiamo poca spinta, ci invita a non usar neanche quella, togliendo così ai precari quelle poche possibilità che ancora avevano per non restarlo a vita. E mentre ripete come una cantilena tutte queste fesserie in nome del realismo, non si rassegna a trarre la sola lezione che anche il più somaro degli iscritti della Cgil dovrebbe apprendere dalle recenti vicende: quel poco che la Cgil ha ottenuto, quella striminzita variazione sullo smantellamento dell’Art.18, quell’impercettibile arretramento del Governo Monti è stato ottenuto come al solito: con gli scioperi, in base alla legge ferrea della lotta di classe che non dà scampo oggi come allora come sempre. È alzandosi dal tavolo per preparare un pacchetto di 16 ore di sciopero che la Cgil ha ottenuto quel che ha ottenuto dal Governo Monti. L’anima moderata non lo vede e non lo capisce perché nulla sa apprendere dalla realtà. Vive da sempre nel suo idealismo metafisico dove la realtà non arriva nemmeno di sfuggita.
Proprio per questo, per come quella moderata è estraniata dal mondo, le famose due anime della Cgil sono solo apparenti e in ultima analisi si riducono a una. Perché, in effetti, una e una sola anima ha la Cgil: l’anima combattiva e irriducibile, l’anima rivoluzionaria. L’altra anima, infatti, l’anima interclassista, rappresenta soltanto la Cgil senz’anima, le anime morte del nostro sindacato. E non basterà il grande Gogol’ per resuscitarle. Ci vorrà uno più grande ancora che anziché rianimarle, le sotterri definitivamente. Perché prima che ci mozzino il fiato, ci vorrà proprio il respiro rigenerante e profondo di Karl Marx.


Stazione dei Celti,
Martedì 24 Aprile 2012
Viva la Liberazione!
Viva la Resistenza!
Evviva la Rivoluzione!

martedì 24 aprile 2012

Che sia Hollande la nostra briscola?










CHE SIA HOLLANDE LA NOSTRA BRISCOLA?
di Norberto Fragiacomo




In Italia, la frana non si arresta; anzi, sta venendo giù il fianco della montagna: per accertarmene è stato sufficiente dare una scorsa ad una copia di Repubblica dimenticata sul sedile da un viaggiatore, in una domenica con pochissimi treni. Invero, più delle notizie funeste sorprendono i (primi) commenti critici sul Governo Monti formulati da alcune teste d’uovo del giornalismo nostrano.
Andiamo con ordine. A Torino – vale a dire a casa sua – la Fornero si becca mezza dozzina di uova marce; seguono le abituali cariche della polizia contro i contestatori. In precedenza, la ministra aveva invitato gli italiani a non lamentarsi troppo: le cose andrebbero a meraviglia se ci fosse “più spirito costruttivo”. I lanciatori hanno provato a farle intendere che a mani nude, e con le tasche vuote, risulta difficile costruire qualcosa – ma la “tecnica” va avanti per la sua strada, in macchina. Dal canto suo, Mario Monti ha affrontato, la settimana scorsa, il tema dei suicidi “per motivi economici” (sì, come i licenziamenti – e forse non è un caso): dovremmo essere lieti del fatto che i nostri numeri sono molto al di sotto di quelli greci; per merito suo, naturalmente. Come rileva persino Paolo Mieli, i replicanti di Blade Runner mostravano maggiore sensibilità umana, ma il punto è un altro: “logorati” da cinque mesi di governo, i professori stanno andando fuori giri, e iniziano a perdere la misura nelle dichiarazioni. Inesperienza, probabilmente – ma qualcuno (da fuori) non l’aveva messa in conto. Il premier, in ogni caso, incassa il sostegno acritico di Casini: il nuovo Partito della Nazione sarà costruito intorno a lui (ed a Casini stesso, che potrebbe puntare alla Presidenza della Repubblica). Mala tempora currunt, e visto che la crisi durerà almeno fino al 2017, il supertecnico conta di restare in sella ancora a lungo, per svolgere “al meglio” il proprio compito. Certo, ogni tanto il Cincinnato bocconiano ribadisce di voler lasciare l’anno prossimo, ma si smentisce da sé, con gli allarmi lanciati mezz’ora dopo.
Nel frattempo, si rincorrono le voci su nuove manovre, e gemelle dell’IMU: gli italiani incassano (il verbo è abbastanza improprio, in effetti), e smettono di consumare. Non che la cicala stia mutando in formica: ha smesso di folleggiare perché è moribonda, tutto qui.
Il Fondo Monetario, però, non è contento dell’andazzo: nel nostro Paese e nell’intera Europa mancano ricette per la crescita, l’austerity non basta più. Come comportarsi, dunque? Non si sa, visto che le regole in corso di approvazione (pareggio di bilancio e fiscal compact) hanno tolto di mezzo il moltiplicatore keynesiano, e senza qualche goccia d’acqua – cioè di denaro, pubblico o privato che sia – non cresce nemmeno la gramigna. Cosa c’è sotto questi velati attacchi all’esecutivo “tecnico”, che echeggiano sulle gazzette dell’alta finanza? Un contrasto interno al Capitale, un’ipotesi di inversione di rotta? Torneremo sull’argomento tra breve: prima di fare speculazioni, è opportuno riportare i fatti.
Negli ultimi tempi abbiamo conosciuto una nuovissima – e disgraziatissima – categoria sociale, quella degli “esodati”. Si tratta di persone relativamente avanti con gli anni cui, dopo che hanno perso il lavoro, era stato garantito un passaggio fino alla pensione tramite un ponticello d’emergenza, messo insieme con le risorse degli ammortizzatori sociali. La recente riforma pensionistica ha travolto, come un’onda di piena, il fragile diritto acquisito, ed ora questa gente si trova ad annaspare, senza presente né futuro. Pare sia allo studio un decreto legge, il cui contenuto – in un’epoca “normale” – verrebbe sicuramente giudicato scandaloso e beffardo: si tratta di rimandare al lavoro gli esodati, etichettandoli come “categoria protetta” per favorirne il reinserimento. Reinserimento dove? Non nelle aziende che li hanno cacciati, evidentemente, e neppure nella P.A. (una volta li avrebbero sistemati in qualche ufficio periferico), che è stata ridotta a pane e acqua, in attesa di scelte più drastiche e/o definitive. Il mistero, dunque, è avvolto in un enigma, e di buffo non ha proprio nulla: uomini e donne stanchi, già con la mente al riposo, vengono rispediti in campo d’imperio, ed assegnati a squadre che, nella migliore delle ipotesi, li accoglieranno come pesi morti. Dopo averli illusi, lo Stato li abbandona - anzi, fa di più: li umilia come esseri umani. E guai a protestare, altrimenti la Fornero li rimprovera pure.
Cosa ci dicono tutte queste news, apparentemente scollegate fra loro? Che siamo ormai entrati nel tunnel greco, alla fine del quale c’è solo la luce della fatidica locomotiva destinata a travolgerci. Se non altro, la galleria è affollata: gli spagnoli non stanno meglio di noi.
Ma che dire degli appelli alla crescita del FMI e del governo USA? Che si stia invece aprendo uno spiraglio? Onestamente riteniamo di no, e non daremmo troppa importanza a certe esternazioni. Il Fondo somiglia ogni giorno di più alla Sibilla cumana, quella dell’ibis redibis non morieris in bello, in cui la presenza o meno della virgola capovolge il significato della “profezia”. Ci viene ingiunto di crescere, ma non si spiega come[1], e a distanza di una settimana si pubblica un documento agghiacciante, malthusiano[2] che, senza tanti giri di parole, addita agli Stati la via della riduzione della spesa pensionistica. La verità la raccontano i fatti: in Grecia (così come un decennio fa in Argentina), il FMI è il principale ispiratore di quella politica che finge adesso di osteggiare. Il rigore non se l’è inventato Frau Merkel, che anzi potrebbe essere costretta, allo scadere, a tirarlo nella propria porta. Non è infatti assurda l’ipotesi che sia in atto, da parte del capitalismo anglosassone, un gigantesco scaricabarile sulla Germania “auriga” d’Europa, premessa (ideologica) per l’annientamento della sua potenza economica, che sarà comunque conseguenza inevitabile del collasso europeo. Lo abbiamo scritto e lo ripetiamo: il governo tedesco sta interpretando, sulla scena, il ruolo non particolarmente ambito dell’utile idiota. Alles Gute, Kameraden!
E’ verosimile che la disinformazione abbia un obiettivo ulteriore: quello di confondere il pubblico-vittima. Più che di divisioni interne al fronte della Finanza, si dovrebbe allora parlare di una spartizione dei ruoli, secondo il noto schema “poliziotto buono (il FMI, qualche volta)-poliziotto cattivo (i mercati che ci tengono d’occhio, le società di rating, il FMI la volta successiva ecc.)”.
I dominanti conoscono la psicologia delle masse, e soprattutto – lo testimonia Eric Hobsbawm, e di lui ci fidiamo – si dedicano allo studio del marxismo con ammirevole diligenza.
Scriveva Lenin, nel lontano 1920: “Il mondo intero è oggi cambiato. E anche la borghesia è oggi cambiata dappertutto. Essa ha paura del “bolscevismo”, lo detesta fin quasi a impazzire, e appunto per questo motivo accelera, da un lato, lo sviluppo degli eventi e rivolge, dall’altro lato, tutta la sua attenzione alla lotta per schiacciare con la violenza il bolscevismo, infiacchendo con ciò stesso le posizioni in vari altri campi (…) perseguitano il boscevismo con lo stesso zelo con cui lo perseguitavano Kerenskij e soci; anch’essi finiscono quindi per “passare ogni limite” e ci aiutano come Kerenskij ci ha aiutato [3]”. La classe egemone ha evidentemente fatto tesoro dell’esperienza novecentesca: accelera, come un secolo fa, lo sviluppo degli eventi, ma – a differenza di allora – non si lascia prendere dal panico, e alterna la persuasione, le false speranze e le blandizie alla forza. Ostenta divisione al suo interno per tenere divise le masse e rendere impossibile, o quasi, il consolidarsi di un fronte comune.
Mentre i suoi emissari ci tolgono tutto, Breil compreso, i vertici “illuminati” invocano la crescita, formula magica destinata a spalancare non si sa quali porte. Porte che, per noi, rimarranno sprangate, ma che per qualcun altro sono apertissime: nel pieno della crisi, i patrimoni dei supermiliardari aumentano a ritmo accelerato [4].
Tre indizi fanno una prova, e noi di indizi ne abbiamo a trilioni: la crisi servirà alla redistribuzione della ricchezza, a vantaggio di chi sta molto in alto, e lo stato d’emergenza sarà invocato (viene già invocato) per giustificare un coprifuoco permanente, con sospensione a tempo indeterminato di diritti e tutele. Se il PIL continuerà a calare, poco male: l’importante è che la mezza torta finisca per intero nel piatto giusto, e che quanti stanno in basso, opportunamente traumatizzati, si adattino alla servitù prossima ventura. Ce lo daranno, prima o dopo, il lavoro: ma sarà forzato.
Uscite d’emergenza? Verrebbe da dire “nessuna”, ma la conclusione è troppo pessimistica: anche il miglior condottiero, la più efficiente organizzazione commettono errori. In Italia, l’esecutivo bocconiano non sempre riesce a mantenere il basso profilo richiesto dalla circostanze: Monti, qualche volta, parla troppo e l’arroganza della Fornero – stigmatizzata da quel vigile osservatore che è Eugenio Scalfari – rischia di accendere conflitti indesiderabili. Non potendo licenziarla per motivi economici, la si manda a parlare all’Alenia (mossa abile), ma il timore reverenziale degli italiani nei confronti dei “tecnici” si sta pian piano riducendo.
Che fare, quindi?
Leggiamoci quest'altro passo: “non sappiamo né possiamo sapere quale scintilla (…) farà scoppiare l’incendio, nel senso di un eccezionale risveglio delle masse, e siamo quindi tenuti a metterci “al lavoro” in tutti i campi, di qualsiasi genere, anche nei più vecchi, aridi e apparentemente infecondi [5]”.
Per quanto la situazione odierna non sia rosea – anzi, proprio per questo! – le forze d’opposizione non possono cullarsi in assurde illusioni (la grazia non arriverà mai), e devono cogliere ogni minima occasione che si presenti.
Domenica 22 il socialista Hollande ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali francesi: non è un successo definitivo, e la percentuale raccolta da Melenchon, candidato della sinistra “vera” (11%), è stata purtroppo inferiore alle attese – tuttavia, se il 6 maggio Sarkozy venisse sconfitto, la situazione in Italia e in Europa potrebbe mutare. Qualora i mercati reagissero “istericamente” – in parole povere, attaccando la Francia –, il gioco di chi li manovra diverrebbe a tutti palese, e l’indignazione si mescolerebbe all’entusiasmo per il trionfo di chi, in campagna elettorale, ha denunciato i rischi della politica di austerità continentale, auspicando modifiche ai trattati.
E’ improbabile che Francois Hollande mantenga tutte le sue promesse, ma non importa: il suo eventuale successo diverrebbe un prezioso assist per le forze anticapitaliste del continente, e un brutto colpo per il mandriano tedesco [6].
L’indomani, la sinistra italiana (partiti, sindacati, associazioni, movimenti) dovrebbe scendere compatta in piazza per chiedere risolutamente elezioni anticipate, e la fine dell’era Monti – in nome, si capisce, della democrazia.
Alla peggio, sarà un segnale di unità rivolto a chi (esodati, precari, pensionati, funzionari pubblici, piccoli imprenditori sul lastrico ecc.) incomincia a rendersi conto di non avere futuro.



Trieste, 23 aprile 2012



[3] LENIN, L’estremismo, malattia infantile del comunismo, pag. 113.

[6] Il governo Merkel si è rammaricato apertamente per l’insuccesso di Sarkozy, contravvenendo piuttosto clamorosamente alle regole non scritte della diplomazia internazionale.
 
 
 

lunedì 23 aprile 2012

PRIME CONSIDERAZIONI A CALDO SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI di Riccardo Achilli



PRIME CONSIDERAZIONI A CALDO SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI
                                                     di Riccardo Achilli


E' senz'altro troppo presto per una analisi approfondita dei dati elettorali delle presidenziali francesi, che ovviamente richiederà il dettaglio analitico che ancora non c'è. Però alcune tendenze di massima sono già evidenti.
Il Paese, in larga maggioranza, rifiuta l'estremismo liberista delle politiche di ristrutturazione delle finanze pubbliche imposto da Sarkozy, e quindi rifiuta la filosofia liberista dell'asse franco-tedesco Sarkozy-Merkel.
Tale rifiuto passa però attraverso sfumature e differenze notevoli: il 28/29% dell'elettorato si affida alla ricetta riformista moderata di Hollande, fatta da un equilibrio fra risanamento di bilancio e crescita, in cui c'è il rifiuto dell'estremismo liberista racchiuso nel fiscal compact, come ad esempio la follia del pareggio di bilancio, ma l’accettazione della linea di fondo di rimanere nell'euro, e quindi dimostra la volontà di proseguire nelle politiche di austerità di bilancio, a patto che vengano controbilanciate da una maggiore equità nella distribuzione sociale dei sacrifici, da qualche misura sulla crescita dal lato della competitività (da negoziare, nelle misura più significative, in sede europea, quindi passando per le forche caudine della rigidità della Germania) e da maggiori garanzie legislative sulla tenuta del sistema finanziario in caso di future crisi (in particolare, la separazione fra attività di credito ed attività di investimento delle banche e la creazione di una agenzia pubblica di rating europea, misure che peraltro ben difficilmente potranno prevenire, di per sè, future crisi finanziarie).

Ma quasi un elettore su cinque, generalmente nel proletariato e sottoproletariato urbano più colpito dalla crisi, ma anche in alcune frange piccolo-borghesi (in particolare fra i contadini, altra categoria sociale particolarmente colpita dalla crisi, data la fortissima fase di difficoltà che tale comparto sta attraversando) esprime, tramite il voto al FN della figlia di Le Pen, un rifiuto radicale del modello liberista su cui si fonda la costruzione europea, rifiuto radicale che purtroppo viene intercettato da un partito di estrema destra, che offre facili alibi nel razzismo (quindi nell'offerta di un facile capro espiatorio nell'immigrato che, secondo la propaganda del FN, peserebbe sul bilancio pubblico e ruberebbe il lavoro) ad un proletariato privato di coscienza di classe da decenni di ripiegamento ideologico imposto dal pensiero unico post-muro di Berlino, ed una falsa tranquillizzazione in termini di sicurezza e giustizialisti (il programma della Le Pen parla anche di reintroduzione della pena di morte) ad una piccola borghesia terrorizzata dalla perdita di sicurezze economiche causata dalla crisi (anche se il tradizionale nazionalismo che caratterizza la cultura francese favorisce un partito come il FN, così come anche l'entità, e le specificità di isolamento, anche fisico, nelle banlieues delle città, dell'immigrazione, nonché i conflitti di identità fra immigrati di prima e seconda o terza generazione, rendono molto complessa la gestione del dossier immigrazione in Francia, favorendo il successo, nei segmenti di opinione pubblica a maggior livello di esposizione al rischio di emarginazione sociale, dei messaggi razzisti, e quindi drasticamente semplificatòri, proposti dal FN ). 

Il FG di Mélenchon riesce ad intercettare e mantenere a sinistra circa l'11% del rifiuto radicale al modello economico e sociale dominante, riorientandolo chiaramente verso la richiesta di un paradigma diverso dal capitalismo (controllo stringente sull'attività bancaria, eliminazione del precariato, riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, introduzione di un salario minimo e di un tetto salariale massimo, stimolo all'imprenditoria cooperativa anche in settori altamente competitivi, ripubblicizzazione dei servizi essenziali, ecc. sono chiaramente richieste che prefigurano un modello socialista, sia pur introdotto in modo pacifico e senza rivoluzioni).
Nelle condizioni di arretramento della coscienza di classe che affliggono tutta l'Europa, il risultato elettorale di Mélenchon è senz'altro da considerarsi molto positivo, e contribuisce, nonostante la forte crescita del FN (che consolida il suo primato di più forte partito di estrema destra d'Europa) alla riduzione del risultato elettorale delle destre e dei partiti moderati (come quello di Bayrou) rispetto alle ultime elezioni presidenziali (le uniche realmente comparabili): oggi, le destre ed i movimenti centristi come il partito di Bayrou totalizzano il 54-55% dei voti.
Alle presidenziali del 2007, tale quota aveva superato il 62%. Il risultato del FG è tanto più importante quanto più segnala la crescita di tale partito, che (anche se il paragone con altre elezioni non è del tutto corretto) alle europee del 2009 aveva ottenuto il 6,5%.
Tuttavia, la sensazione netta, al di là dei sondaggi che danno Hollande vincitore al ballottaggio, e nonostante la tradizione secondo cui il vincitore del primo turno ha sempre vinto anche il secondo, è che i giochi siano ancora aperti.
Nessuno è realmente in grado di stimare l'astensionismo fra gli elettori del FN al ballottaggio, anche perché la Le Pen appare molto determinata a chiudere un accordo con Sarkozy, ed il suo appello serale all'unità degli elettori del FN sotto la sua guida ha il preciso scopo di ridurre l'astensionismo in caso di accordo con il presidente uscente. Inoltre, Sarkozy può giocare di sponda sia con quote di elettorato del FN (promettendo una svolta poliziesca e xenofoba più radicale) sia con quote dell'elettorato di Bayrou (che ha pur sempre ottenuto  l'8-9%) accogliendo alcune proposte di tipo economico del MoDem, che vanno in direzione di maggiore austerità.
Viceversa, Hollande ha come unico interlocutore il FG, poiché, come dimostrano le presidenziali del 2007, il MoDem di Bayrou, con il suo atteggiamento di neutralità, spinge i suoi elettori ad astenersi al secondo turno, o a votare in quote più o meno uguali fra il candidato di destra e quello di sinistra (a meno che, come detto, Sarkozy non riesca a spostare una maggiore fetta di elettorato di Bayrou sposandone le proposte economiche, che sono allineate alle sue, ed inducendo l'elettorato centrista di tale partito a votare per lui, agitando lo spauracchio dell'influenza dei "comunisti" del FG su Hollande). 
Da questo punto di vista la dichiarazione emotiva di Mélenchon "appoggerò Hollande senza chiedergli niente in cambio", evidentemente indotta dall'inatteso risultato del FN di Le Pen, appare come un grave errore politico. Difficilmente gli elettori del FG decideranno di votare in massa per Hollande al secondo turno, se egli non accoglierà alcune richieste del programma di Mélenchon, ben più radicale di quello dell'esponente socialista. Mélenchon deve lottare per indurre Hollande ad accettare alcune proposte del FG, perché altrimenti consegnerà la Francia ad un nuovo mandato di Sarkozy, che stavolta nascerebbe sotto l'astro nero dei fascisti del FN e sotto l'astro ancor più cupo della Bundesbank e del monetarismo più selvaggio che il capitalismo in crisi ha messo in atto nei confronti dell'Europa intera. Ed anche l'Italia si gioca, in queste elezioni, una fetta del suo prossimo futuro.

In conclusione, il risultato più scioccante di queste elezioni, ovvero l’avanzata dell’estrema destra, non solo conferma un dato sociologico già noto, ovvero la conquista di crescenti quote di voto di operai e disoccupati, indotta dal declino della coscienza di classe, ma anche dal moderatismo di un PSF che, dopo il progetto-bandiera sulle 35 ore di Jospin, ha progressivamente adottato (già dallo stesso governo-Jospin) politiche economiche e sociali sostanzialmente simili alla destra nell’impostazione generale, corrette da qualche compensazione sociale e distributiva, ma evidenzia anche la penetrazione crescente fra i colletti bianchi, ovvero fra quel cosiddetto “ceto medio”, definito dalla sociologia borghese, di impiegati del terziario, su cui si basa sempre di più il consenso elettorale del PSF. Non è infatti un caso se non vi è alcun avanzamento significativo dei consensi per tale partito, che passano dal 26% dato alla Royal durante le presidenziali del 2007 all’attuale 28-29%. 
Evidentemente manca una riflessione sui danni di un riformismo troppo moderato, che non rimette in discussione realmente il modello di capitalismo finanziarizzato che abbiamo davanti, limitandosi a qualche piccola compensazione sociale, a qualche incentivo alle PMI ed a qualche proposta normativa di contrasto alla speculazione finanziaria, peraltro inefficace a fermare l’avanzata del capitalismo finanziario, che, essendo globalizzata per definizione, è poco sensibile alle normative nazionali (e non ha nessuna speranza di poter essere normata a livello europeo, stante l’ostilità delle due principali piazze finanziarie del nostro continente, ovvero Londra e Zurigo, ad esempio ad una tassazione sulle transazioni finanziarie) e, agendo perlopiù “over the counter_”, ovvero in mercati deregolamentati ed opachi, non offre nemmeno la base informativa minima per una regolamentazione efficace.
Il riformismo, più o meno moderato, perde quindi consensi anche fra quel ceto di impiegati, privato “ab origine” di coscienza di classe dalle modalità organizzative stesse del lavoro terziario e dalla crescente precarizzazione dei rapporti sociali di produzione, che i cantori improvvisati e sciocchi del modernismo ritenevano potesse essere la base sociale di riferimento della sinistra del futuro, abbandonando il voto operaio e quello dei diseredati e degli emarginati del capitalismo, al punto da teorizzare ipotetiche “società senza classi” che esistono solo sul pianeta Mercurio.
Una sinistra modellata sulle lezioni di questi cattivi maestri dimostra di non saper avanzare, perché non ha colto il nesso che esiste fra le rivendicazioni sociali dell’operaio, del disoccupato, dell’impiegato pubblico e del lavoratore precarizzato del call center. Rinuncia ad una analisi di classe perché si illude che lo stesso concetto di classe stia annegando in un coacervo indistinto di “ceti medi”. E quindi propone una ricetta non dissimile da quella liberale nella sua base, edulcorata con un po’ di redistribuzione e di difesa del ruolo del soggetto pubblico.
Una ricetta interclassista che non basta, e che rischia di portarci verso una deriva di destra molto pericolosa. Persino il programma elettorale di Hollande, che è più attento alle questioni sociali della media degli ultimi anni del suo partito (e che rispetto al nostro PD appare quasi “radicale) non basta, soprattutto perché si appoggia su un partito che deve oggettivamente ricostruire un rapporto di maggiore prossimità con i ceti popolari più deboli ed esposti alla crisi.

E’ tempo che la sinistra, a livello mondiale, rifletta sulla necessità di offrire, sia pur per vie democratiche e pacifiche, un modello di riferimento diverso, se non vuole che tale modello venga offerto dalla destra xenofoba.


domenica 22 aprile 2012

CHE RAZZA DI POPULISMO!



Nell'ultima settimana si sono sprecate le accuse di demagogia e di populismo all'antipolitica. Riproponiamo quindi questo articolo che ci pare calzi a pennello.



di Marco d'Eramo, il Manifesto 16-12-2011



Non se ne può più della sufficienza con cui i commentatori di tutte le sponde declinano i termini «populismo» e «populista». Cominciamo col dire che nessuno definisce se stesso populista: è un epiteto che ti affibbiano i tuoi nemici politici (un po' come nessuno si autodefinisce terrorista, ma è chiamato così solo dagli avversari o quando è stato sconfitto: algerini, vietnamiti e fondatori dello stato d'Israele non furono ricordati come terroristi perché le loro guerre le vinsero). In secondo luogo, populista ha non solo lo stesso significato, ma anche lo stesso etimo di demagogico, termine che non a caso fu coniato nell'antichità dalle fazioni aristocratiche e senatoriali in spregio alla plebe.

In effetti i nostri opinionisti ostentano nel pronunciare la vituperata parola un ludibrio venato di degnazione, neanche fossero tutti elencati nell'almanacco di Gotha, marchesi di Carabas timorosi d'infettarsi a contatto con il volgo (da cui la parola volgare). Però farebbero bene costoro a rileggersi quello straordinario libretto che il grande storico Jules Michelet scrisse due anni prima del maremoto rivoluzionario che avrebbe scosso l'Europa nel 1848, e che appunto s'intitolava Le peuple di cui intonava un romantico peana. Ma nel 2011 un Michelet subirebbe ostracismo immediato. Oggi essere bollati come populisti significa dannarsi all'inferno politico.

Il problema è che i cantori del capitale (come un tempo i giullari dell'aristocrazia) tendono a tacciare di populista qualunque aspirazione popolare. Vuoi la sanità per tutti? Sei proprio un populista (soprattutto negli Stati uniti). Vuoi la tua pensione indicizzata sull'inflazione? Ma che razza di populista! Vuoi poter mandare i tuoi figli all'università senza svenarti? Lo sapevo che sotto sotto eri un populista!

Quando ti appiccicano quest'etichetta addosso non riesci più a staccartela, hai voglia a dire che tu stai esprimendo solo sacrosante aspirazioni popolari. E il marchio è tanto più efficace e indelebile che ci sono davvero dei populisti demagogici e strumentali, per cui tu non vieni semplicemente distorto, vieni appiattito su qualcosa che esiste davvero. È vero che la Lega è cinica e demagogica, ma non ha torto quando dice che il nuovo trattato europeo è scritto in tedesco.

Il problema è sempre lo stesso. Non è perché Hitler mangiava che io devo morire d'inedia. Più in generale, è una lunga storia quella dei populismi del XX secolo che - non a caso - sono fioriti quando le aspirazioni popolari sono state disattese, anzi represse. Non per errore i nazismi e i fascismi nascevano da socialismi deviati, dirottati su linguaggi nazionalisti. Ma non sempre ha prevalso il «vade retro vulgus!». Vi è stata un'epoca in cui il populismo era di sinistra, anche negli Stati Uniti, prima che Ronald Reagan inaugurasse la grande stagione del populismo di destra.

Ecco cosa scriveva due mesi fa non un pericoloso estremista, ma l'ex ministro del lavoro di un presidente moderato come Bill Clinton, Robert Reich, in un articolo tradotto sulmanifesto: «Nei primi decenni del XX secolo i democratici non ebbero difficoltà ad abbracciare il populismo economico. Accusavano le grandi concentrazioni industriali di soffocare l'economia e avvelenare la democrazia. Nella campagna del 1912 Woodrow Wilson promise di guidare 'una crociata contro i poteri che ci hanno governato ... hanno limitato il nostro sviluppo... hanno determinato le nostre vite ... ci hanno infilato una camicia di forza a loro piacimento'. La lotta per spaccare i trusts sarebbe stata, nelle parole di Wilson, niente meno che 'una seconda lotta di liberazione'. Wilson fu all'altezza delle sue parole: firmò il Clayton Antitrust Act (che non solo rafforzò le leggi antitrust ma esentò i sindacati dalla loro applicazione), varò la Federal Trade Commission per sradicare "pratiche e azioni scorrette nel commercio" e creò la prima tassa nazionale sui redditi. Anni dopo Franklin D. Roosevelt attaccò il potere finanziario e delle corporations dando ai lavoratori il diritto di sindacalizzarsi, la settimana di 40 ore, il sussidio di disoccupazione e la Social Security (la mutua). Non solo, ma istituì un'alta aliquota di tassazione sui ricchi Non stupisce che Wall street e la grande impresa lo attaccassero. Nella campagna del 1936 Roosevelt mise in guardia contro i 'monarchici dell'economia' che avevano ridotto l'intera società al proprio servizio: "Le ore che uomini e donne lavoravano, i salari che ricevevano, le condizioni del loro lavoro ... tutto era sfuggito al controllo del popolo ed era imposto da questa nuova dittatura industriale". In gioco, tuonava Roosevelt, era niente meno che "la sopravvivenza della democrazia". Disse al popolo americano che la finanza e la grande industria erano determinati a scalzarlo: "Mai prima d'ora in tutta la nostra storia, queste forze sono state così unite contro un candidato come oggi. Sono unanimi e concordi nell'odiarmi e io accolgo volentieri il loro odio"».

A ragione questo linguaggio sarebbe oggi definito «populista». Ma quanto ci piacerebbe sentirlo di nuovo da un leader della (cosiddetta) sinistra!


venerdì 20 aprile 2012

Il guaio è la subalternità al Partito Democratico di G. Cremaschi


di Giorgio Cremaschi
dal sito della Rete28Aprile

Nel direttivo della Cgil non si sono solo scontrati due opposti giudizi sulla controriforma del lavoro ma si sono anche confrontati due diversi modi di concepire il rapporto con il governo e la politica nella crisi attuale.
Sul piano del merito la differenza è evidentissima. Da un lato, la maggioranza con i suoi 90 voti, ha affermato che sull’articolo 18 si è ottenuto un primo risultato e che sostanzialmente si è difesa la tutela contenuta in quell’articolo dello Statuto dei lavoratori. Chi ha votato contro (35 con 6 astenuti, della Fiom, della conoscenza e della Funzione pubblica, della minoranza congressuale, di Lavoro società), ha invece sostenuto l’esatto contrario. Cioè che la controriforma del lavoro avviene prima di tutto sull’articolo 18, con il passaggio dalla reintegra all’indennizzo anche nel caso di licenziamento riconosciuto ingiusto da parte del giudice. Ci si scontra quindi non solo sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, com’è nella tradizione sindacale, ma proprio sul senso del risultato. Per chi ha votato contro il risultato è completamente negativo, per chi ha votato a favore invece è un passo avanti. E’ difficile trovare nella storia recente della Cgil una contrapposizione così netta e così inconciliabile. Se nel 1984 la maggioranza della Cgil invece che respingere il decreto Craxi che tagliava la scala mobile lo avesse approvato, forse avremmo un precedente. Oggi purtroppo si ha la sensazione che le posizioni e le maggioranze siano esattamente ribaltate rispetto a quel momento.
E questo perché la maggioranza della Cgil oggi è strettamente connessa alle scelte, alle sofferenze, alle difficoltà e alle contraddizioni del Partito democratico. Il documento finale finisce con una sorta di ringraziamento a quelle forze politiche che hanno permesso i primi risultati. In realtà dovrebbe essere il Pd a ringraziare la Cgil, perché l’accettazione da parte di questa organizzazione dell’accordo sul lavoro tra Monti, Alfano, Bersani e Casini, suona soprattutto come copertura nei confronti di questo partito. Di un partito che deve sostenere una delle politiche più antipopolari e antisociali della storia della Repubblica. (...)
Se fosse stato al governo Berlusconi la Cgil non si sarebbe minimamente sognata di accettare una manomissione dell’art. 18. Lo fa oggi unicamente perché il suo gruppo dirigente pensa che non si possa andare allo scontro frontale con questo governo. E qui c’è il nodo di tutto. 
Nel dibattito del direttivo le critiche, l’insofferenza, l’ostilità verso il governo sono stati enormi, eppure sono sembrati più segno di frustrazione e impotenza che di reale volontà politica. Nella Cgil la maggioranza si lamenta di quanto sia di destra questo governo, ma poi non riesce a sottrarsi al vincolo del quadro di unità nazionale che lo sostiene. In questo modo anche la polemica con l’antipolitica diventa profondamente ambigua. E’ il governo di unità nazionale che taglia le pensioni e tutti i diritti, sostenuto anche dal Pd, che costruisce l’antipolitica. L’antipolitica è prima di tutto l’ABC.
Così si depotenziano anche le lotte e gli scioperi. Dopo la sconfitta drammatica sulle pensioni e mentre sull’art. 18 sono minacciati diritti fondamentali dei lavoratori, la Cgil lancia un appello a Cisl e Uil per una lotta comune sul fisco e sul lavoro. Si cambiano continuamente le carte in tavola, sperando di non perdere la mano, ma così si va solo sempre più a fondo. Oggi i lavoratori stanno mostrando una generosità incredibile nell’effettuare scioperi e lotte in tutta Italia. Ma se chi deve rappresentare queste lotte manda segnali confusi e contraddittori a coloro contro i quali esse sono indirizzate, le depotenzia nello stesso momento in cui le proclama. 
Gli scioperi devono avere un obiettivo chiaro: il no alle controriforme e al governo che le sostiene, altro che equilibrismi.
La situazione è troppo grave perché si possa andare avanti così. Quasi il 30% della Cgil nel direttivo ha detto di no alla segreteria. Occorre trasformare questa scelta in azione. Occorre che il popolo della Cgil sappia che una parte dell’organizzazione non è d’accordo con questa linea di tira e molla e perdi. Per quanto ci riguarda faremo tutto il possibile perché si organizzi un opposizione di massa in Cgil e perché cresca nel paese quel movimento unitario di lotta contro il governo che, unendo forze e movimenti e sindacati diversi, ha avuto un suo primo importante successo il 31 marzo a Milano. Non ci sono voti di direttivo che tengano, quando sono in gioco i diritti fondamentali dei lavoratori si va avanti nel difenderli.

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