Cerca nel blog

i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
.

martedì 31 maggio 2011

LETTERE DAL VILLAGGIO (GLOBALE) - N.3


di Alberto Belcamino


RESISTENZA OPERAIA AI CAMBIAMENTI

Puntuale come una legge fisico-chimica,ad ogni brusca separazione dentro il ciclo economico tra mondo della produzione e mondo del consumo, annunciante il tempo di crisi, si assiste ad una spontanea reazione delle forze del lavoro al cambiamento del quadro nel quale prendono forma la nuova divisione del lavoro e anche le innovazioni tecnologiche.
L'unità produzione/consumo viene raggiunta mediante la sussunzione del lavoro vivo al denaro e al capitale.
Tale equilibrio si ottiene con la "oggettivazione" del lavoro vivo e il ripristino a pieni giri del lavoro astratto.
Quest'ultimo,come creatore di valore, diventa il termine medio tra produzione e consumo, e garantisce il superamento della crisi in virtù della riunione dei due termini. Il lavoro astratto diventa così l'evanescente mediazione tra il capitale quale oggetto (cosa) e il capitale come processo, cioè si stabilisce la connessione tra prodotto e atto del produrre (processo,appunto).
A ragione Marx scrive ,nei Grundrisse che " il Capitale riproduce lavoro astratto finchè esso produce il lavoratore come lavoratore salariato".

All'inizio del capitalismo industriale,la resistenza operaia ai cambiamenti dell'organizzazione del lavoro e alle innovazioni macchiniste si espresse nella forma del "luddismo" e, in seguito, del movimento cartista. All'affacciarsi del taylorismo e del fordismo, i lavoratori americani opposero un'eroica resistenza che sfociò nella nascita dei sindacati anarchici dell'IWW (1905).
Il Keynesianismo, a cui si ispirava il New Deal di Roosvelt,negli anni '30, si realizzò dopo la cacciata dei sindacalisti di sinistra dalla CIO (Lewis,etc) e la confluenza di quest'ultimo nel sindacato anticomunista dell'AFL.
La fine del fordismo e l'avvento della nuova configurazione flessibile del capitalismo "postmoderno" (un capitalismo che non inverte,tuttavia,la fase storica declinante iniziata con l'avvento della fase imperialistica, ma, anzi, eleva le condizioni potenziali di crisi sino al parossismo), quello del neoliberismo attuale,dovette fare i conti con la resistenza operaia, per esempio,in Italia, alla Fiat, con uno sciopero durato quasi un mese, all'inizio degli anni'80, e con quella dei minatori inglesi al tempo della Tatcher, in Gran Bretagna.
Dopo cadde il "buio a mezzogiorno" sul terreno della lotta di classe, ed è stato necessario attendere l'entrata nel XXI sec.per vedere all'opera un nuovo movimento affacciarsi, con tutti i limiti neoriformisti e anarco- insurrezionalisti, sul proscenio della lotta al neoliberismo su scala internazionale.
Mi riferisco al movimento New Global che si è esaurito, in questa prima fase, nel "nulla di fatto", rispetto alle politiche di guerre imperialistiche e alle strategie neoliberaliste multinazionali, ma che, tuttavia, costituisce un embrione di "Soviet internazionale", allorché si approfondirà lo scontro di classe su scala mondiale e con la nascita di una Nuova Internazionale Comunista.
Nella situazione di tragica immaturità del soggetto rivoluzionario della nostra epoca, gli assalti utopistici e romantico-primitivi del nuovo movimento assieme ai condizionamenti riformistici che lo esautorano di energia rivoluzionaria, hanno portato a un' apparente normalizzazione i segnali e i brontolii del vulcano sociale,realizzando (dopo Seattle e Genova) la sussunzione reale di esso sotto l'egida della finanza internazionale e del sistema del debito generalizzato.
Manca ancora l'entrata in scena, e in forza, del proletariato mondiale,quello meno privilegiato e più sfruttato nel mondo,come dell'Asia (Cina, India), o dell'America latina (Brasile), o dell'Europa dell'Est, per trasformare i piccoli ruggiti in grandi e catastrofici boati che facciano impallidire i Centri borsistici e quelli manageriali della Toyota, della Sony, dell'Industria multinazionale petrolifera, e delle centrali di pianificazione dello sfruttamento universale annidato nel management delle multinazionali più potenti e nelle istituzioni sovranazionali dell'Imperialismo attuale (FMI,Banca mondiale,WTO,OCSE,etc).
Questa assenza si nota come non mai, se prendiamo, ad esempio, un Paese come l'Italia, in cui, nel periodo 1968-73, il numero delle ore di sciopero annuo raggiunse e superò la decina di milioni di unità orarie, mantenendo la tendenza così alta, se pur scemando anno dopo anno, sino agli inizi degli anni '80.
Le fabbriche erano, allora, sotto il controllo degli organismi di lotta interni: CUB, comitati, commissioni, delegati etc... e la lotta si concentrava sul controllo delle condizioni di lavoro e intorno alla strategia economica degli investimenti aziendali.
Fino al '77, la classe operaia venne considerata una"variabile indipendente" del processo produttivo. Poi, venne la svolta, nello stesso anno, con Lama e la politica del "compromesso storico" che cominciava ad attuarsi,rivelando il sabotaggio del PCI, dei sindacati e dei lavoratori intermedi mobilitati in funzione collaborazionista con le nuove strategie aziendali di ristrutturazione produttiva e del mercato del lavoro.
I più radicali tra i riformisti, i centristi, ispirandosi al gramscismo che metteva al primo posto la conquista di posizioni di controllo nella fabbrica e nella società civile, in sostituzione di una strategia politica in vista della conquista del potere statale come legge suprema della lotta di classe, si accodarono al "Nuovo Corso" reazionario,assumendosi il ruolo di "psicopompo" del movimento operaio fino agli inferi. Furono le carenze soggettive- sovrastrutturali a portare la classe dei lavoratori verso le paludi della disfatta e dello sfacelo, non certo le qualità sociali del movimento operaio.
Ancora una volta, a dispetto delle concezioni univocamente deterministiche, le condizioni soggettive della lotta, quelle basate, per intenderci, sull'essere possibile, ebbero ragione su quelle basate sull' "essere
necessario".
Ed è qui che, ancora oggi, risiede il "vulnus" del movimento: nel ritardo spaventoso di una guida e di quadri militanti sul campo capaci di mettere in pratica un programma d'azione, e di lanciare parole d'ordine tattiche mutevoli e adeguate alle fasi concrete, nel corso di sviluppo della lotta tra capitale e lavoro.

Dalla prossima lettera, passeremo a svilupare gli aspetti più specifici delle modificazioni oggettive e sovrastrutturali sopravvenute nel seno della forza lavoro mondiale dentro la nuova configurazione capitalistica.

LETTERE DAL VILLAGGIO (GLOBALE) - N.2




di Alberto Belcamino

IL LIBERO MERCATO DEL LAVORO

Procediamo l'inchiesta che,per ora, si limita ad individuare i caratteri generali della forza lavoro nel contesto neoliberistico del mercato e dei suoi nuovi modi di funzionamento in fabbrica e nella società. Uno di questi è certamente la "libera circolazione delle merci" e, fra queste, la più preziosa per il Capitale: la merce forza lavoro.

All'inizio della rivoluzione industriale, il compito supremo da adempiere, in un ambiente gravato da vincoli di ogni genere che alzavano ostacoli e barriere a iosa, era la libera circolazione delle merci e delle persone, non solo tra Paesi, ma all'interno di ciascuno di essi dove imperavano usi e leggi di tipo feudale, mentre era assente il mercato nazionale.
Da qui la spinta ad abbattere le odiose istituzioni e gli ordini medievali, a cui contribuì in modo definitivo, ancor più della rivoluzione presbiteriana inglese,quella francese che sancì il trionfo, in Europa, del capitalismo nazionale.
"Il capitalismo si è sempre sviluppato nel contesto di una nazione, con uno Stato attivo e complice".
Le nazioni si erano anche costituite in Stati indipendenti sotto i regimi feudali, almeno nei principali stati europei (al principio del XIX sec. mancavano all'appello Italia e Germania), ma ciò che mancava in quelli già formatisi in regime feudalistico era il contenuto,cioè il mercato nazionale dentro cui avrebbero dovuto riversarsi le relazioni di scambio capaci di realizzare il valore( e il plusvalore) delle merci che i progressi nella divisione, tecnica e sociale, del lavoro e il conseguente macchinismo industriale avevano fatto crescere irresistibilmente fino ad esasperare i vecchi equilibri tra produzione e consumo.
Dentro queste formazioni di mercati nazionali, attraverso la libera circolazione di merci e persone, s'inserisce il movimento per la creazione dell'esercito industriale di riserva, una delle due leve necessarie per l'accumulazione capitalistica.
La seconda, com'è noto, è rappresentata dal rivoluzionamento costante delle tecniche di produzione e delle invenzioni. Il pensiero scientifico e quello tecnico sono stati sussunti sotto il Capitale mediante la loro "internalizzazione" divenendo ormai una parte necessaria del sistema capitalistico.
Le modificazioni costanti della forza lavoro in regime capitalistico sono il risultato:

a) dell'estensione dei mercati,in quanto sviluppo di aree avanzate rispetto a quelle arretrate ( il capitalismo in declino della nostra Era non si sviluppa più complessivamente, come nel corso del XIX sec., ma solo a livello di certe regioni avanzate della Terra), e
b) del costante sviluppo dei mezzi di produzione, umani e non umani.

Questi due aspetti rappresentano, rispettivamente, l'esterno (il processo di circolazione) e l'interno (il processo di produzione) delle leggi di funzionamento del sistema capitalistico.
"Le crisi",scriveva Marx, " sono la condizione di quest'ultimo,ossia dello sviluppo capitalistico". Il senso comune invece crede "che la crisi suoni la campana a morto del capitalismo".
Nel mondo senza frontiere di oggi, o come si dice "globalizzato", la circolazione della forza lavoro avviene senza tregua,seguendo come un cane fedele gli spostamenti dei capitali industriali diretti investiti nei cinque continenti, seppure tra contraddizioni protezionistiche legate al ciclo del capitale.
Questo movimento, che era già "in nuce", agli esordi del capitalismo industriale che si applicava nella formazione del mercato nazionale, si replica oggi su scala internazionale. E tutto questo può avvenire grazie al fatto che il liberalismo economico costituisce la dottrina fondamentale del capitalismo, in quanto ne interpreta appieno l'essenza, l'intima natura.
Se avessimo tempo, basterebbe descrivere il volume e le direzioni di tali trasferimenti di forza-lavoro nel mondo e che si muove principalmente dai paesi poveri verso quelli più ricchi, vicini o lontani che siano, tanto per offrire una formalizzazione matematica di quanto andiamo testè affermando.
Sul piano delle condizioni soggettive, tutto questo comporta, però, una rinascita del socialnazionalismo (connesso alla fase imperialistica), o del razzismo, all'interno della classe operaia indigena, che mira ad escludere i lavoratori stranieri dalla solidarietà internazionale tra lavoratori dipendenti e sfruttati, creando una divisione maggiore tra operai che traggono vantaggi dall'imperialismo dei loro padroni mediante le imprese che investono all'estero, e gli operai senza privilegi, più emarginati e senza diritti, in gran parte annidati nelle file della manodopera straniera, sfruttata in patria o fuori, non importa.
L'imperialismo multinazionale odierno utilizza tutte queste forme di oppressione di razza, religione, socialsciovinista, per dominare la forza lavoro e costringerla ad "oggettivarsi" nel capitale.
Queste divisioni e debolezze del corpo proletario, a causa dei pregiudizi che l'assediano, sono inevitabili nel corso di spostamenti e rimescolamenti di masse lavoratrici diverse, provenienti da altri luoghi ed
aventi altre usanze. Ne consegue, in mancanza di un'educazione costante allo spirito rivoluzionario, una minore resistenza ai cambiamenti e una generale fiacchezza nella lotta di classe assieme a un affievolirsi del sentimento di solidarietà internazionale tra lavoratori multinazionali e multietnici.
Tutto questo era già insito nel principio del libero mercato, in quanto categoria generalizzante del neoliberalismo economico odierno.

UN GENOCIDIO SOCIALE di Cesare Allara




Questo articolo di Cesare Allara, scritto pirma della vittoria anunciata del centrosinistra, anticipa abbastanza bene quello che ci aspetta. L’analisi di Allara – già delegato Flm a Mirafiori – si sofferma sulla situazione torinese, per poi toccare in particolare le scelte e le prospettive della Fds e del Prc, partito nel quale l’autore ha militato dalla fondazione fino al 2006.


Sul Corriere della Sera di lunedì 23 sono apparse due severe requisitorie contro l’operato del centrodestra italiano e contro Berlusconi. I due fondi, complementari fra loro, di Ernesto Galli della Loggia e di Pierluigi Battista, sono un processo alle cose fatte e soprattutto a quelle non fatte dal regime berlusconiano dal 1994 ad oggi. I contenuti e i toni dei due articoli tolgono ogni residuo dubbio sulla volontà del grande padronato italiano di disfarsi al più presto del cavaliere di Arcore.

Battista snocciola i capi d’accusa contro il presidente del consiglio. Per citare solo quelli riguardanti l’economia si parla di “lunga e inarrestabile mutazione genetica” del centrodestra che ha spento “ogni afflato liberista nei dogmi di un neo-statalismo invasivo, dirigista, sfrenatamente spartitorio”; “l’estromissione del reprobo Fini … ha posto una pietra tombale su ogni traccia di spirito liberale”; “liberalizzazione è diventata una brutta parola, la privatizzazione addirittura un difetto attribuito alla sinistra”; “il merito, perno e cardine di ogni rivoluzione liberale che si rispetti, si è perduto per strada”; “i lacci e i lacciuoli che soffocano l’economia e la società restano inalterati” mentre “l’elettrizzante follia del ‘milione di posti di lavoro’ si è deformata nella promessa di campi da golf a Lampedusa e nell’acquisto di una casa in loco (a proposito: quel benedetto rogito è stato alla fine firmato?)”.

Galli della Loggia si domanda: “Ma davvero si può pensare che dilagare sui telegiornali, promettere ministeri, togliere multe, elargire mance e favori possa rovesciare un risultato che ha cause politiche profonde?” e detta un elenco di misure a costo zero che il governo di centrodestra, qualunque sia il risultato finale di Milano, dovrebbe prendere entro la fine della legislatura: istituire un sistema di controllo delle tariffe assicurative e del prezzo del carburante, togliere alle istituzioni locali meridionali ad alta densità criminale la gestione degli appalti pubblici affidandoli alle prefetture, tenere aperti gli uffici postali sino alle 18, liberalizzare gli orari nel commercio, abolire il numero chiuso dei notai e delle licenze delle farmacie, cancellare l’ordine dei giornalisti, rinverdire il decreto Galasso che vietava di edificare sino a trecento metri dalla linea di costa ed infine il blocco della costruzione delle “mostruose” pale eoliche.

Nel derby di Milano di domenica prossima, per il grande padronato è fondamentale la vittoria di Giuliano Pisapia; e se ciò non dovesse bastare ad abbattere Silvio Berlusconi e il suo governo di ascari, non è esclusa una campagna mediatica pro quorum ai referendum del 12-13 giugno prossimi, anche se ciò dovesse comportare la momentanea rinuncia ai business dell’acqua e del nucleare.

Il presidente del Consiglio non è ritenuto idoneo ad affrontare una fase in cui l’Europa ci chiede drastiche misure economiche per abbattere il deficit. Berlusconi è ormai un uomo sotto assedio, pressato da Confindustria, braccato dalla giustizia, taglieggiato dalle escort per comprare il loro silenzio e politicamente sotto scacco della Lega e di “responsabili” sempre più avidi. Ma Berlusconi, ad esempio, non aumenterebbe mai le licenze di taxi, né abolirebbe il numero chiuso di notai, farmacisti ecc. colpendo una parte della sua base elettorale. Per questi provvedimenti meglio i dirigenti della cosiddetta “sinistra” che, come tutti i neo convertiti, hanno bisogno di dimostrare costantemente la loro ormai incrollabile fedeltà nei principi liberali e liberisti.

Sono però soprattutto i provvedimenti economici non più rinviabili, ormai incombenti, che angustiano i padroni. Su quasi tutti i quotidiani occorre sfogliare almeno una ventina di pagine, e dopo le pernacchie di Bossi, le moschee piene di terroristi islamici e cazzate padane varie, si trova finalmente la notizia con la N maiuscola, e cioè che la Corte dei Conti suggerisce a Tremonti di continuare sulla strada dei tagli alla spesa pubblica per ottemperare ai vincoli europei. I titoli parlano di 35-40 miliardi di euro tanto per cominciare, ma bisogna poi leggere attentamente l’articolo per sapere che dal 2015 in poi saranno necessarie manovre di 46 miliardi ogni anno. Non viene citata una scadenza definitiva delle rate da pagare. Qualche giorno addietro, nel corso di un convegno, Mario Draghi aveva già annunciato che i tagli andranno fatti sulle principali voci di spesa, che tutti sanno quali sono: pensioni, stato sociale, più qualche provvedimento puramente demagogico del genere eliminazione di qualche auto blu, riduzione simbolica del numero dei parlamentari e dei loro emolumenti ecc. tanto per dimostrare che la manovra è equa. La sinistra al completo tace opportunisticamente sulle rate dal 2015 in poi preferendo solo accollare la responsabilità della prima rata agli errori di politica economica di Berlusconi.

Come ho già avuto modo di dire e scrivere, per compiere questo genocidio sociale occorre un ampio schieramento politico e un grande consenso sociale, perché nelle moderne “democrazie” occidentali olocausti di simili proporzioni non si possono imporre violentemente, ma conviene costruirli e portarli a compimento col consenso delle vittime. Come per gli internati dei campi di concentramento nazisti che venivano avviati alle camere a gas nella convinzione di andare a fare una doccia purificatrice. Come fu per l’euro, che in un sol giorno dimezzò nel giubilo generale il potere d’acquisto di salari e pensioni, con lavoratori e pensionati contenti di aver evitato guai ben peggiori.

Il blocco sociale che ha appoggiato Fassino a Torino è il prototipo di quello su cui puntano i padroni. Un blocco sociale che va dal pensionato ex comunista ed ex lavoratore FIAT ai cementificatori della città, dalla mafia del TAV alle grandi banche, da Marchionne alla FIOM passando ovviamente per i sindacati collaborazionisti. Un blocco in cui lo zoccolo duro è composto dai vecchi ex PCI convinti che il PD sia un partito di sinistra, e dalla FIOM, in cui la quasi totalità dei dirigenti aderisce a SEL e che, nel gioco delle parti, funge da ammortizzatore politico delle frustrazioni operaie. Ovviamente, all’interno di questo blocco, alla fine gli interessi che predominano sono sempre quelli dei poteri forti della città; agli “utili idioti” e agli ultras della curva di “sinistra” resta la soddisfazione di aver battuto una “destra pericolosa” come quella di Berlusconi e di aver salvato la “democrazia” in Italia.

A questo blocco sociale e politico tenta disperatamente di aggrapparsi la FDS. Se, come dicono tutti, è probabile che il governo Berlusconi non termini la legislatura e che nel 2012 si vada ad elezioni politiche anticipate, è chiaro che ripetendo i risultati ottenuti in queste elezioni amministrative la FDS il parlamento non lo vede neanche col binocolo. Anche perché i risultati della FDS sono stati tutt’altro che entusiasmanti. E in alcuni casi “drammatici”, come a Torino, dove la FDS ha mendicato un posticino nella coalizione di centrosinistra sino all’ultimo giorno utile ricevendo solo calci in culo da Fassino, e rimediando infine all’ultimo minuto un accordo con Sinistra Critica. Questi accattoni della FDS, fanno finta di non capire che in genere il PD li accoglie nella coalizione dove e quando non è sicuro di battere il centrodestra, mentre li scarica dove invece ha i sondaggi dalla sua.

Per la serie “Chi si contenta muore e non lo sa” (Sergio Endrigo, Perché piangi fratello, 1968) si possono invece ascoltare analisi del voto entusiastiche come quella di Oliviero Diliberto che definisce il risultato della FDS “incredibilmente buono”; ciò al fine di dimostrare che i voti della FDS sono indispensabili per la vittoria contro Berlusconi nelle elezioni politiche prossime venture e spuntare un accordo col PD che possa garantire qualche strapuntino istituzionale. Nel frattempo, nell’ennesimo festival dell’unità che è cominciato a “sinistra” col nobile intento di battere la famosa “destra populista”, SEL e IDV dietro suggerimento dell’immortale deus ex machina Bertinotti spingono per un partito unico della sinistra assieme al PD, ma senza la FDS; mentre l’impiegato della FDS Claudio Grassi, preoccupato per il suo posto di lavoro, predica insistentemente l’unità con SEL e IDV per garantirsi una via di fuga in caso i dirigenti nazionali del PD si comportassero come Fassino a Torino.

Se sul chi e sul come verrà spalmata la bolletta europea non vi sono dubbi, e resta soltanto da vedere la composizione della coalizione politica che gestirà tutta l’operazione in nome della responsabilità nazionale dopo i rituali, accorati richiami del presidente della repubblica, rimane da capire chi raccoglierà la bandiera dell’opposizione sociale. E’ difficile immaginare più precisamente gli scenari politici e sociali che potrebbero presentarsi, potrebbe veramente capitare di tutto e di più. Date queste premesse, nella totale assenza di una organizzata sinistra di classe, potrebbe persino presentarsi il caso che sia la Lega Nord sganciata dal berlusconismo a raccogliere la bandiera del malcontento sociale, e non solo quello dei padani duri e puri.

Lo stalinismo ad oltranza di Amedeo Curatoli e la concezione leninista delle nazionalità di Stefano Zecchinelli

1.Gli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto il Nord Africa, a discapito di tante anime belle, stanno portando a delle controrivoluzioni mascherate da rivoluzioni; questi processi hanno aperto, e me ne duole, una falla enorme nella teoria marxista.
Da una parte abbiamo avuto la speranza mascherata da analisi, di tanti dirigenti politici in ambito ‘’trotskista’’: ’’sognare è la sorte dei deboli’’, diceva Lenin, e questa speranza si è rovesciata in una pochezza teorica, a dir poco pietosa.
Dall’altra parte, con tinte differenti, gli studiosi di formazione m-l (stalinisti per capirci!), hanno urlato, per l’ennesima volta, ai quattro venti, il carattere anticomunista del loro marxismo-leninismo.
In questa sede non voglio fare una analisi della situazione in Nord Africa, ma mettere il dito nella piaga, a riguardo di alcune sciocchezze (fatte passare per analisi marxiste o post-marxiste), che sono state dette.
Amedeo Curatoli, personaggio abbastanza noto nei gruppetti m-l italiani, lo scorso 13 maggio, ha pubblicato un articolo ‘’L’Imperialismo oggi (e i suoi servi trotskisti)’’, dove dice molte cose, a dir poco ’’gustose’’.
Premetto che non renderò comico il povero Curatoli, che ci delizia quasi giornalmente con sproloqui senza senso, ma voglio utilizzare il testo su citato per chiarire alcune cose, che ritengo importanti.
Quindi il buon Curatoli mi scusi in partenza, e non se la prenda tanto a male con il sottoscritto.

2.Prima di tutto dobbiamo dire che far coincidere l’imperialismo con gli Usa è un errore a dire poco grottesco.
L’Europa, dopo un primo periodo di subordinazione, ha sempre cercato di guardare in modo autonomo ai suoi interessi, e perfino la piccola Italia, ha cercato di avere degli spazi propri.
L’imperialismo più forte, ovviamente, ha ostacolato la formazione di un ‘’polo’’ imperialistico europeo, creando grandi problemi anche alla stessa borghesia italiana: ricordo a riguardo, l’assassinio di Enrico Mattei, quello di Aldo Moro, e l’episodio di Craxi a Sigonella.
Nulla da dire su pericolose potenze d’area (o sub-imperialismi), che rivendicano il loro ruolo nel mondo multipolare: penso all’Iran, o sul versante (geografico) opposto il Brasile, e poi c’è la Cina, un capitalismo burocratico con tendenze imperialistiche.
Certi ‘’cultori’’ della geopolitica sovrappongono al concetto di classe, quello di nazione; per dirla con Andres Nin, eminente marxista catalano, ’’allo slogan proletari di tutti i paesi unitevi, si sostituisce proletari di tutti i paesi dividetevi’’.
Parlano di un inesistente Lenin difensore della sovranità nazionale, ma andiamo a vedere, in estrema sintesi, cosa diceva Ilic a riguardo.

3.Lenin si occupa per la prima volta delle nazionalità nel 1903, riferendosi alla Polonia, e ritorna (sicuramente in modo più completo) sull’argomento, solo dieci anni dopo.
Già nel testo del 1903, Vladimiro è chiaro:

‘’La socialdemocrazia, quale partito del proletariato, si pone come compito concreto e principale l’appoggio all’autodecisione non dei popoli e delle nazioni, ma del proletariato di ogni nazionalità’’. 1

Sembra ovvio, che per Lenin, i neostalinisti sono fuori dal marxismo, già sulla base del testo del 1903; ma non importa, voglio andare avanti.
Nelle importantissime Tesi del 1913, il dirigente bolscevico dice:

‘’La socialdemocrazia deve quindi con la massima energia mettere in guardia il proletariato e le classi lavoratrici di tutte le nazionalità contro il palese inganno delle parole d’ordine nazionaliste della <<loro>> borghesia, la quale, con discorsi melliflui o infiammati sulla <<patria>>, cerca di dividere il proletariato e di distogliere la sua attenzione dalle frodi della borghesia, che si allea economicamente e politicamente con la borghesia delle altre nazioni o con la monarchia zarista’’. 2

Spero che non si offenderà nessuno se affondo ancora di più, il coltello nella ferita.
Uno dei testi più citati dai neostalinisti è ‘’Sul diritto di autodecisione delle nazioni’’, scritto nel 1914, in polemica con Rosa Luxemburg.
Rosa (a mio avviso) sbagliava sul diritto di autodecisione, perché scambiava l’autodecisione politica, con il problema della indipendenza economica; comunico al lettore che questo argomento meriterebbe una trattazione a parte, e che è stato oggetto di dibattito fra due importanti correnti del movimento rivoluzionario: i comunisti dei consigli, e i leninisti (e poi i trotskisti).
Nella polemica con la Luxemburg, Ilic mette questi paletti:

‘’Naturalmente, questo non vuol dire che sul terreno dei rapporti borghesi, un tale Stato escluda lo sfruttamento e l’oppressione delle nazioni. Significa soltanto che i marxisti non possono perdere di vista i potenti fattori economici che generano la tendenza a costruire uno Stato nazionale. Significa che, nel programma dei marxisti, <<l’autodecisione delle nazioni>> non può avere storicamente ed economicamente altro senso che quello di autodecisione politica, indipendenza politica, formazione di Stati nazionali’’. 3

Lo Stato nazionale è lo stato tipico del capitalismo, o meglio ancora, il capitalismo esaurisce la sua necessità storica, con la formazione degli Stati nazionali.
Premessa importante per capire i gravi errori di marca neostalinista.

4.Andiamo allo scritto di Curatoli, e vediamo cosa dice ‘’il nostro’’:

‘’ Il lamento pacifista né con Clinton né con Milosevic, né con Bush né con Saddam, né con la Nato né con Gheddafi si è rivelato un imbroglio fraudolento perché, a dispetto delle apparenze, tale nobile lamento riecheggia e fa da controcanto alla propaganda mediatica imperialista la quale giustifica e legittima "la dura necessità della guerra" con lo spauracchio del Terrore, male oscuro che imperversa nel mondo. Né con questo né con quello significa mettere sullo stesso piano l'aggressore e l'aggredito, e si definisce "guerra" il barbaro e sanguinario terrorismo Usa-Nato, e "terrorismo" la guerra (senza virgolette) di liberazione nazionale dei popoli iracheno afghano e libico. Le agenzie imperialiste di contraffazione della verità prima hitlerizzano Milosevic, Saddam, i Talebani e Gheddafi, poi entra in azione la macchina militare di invasione e di sterminio. Tali agenzie possono vantarsi di aver fatto un buon lavoro di lavaggio cerebrale non solo nei riguardi di cittadini comuni, inconsapevoli e fessacchiotti, ma anche di intellettuali colti, sapienti, saccenti e di sinistra’’.

A quale scuola di marxismo sarà andato mai questo signore? Chi ha seguito i precedenti passaggi del mio discorso avrà riconosciuto, come al concetto di classe, si sia sostituito (nel testo di Curatoli) il concetto di nazione.
Non mi risulta, restando ‘’fedele a Lenin’’, che gli Stati aggrediti (ora citati da Curatoli) avessero una struttura economica precapitalistica, ed allora perché parlare di popoli aggrediti, invece di richiamarsi l’unità di classe? Senza diventare noioso nella argomentazione risalgo, a quello che per me è, l’origine del problema.
Nel 1937, Mao Zedong scrisse un testo ‘’Sulla contraddizione’’ (scritto subito dopo ‘’Sulla pratica’’), dove per certi aspetti, getta le basi per una geopolitica di sinistra.
Mao non fa niente altro che invertire i termini delle contraddizioni: la contraddizione principale diventa quella esterna, e quindi la minaccia imperialistica, mentre, per ciò che riguarda la contraddizione interna (borghesia/proletariato), trova dei motivi di simbiosi per i due blocchi sociali antagonisti.
I principi e la strategia vengono rovesciati nella tattica, dando vita ad una teoria delle alleanze interclassiste.
Il lavoro teorico del nostro (riferito a Mao), riguarda la società cinese degli anni ’30, la quale non era una società feudale, ma stava attraversando la transizione verso una economia capitalistica; rinvenire la contraddizione principale nell’imperialismo giapponese, e non nel rapporto dicotomico borghesia/proletariato, è segno di grande opportunismo tattico.
Una critica molto sobria al maoismo è stata fatta, per chi volesse approfondire, da Fabio Damen, teorico della sinistra comunista, il quale in modo incalzante riporta il maoismo nel terreno dell’antimarxismo:

‘’ Se noi poniamo il problema da un punto di vista patriottico e quindi obiettivamente conforme alle esigenze della borghesia nazionale, la contraddizione fondamentale è quella tra l’imperialismo e la borghesia indigena, dove agli interessi nazionali vengono sacrificati quelli di classe. L’ideologia che meglio si presta come giustificazione di questo tatticismo borghese è la flessibile teoria della interscambiabilità delle contraddizioni’’. 4

E ancora:

‘’ Se affrontiamo invece il problema da un punto di vista di classe (proletariato) la contraddizione fondamentale resta quella tra proletariato e borghesia, considerando quest’ultima come un momento antitetico di un più vasto fronte internazionale’’. 5

Molte cose infatti non tornano: parlare di lotta all’imperialismo significa avere ben presente che uno Stato borghese, quando entrerà nella fase di decadenza (fase ultima), avrà bisogno, per sopravvivere, di allargare le sue strutture economiche.
Scambiare i fattori, e rivenire in Stati nazionali (come la Libia o la Siria), un baluardo dell’antimperialismo, è un non senso, in termini marxisti; questa cosa può non capirla Curatoli, ma quando sbandano Fulvio Grimaldi e Domenico Losurdo, restiamo tutti molto delusi.
La preoccupazione principale di Mao era quella di portare la Cina, da paese semifeudale a paese indipendente, attraverso una industrializzazione autonoma, e senza le interferenze del capitale privato finanziario straniero.
Come Stalin, il nostro rivoluzionario borghese, condivideva la falsificazione dei processi sociali, tramite la ‘’rivoluzione a tappe’’; mi chiedo quindi, come i nostri neostalinisti nemmeno riescano a riconoscere la formazione del mercato interno, a spregio di ciò che Lenin aveva scritto in ‘’Stato e rivoluzione’’.
Tirando le somme: dalla lotta di classe si passa a quella di popolo e al blocco sociale, mentre dalle contraddizioni principali (esterne) si arriva alla teoria dei campi: le conseguenze? Mao Zedong (un po’ emulando Stalin con Hitler)nel 1972, stringe la mano ad Henry Kissinger, bel risultato.

5.Chiudiamo con il nostro dinosauro stalinista:

‘’ L'imperialismo, nel mentre sta scavando, con la complicità di regimi quisling, un abisso d'odio verso il mondo arabo mussulmano, allo stesso tempo induce altri paesi ad avviare processi di avvicinamento e intese volte a contrastare l'arroganza egemonistica Usa-Nato. Questi paesi sono: Cina, Russia, India, Brasile, Sud Africa, che costituiscono nel loro insieme un quarto delle terre emerse e la metà circa dell'intera popolazione mondiale. Essi, nei loro reciproci scambi commerciali non fanno più riferimento al dollaro ma già si servono delle loro rispettive valute, non solo, ma cominciano anche a dire chiaramente (soprattutto la Cina) che il sistema monetario fondato sul dollaro ha fatto il suo tempo e che deve essere sostituito da un nuovo sistema fondato su una moneta unica mondiale slegata da qualsiasi paese e che serva da valore di riferimento per definire le paritá monetarie di tutte le altre monete. Il giorno in cui ciò accadrà gli Usa andranno incontro alla bancarotta perché avranno perduto il privilegio di stampare soldi senza dar conto a nessuno, e apparirá chiaro agli occhi di tutti ció che Ahmadinedjad disse alla tribuna dell'Onu: che il dollaro è carta igienica’’.

Sicuramente bisogna analizzare il ruolo della moneta, e riconoscere la complessità del sistema finanziario, ma senza cancellare il carattere - come disse Pierre Naville – ‘’universale, mondiale’’ (di questo).
L’unità dei dominati, e quindi per fare un esempio degli operai cinesi con quelli americani, è l’unica soluzione possibile, per spostare le opposizioni sul terreno della lotta di classe.
Naville nel suo ultimo quaderno scrive:

‘’In altre parole, sono i concetti di capitalismo e socialismo ad essere sul punto di perdere tutti quei significati pratici e sperimentali che si sono sviluppati nel corso del XX secolo… L’unica espressione teorica valida non potrebbe essere che quella di crisi permanente, sviluppata,ai giorni nostri, dai suoi fisici, matematici e logici. Perchè no?’’ 6

Curatoli parla di parità monetaria, giustamente Marx diceva - poi rovesciato da Naville - che ‘’la logica è il denaro dello spirito’’. Va bene Curatoli, non temere, ci penserà Ahmadinejad.

6.Che cosa devono fare i marxisti davanti a questa situazione disastrata? Penso che questa lettera che Bordiga inviò a Damen, sia ancora molto attuale.
L’ingegnere napoletano, dopo aver fatto una attenta analisi sulla concentrazione di capitali in Usa e Urss, respinse la tesi di Damen, che metteva le due potenze sullo stesso piano, dicendo:

‘’ La sinistra si deve difendere dalla sciocca accusa di non vedere la storia e biascicare tesi astratte: deve provare che sono gli altri a non aver vista la storia.Fermo restando che dopo la fase delle liberazioni nazionali ogni alleanza è spietatamente condannata si deve porre la spiegazione del restare in piedi del capitalismo in relazione non alla scoperta di ricette come il protagonismo dello Stato nell’economia, ma ai rapporti imperiali dei più grandi apparati industriali, e alla persistenza, non invasione nel territorio, non sconfitta delle guerre, degli apparati di Stato (comitati di delega degli interessi capitalistici giusta Marx, sia o non sia lo Stato gestore di aziende e botteghe) più continui e persistenti storicamente.Indubbiamente il concentramento di potere di Mosca è anche un ostacolo che sbarra la via alla rivoluzione e lo è non solo come capitale della corruzione proletaria ma pure come forza fisica. Va detto chiaro.Ma ha di vita solo 34 anni. Il territorio e il popolo sono miscugli di economie e tipi sociali.Giappone e Germania sono a terra. Francia e Italia hanno subìto scosse tremende. La stessa Inghilterra è in crisi grave.Ecco come vengo al chiodo America. Altri pochi anni e la polizia detta O.N.U. sarà efficiente a distanza di minuti in ogni punto del mondo.Se possibile togliamo Baffone da Mosca e mettiamoci, per non sfottere nessuno, Alfa; Truman, che oggi ci sta pensando sopra, arriverà cinque minuti dopo’’. 7

Impossibile che cada il capitalismo globale, se Washington non viene sfondata, essendo l’imperialismo yankee (e basta vedere quello che è successo dopo), l’imperialismo più forte.
Come si sfonda la base della borghesia americana? Non di certo, appoggiando i predoni meno forti, ma prendendo da subito contatti con i movimenti antimperialistici, che lottano in terra statunitense, tanto più che l’imperialismo ricorre alla forza quando è debole.
Per il resto, come concluse la sua lettera il fondatore del Partito Comunista d’Italia ‘’ Mi sono spiegato? Se così non è vuol dire che sto infessendo io pure. Mal di poco, per il mio convinto marxismo, a dialettica non volontarista. Ti farò anche quel papiello, non dubitare’’.

7.Adesso posso congedarmi, i problemi sono tanti e questo scritto di certo non li risolve, però, ed è bene dirlo, non se la prenda male Amedeo Curatoli, se ho voluto fissare la bussola, dando qualche scappellotto proprio a lui; non era mia intenzione essere incalzante.

Note:

1)Vladimir Ilic Lenin ‘’L’autodeterminazione dei popoli.I testi fondamentali’’ Ed. Massari 2005 pag. 77

2)Vladimir Ilic Lenin ‘’L’autodeterminazione dei popoli.I testi fondamentali’’ Ed. Massari 2005 pag. 90

3)Vladimir Ilic Lenin ‘’L’autodeterminazione dei popoli.I testi fondamentali’’ Ed. Massari 2005 pag. 147

4)Fabio Damen ‘’Teoria delle contraddizioni’’ Fonte:leftcom

5)Ibidem

6)Pierre Naville ‘’Ricordi e pensieri.L’ultimo quaderno (1988-1993)’’ Ed. Massari 2010 pp. 149-150

7)Alfa ad Onorio – 9 luglio 1951 Fonte:leftcom

LETTERE DAL VILLAGGIO (GLOBALE) - N.1




di Alberto Belcamino


DIVISIONE DEL LAVORO

Nei primi anni '70, nei Paesi capitalistici avanzati, venne lanciato un attacco alla classe operaia che sarebbe continuato nelle successive tre decadi, assestando ai lavoratori una serie di disfatte.
Il neoliberalismo economico si è affermato ovunque ed èancora dinamico. A fronte di tale offensiva, la resistenza dei lavoratori è stata insufficiente e scarsa. Da ciò si è concluso che "i lavoratori non sono e non possono guidare la lotta per un mondo migliore". La sconfitta strategica, per il proletariato mondiale nel
suo complesso, viene fatta risalire al risultato negativo della lotta di classe che i minatori inglesi hanno riportato all' epoca della Tatcher.
Non si può attribuire questo stato di decadenza all'avvento del neoliberismo, in quanto la forza del liberismo economico( il libero mercato ) è stata sempre la dottrina fondamentale del capitalismo a causa
delle leggi coercitive della concorrenza e delle condizioni della lotta di classe che sono endemiche nel capitalismo.
Come ha scritto lo studioso R.Bellofiore, "il liberalismo inteso come laissez faire e Stato minimo è esistito all'inizio (dell'era industriale moderna) come politica mercantilista dell'Impero britannico".
Noi dissentiamo da tale giudizio che stima il liberalismo come un risultato della politica imperiale inglese, giacchè, agli inizi del capitalismo industriale la situazione era quella di "relazioni tra produttori di
merci indipendenti che non riconoscevano altra autorità oltre alla concorrenza e alla coercizione esercitate dalla pressione degli interessi reciproci" (vedi D. Harvey)-

Oggi, in un contesto di altissima divisione internazionale del lavoro tecnico e sociale, in cui il capitalismo multinazionale opera in un mondo senza frontiere, il Capitale è stato costretto a crearsi la condizione base per la sua accumulazione universale,ossia; un esercito di riserva internazionale del lavoro, la cui mobilità e il cui ingrossamento inseguono la direzione e il volume degli investimenti dei capitali nel mondo, e la loro velocità. I flussi migratori internazionali sono importanti per seguire anche le oscillazioni dei livelli di salario su scala locale che dipendono, in primo luogo, non dal movimento del numero assoluto della popolazione operaia, ma, come scrive Marx "dall'aumento e dalla diminuzione del volume relativo della sovrappopolazione,ossia dell'esercito industriale di riserva". Inoltre, l'oscillazione dei salari non si modifica solo per il trasferimento dei capitali da un punto all'altro,ma anche per i bisogni di valorizzazione del capitale durante le alterne fasi del ciclo.
Lo studioso americano M.Yates,stima che l'esercito di riserva nel mondo,all'inizio del XXI sec., sia di circa 200 milioni di disoccupati in modo aperto e che, circa 900 milioni/un miliardo di persone, siano sottoimpiegate.(Oggi,in piena crisi sistemica bisogna accrescere di almeno il 15% tali cifre. Il presente articolo fu redatto,qualche anno prima dello scoppio della crisi odierna). Sulla base degli investimenti produttivi diretti delle multinazionali o di capitalisti dei Paesi avanzati,tali investimenti provocano, negli Stati periferici, spostamenti migratori interni della popolazione lavoratrice (vedi la Cina,l'India,il Brasile). Ma si assiste ad ondate migratorie sempre più massiccie dalla Periferia al Centro del mondo, da un continente all'altro,o da Paesi poveri a quelli ricchi di uno stesso continente.
Negli anni '90, in Europa, venivano contati 18 milioni di disoccupati e, con l'avvento di fasi negative del
ciclo,alla fine dello scorso secolo e all' inizio del presente, si è assistito a misure protezionistiche verso l'immigrazione accompagnate da misure di polizia e da regolamenti più rigidi che limitavano le entrate di emigranti appartenenti ai lavoratori salariati e ai rifugiati.

Il capitalismo multinazionale-finanziario, nella sua versione di neoliberalismo economico, riproduce su scala mondiale un ineguale sviluppo interno e fra nazioni. A questo risultato conducono le sole forze del mercato che, come un dio oscuro e minaccioso,rivelano di tanto in tanto,attraverso i guru economici, i segni di imminenti catastrofiche crisi,a cominciare da quelle finanziarie, che riempiono d'angoscia i celebranti ed operatori del sistema in preda alla "volontà di potenza" che li costringe a considerare gli
altri in termini puramente strumentali e come oggetti dell'esercizio violento del dominio.
Il liberalismo economico, in nuce, si libra tutte le volte che si affaccia un nuovo contesto di divisione sociale del lavoro, e di ristrutturazione del mercato del lavoro, che estende le comunicazioni e riduce i costi dei trasporti i quali rendono più agevole" la diffusione immediata delle decisioni in uno spazio sempre più grande".
Esso comporta una minore rigidità nei mercati del lavoro, nei contratti di lavoro e nell'allocazione delle forze lavoro.
Accanto a questi fenomeni, si registrano minori interventi statali,una minore rigidità degli impegni statali in materia di sicurezza sociale,dei diritti pensionistici,etc.
All'interno delle fabbriche e delle officine si affaccia una nuova divisione del lavoro che si basa su una maggiore "autonomia" del lavoratore rispetto al capitalista e al suo management (toyotismo) e sulla diffusione a rete della fabbrica nel territorio (regionale o internazionale).
In tale contesto prende piede tra i lavoratori l'individualismo sfrenato pervaso di sapere tecnico a scapito del sentimento di solidarietà di classe, e uno spirito collaborativo con il capitalista e ilsuo management, invasati da una imprenditorialità creativa che insegue l'innovazione e la speculazione. Anche le relazioni sociali subiscono necessarie trasformazioni al punto che, dal lato del lavoratore, prevale l'atteggiamento di considerare gli altri in termini puramente strumentali e utilitaristici (invadenza dello spirito di Bentham ), specie nel milieu della forza lavoro specializzata.


domenica 29 maggio 2011

Note critiche alla ideologia della equivalenza fra opposti totalitarismi di Stefano Zecchinelli

1.In una recentissima polemica,con un aspirante accademico,studioso di filosofie del linguaggio in terra statunitense,ho dovuto affrontare,alcuni temi,a me cari,come ad esempio,il carattere manipolato delle democrazie occidentali,e l’ideologia borghese della fine della storia.
Per prima cosa,facendo ricorso ad opportune fonti storiche,mi sono premurato di dimostrare che i termini della questione devono essere invertiti,e quindi mettendo con le spalle al muro l’equivalenza fra gli opposti totalitarismi,ho stabilito delle analogie le fra democrazie liberali e fascismo.
Questa equivalenza,può essere argomentata in vari modi;per l’occorrenza ho menzionato un testo di Jacques R. Pauwels,sul rapporto fra le multinazionali americane ed Hitler.
Entriamo nel merito,e citiamo un punto saliente del saggio.

2.Il nostro storico è bravo ad indicare la gravosità della questione dicendo:

‘’ Improvvisamente, le filiali Tedesche delle corporations Americane cominciarono a mietere profitti. Perché? Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i leaders affaristici con attività in Germania trovarono a loro immensa soddisfazione che la cosiddetta rivoluzione Nazista conservava lo “status quo socio-economico”. La stigmate del fascismo Teutonico del Führer, come di ogni altra varietà di fascismo, era reazionaria di natura ed estremamente vantaggiosa per gli scopi dei capitalisti. Portato al potere dagli uomini di affari e dai banchieri Tedeschi, Hitler serviva agli interessi di questi “deleganti”. La sua principale iniziativa era stata di sciogliere i sindacati dei lavoratori e di schiacciare i Comunisti e i tanti attivisti Socialisti, sbattendoli in prigione e nei primi campi di concentramento, che erano stati appositamente impiantati per accogliere la sovrabbondanza di prigionieri politici di sinistra’’. 1

Direi che è una citazione interessante,che rovescia le argomentazioni fatte da molti anticomunisti.
Chi procede utilizzando il ‘’Grande Metodo’’ (Brecht),non si sofferma sulla forma politica dei regimi,ma prende in esame,in primis,le loro basi sociali.Che cosa non accetta la comunità liberale di tutto ciò?Semplice,la critica dei liberali,mette sullo stesso piano fascismo e stalinismo (per carità non il socialismo),ritenendo che entrambi sottomettono individuo e società civile alla volontà statale.
Questo approccio è assolutamente sballato,ma prima di smontarlo come si conviene,ritorniamo alla questione di partenza.
Chi ‘’balla con Popper’’ si guarda bene,dal soffermarsi sulla uguale struttura economica della democrazia liberale e del fascismo,ed essendo il regime capitalistico privo di etica,o almeno fedele ad una etica che dice ‘’niente di ciò che è disumano mi è estraneo’’,le multinazionali americane,hanno ricercato forza lavoro a basso costo nell’Europa Centrale negli anni ’30 e ’40.
E’ molto interessante come nelle università,si discuta della limitazione dei diritti civili e politici durante il ventennio nero,ma si occulti il carattere imperialistico di questo;quindi Mussolini era criminale (insieme ad Hitler e Stalin) perché impediva agli intellettuali di discutere i testi di Benedetto Croce ma non una parola,sul colonialismo nei Balcani,in Libia,ed in Etiopia.
Il mio interlocutore,dà a ciò una risposta curiosa,alludendo ad un inedito capitalismo etico,vediamo cosa dice (mi appoggio ad una sua breve lettera,giusto per argomentare con più facilità,alcune questioni importanti):

‘’ Fermo restando quindi che la liberta d’impresa privata non deve essere abolita, il compito dello Stato in una democrazia liberale deve essere quello di evitare che vi siano degli eccessi da parte del mercato, che non vi siano concentrazioni anomale o dominanti (antitrust) ma soprattutto che le corporations rispettino le regole, non commettano abusi verso i cittadini e non arrivino a comprare e “possedere” i diritti universali degli individui. Soprattutto il diritto alla sanita o all’istruzione pubblica, e su questo negli Usa c’e ancora molto su cui lavorare. Insomma il libero mercato non puo essere rimosso o eliminato, altrimenti comunque toglieremmo un diritto fondamentale dell’individuo, ma deve essere costantemente corretto e regolato dalla collettivita, attraverso gli enti pubblici, e dalla legge, attraverso la magistratura’’.

Molto interessante!Cestinando le cartacce di strani stregoni a stelle e strisce,vediamo con metodo scientifico (e quindi marxista),come si arriva (ovviamente procedo in estrema sintesi),alla espansione delle strutture economiche.
Paul Mattick,economista appartenente al Comunismo dei Consigli,prende in esame il New Deal approvato per far fronte alla crisi del ’29;lasciamogli un attimo la parola,per poi ritornare sul possibile capitalismo etico.

‘’ In tutte le nazioni capitalistiche la insufficienza di capitale rispetto alle esigenze capitalistico–sociali di accumulazione appare come un surplus nelle mani degli imprenditori monopolistici e di quelli ancora operanti sul piano della concorrenza. Un’analoga scarsità di capitale relativamente alle esigenze di espansione dell’economia mondiale appare, in tutte le nazioni capitalistiche e in ogni blocco monopolistico, come un surplus incapace di trovare un investimento proficuo all’interno delle ristrette strutture date. E’ da qui che traggono la loro origine i vari tentativi di allargare queste strutture, di conquistare più ampi Lebensraume (spazio vitale, ndr) e di dare ulteriore impulso al processi di concentrazione della ricchezza e della povertà mondiali. Il New Deal diventa la nuova guerra mondiale; la centralizzazione attraverso la concorrenza legale si trasforma nella centralizzazione mediante la forza bruta. Così, la produzione senza profitto e la “costruzione delle piramidi” si trasforma nella distruzione di capitale con mezzi militari’’.2

Non stupiamoci dato che,come dimostra Lenin nel suo studio sull’imperialismo,il capitale finanziario,è il superamento del capitalismo industriale,dai liberali ‘’buoni’’ sventolato erroneamente.
La priorità di ogni borghesia,quando i cicli economici si spezzano,è quella di conservare il sistema,nel modo meno doloroso possibile,tenendo conto del processo su accennato (con la citazione di Mattick).
Lo statalismo,da non confondere con il socialismo,nei suoi sforzi di economia dirigista,non accresce le forze produttive,ma le frena;come ebbe a dire Trotsky ‘’lo statalismo frena lo sviluppo della tecnica sostenendo imprese non vitali e mantenendo strati sociali parassitari:in una parola è profondamente reazionario’’.3
Insomma,penso che nonostante la mia formazione non sia sulle scienze economiche,ho reso l’idea di come si passi dal keynesismo sociale a quello militare.
Arriviamo alle note dolenti,per tutti i ballerini popperiani nella terra del Condor.

3.E' giusto notare,per onestà intellettuale,che fino a quando l’economia liberale non si era ridotta a ‘’sociologia del pensiero’’ (Hofmann),molti studiosi,come ad esempio Schumpeter (si cerchi la ''Sociologia degli imperialismi'' scritta nel 1918),presero seriamente il problema dell’imperialismo.
La teoria della guerra (solo per citare l’approccio che per me è il più intelligente) come ciclo di investimento,viene,in modo sobrio sostenuta,anche da non marxisti;Milward disse che al conflitto bellico si deve la creazione di capitale fisso,che fu la parte più utile del capitale rimpiazzato dal 1939.
Partendo da questa teoria,il periodo della guerra (imperialistica),può essere visto (e analizzato),come il periodo in cui lo stock di capitale,subì in molti paesi,un rapido cambiamento.
Le statistiche fatte dagli studiosi di economia politica,marxisti e non (ricordo solo come marxista Bordiga),conferma che l’espansione del successivo ventennio,ha la sua origine nell’investimento di capitale fisso,effettuato durante le ostilità.
Tutto ciò ha impedito il protezionismo degli anni ’30,e costretto le potenze al libero mercato mondiale. 4

3.Addentriamoci nelle miserie dell’anticomunismo.
Popper nel suo studio sui nemici della ‘’società aperta’’ rinviene in Platone,Hegel,e Marx,i padri dello stato totalitario;un vero insieme di sciocchezze.
Platone aveva interessi prevalentemente pedagogici,Hegel (come dimostrato da Costanzo Preve) è stato un filosofo comunitario,in cui famiglia,società civile e Stato,sono indipendenti l’uno dall’altro,mentre un totalitarismo deve sottometterli a sé,e per ciò che riguarda Marx,dubito che Popper l’abbia mai studiato seriamente.
Karl Popper rappresenta uno strano caso di psicopatologia politica;apologeta del capitalismo,a ridosso proprio della prima Guerra del Golfo (disgrazie che capitano!),sostenitore della ‘’fine della storia’’ come pensiero antidogmatico,e,dulcis in fundo,tutte le apologia necessitano di una critica,e quindi contesta i mass media.
Poveri liberali non avete capito niente,perché non c’è nulla di più dogmatico e antiscientifico dei proclami sulla fine della storia;cari lettori,(purtroppo) però non è tutto così risibile,e il discorso nasconde dietro un triste giochetto:tappiamoci il naso,stringiamoci lo stomaco,ed entriamoci dentro.
Brecht diceva ‘’l’ingiustizia ora cammina con passo sicuro.Gli oppressori si fondono su diecimila anni.La violenza garantisce:Com’è così resterà’’ (Lode della dialettica);perfetto,esorcizzare il futuro,sputare sul Novecento come sul secolo degli opposti totalitarismi,è il modo migliore per allontanare la minaccia del futuro,proprio nel momento in cui,questo regime di sfruttamento,ha raggiunto livelli,che ‘’provocano’’ l’umano sentire.
Lukacs nel 1937 scriveva,senza poterlo subito pubblicare,a Mosca il saggio su ‘’Il giovane Hegel’’,spiegando come per il grande filosofo tedesco,non ci sia nulla di sacro ed immutabile;la storia è un divenire,una continua razionalizzazione del reale.
Insomma che dire?Brecht e Lukacs,mentre i liberali (altrimenti dimostratemi il contrario!) da almeno mezzo secolo,sono soltanto la spazzatura della cultura.

4.Mi soffermo su alcune inesattezze storiche:’’il nostro’’ (riferito al mio interlocutore) dice (e cito la sua breve lettera,sempre come punto di appoggio,per l’ultima volta):

‘’ Ti ricordo inoltre che anche il regime bolscevico successivo alla rivoluzione d’Ottobre aveva pesanti tratti in comune con il regime nazista: il fatto che la volontà e le necessita della maggioranza della popolazione fossero "interpretate" da un ristretto numero di persone; il divieto di sciopero; l’abolizione dei sindacati e la militarizzazione del lavoro; l’introduzione dei principi fordisti e tayloristi nei sistemi di produzione; la dittatura prima di un partito ed infine di un uomo solo; l’eliminazione fisica degli oppositori del partito dominante (fosse esso quello bolscevico in Russia, o quello nazionalsocialista in Germania)’’.

Sono dispiaciuto per le sue scarse conoscenze storiche (in termini marxisti ‘’falsa coscienza’’ borghese).
Dall’ 8 al 16 marzo 1921 si tenne il decimo Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica.
Venne approvata la NEP (Nuova politica economica),introdotti,quindi,elementi di economia di mercato,si dà pericolosamente respiro a forze sociali (come ad esempio i contadini ricchi) che erano controrivoluzionarie,e si cercò di limitare il frazionismo dentro un Partito,che comunque,manteneva un struttura collegiale.
Ci fu anche un dibattito sui sindacati,dove si scontrarono la linea di Trotsky e Bucharin,con quella di Lenin,all'epoca appoggiato da Stalin;i primi volevano che i sindacati diventassero parte dello Stato Operaio,mentre Lenin che uscì vincitore dallo scontro,disse che i sindacati dovevano restare liberi.
Insomma,cari accademici nelle Università degli avvoltoi a stelle e strisce,sporchi di sangue e gonfi di soldi,come fate a dire che fu abolito,in epoca leniniana,il diritto allo sciopero (che poi è quello che,ormai,si insegna nelle Facoltà di Scienze Politiche in Occidente)?
‘’I nostri’’ (ormai me la prendo con tutta la cosca mafiosa universitaria!) mancano di qualsiasi senso della storia;la Rivoluzione Russa,ha dovuto fare ricorso,a ‘’espedienti’’ (tattici) propri delle rivoluzioni borghesi,per fronteggiare da una parte l’isolamento in cui si trovò l’Urss,e dall’altra l’arretratezza economica,essendo stata la Russia,per dirla con Ilic,’’l’anello debole della catena’’.
L’Urss fu invaso,dopo la rivoluzione,da ben ventuno eserciti stranieri (e il rispetto delle sovranità nazionali?),e come se non bastasse,le potenze imperialistiche utilizzavano,già da allora,provocatori,per destabilizzare gli Stati sovrani.
Ma risaliamo all’origine del problema;dunque,ci fu una verticalizzazione dei poteri,è vero (ed è giusto!),ma come non rapportare tutto ciò al contesto storico,e al massacro che (e ora utilizzo un termine provocatore) le democrazie liberali,causarono (Prima guerra mondiale)?Niente moralismi,non perdiamo di vista il ‘’grande metodo’’.
Lenin fece uno studio dell'imperialismo molto geniale,che conserva ancora tutta la sua attualità:

‘’ L'imperialismo è il più alto grado di sviluppo del capitalismo, ed è stato raggiunto soltanto nel XX secolo. Per il capitalismo, sono divenuti angusti i vecchi Stati nazionali, senza la cui formazione esso non avrebbe potuto abbattere il feudalesimo. Il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione, che interi rami dell'industria sono nelle mani di sindacati, di trust, di associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi "signori del capitale", o in forma di colonie o mediante la rete dello sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri. Il libero commercio e la concorrenza sono stati sostituiti dalla tendenza al monopolio, dall'usurpazione di terre per impiegarvi dei capitali, per esportare materie prime, ecc. Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo, nella fase imperialista, è divenuto il maggiore oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive, che l'umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le "grandi" potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie’’. 5

E ancora:

‘’ Dal 1876 al 1914, sei "grandi" potenze depredarono 25 milioni di chilometri quadrati, cioè una superficie due volte e mezzo l'intera Europa! Sei potenze tengono soggetti più di mezzo miliardo (523 milioni) di uomini nelle colonie. Per ogni 4 abitanti delle "grandi" potenze si contano cinque abitanti delle "loro" colonie. E' noto a tutti che le colonie sono conquistate col ferro e col fuoco, che nelle colonie la popolazione è trattata bestialmente, sfruttata in mille modi (per mezzo dell'esportazione del capitale, delle concessioni, ecc., con la frode nella vendita delle merci, con la sottomissione ai poteri della nazione "dominante" e così via). La borghesia anglo-francese inganna il popolo, affermando di condurre la guerra per la libertà dei popoli e del Belgio: in realtà, essa conduce la guerra per conservare le colonie che sfrutta senza misura. Gli imperialisti tedeschi avrebbero subito liberato il Belgio ecc., se gli inglesi e i francesi avessero "cristianamente" diviso con loro le proprie colonie. L'originalità della situazione sta nel fatto che, in questa guerra, i destini delle colonie vengono decisi dalla lotta armata sul continente. Dal punto di vista della giustizia borghese e della libertà nazionale (o del diritto delle nazioni all'esistenza) la Germania avrebbe indubbiamente ragione contro l'Inghilterra e la Francia, poiché essa è "sprovvista" di colonie, mentre i suoi nemici opprimono nazioni in numero incomparabilmente maggiore; sotto la sua alleata, l'Austria, gli slavi oppressi godono indubbiamente una libertà maggiore che non in quella vera "prigione di popoli" che è la Russia zarista. Ma la stessa Germania si batte non per liberare ma per opprimere le nazioni. Non è compito dei socialisti aiutare il brigante più giovane e più forte (la Germania) a depredare i briganti più vecchi e più nutriti. I socialisti devono servirsi della lotta tra i briganti per abbatterli tutti. A tal fine, i socialisti devono dire al popolo la verità, e precisamente che questa guerra è una guerra di schiavisti per il rafforzamento della schiavitù, per tre motivi; questa guerra tende: in primo luogo a rafforzare la schiavitù delle colonie con una più "giusta" ripartizione e con un ulteriore e più "concorde" sfruttamento di esse; in secondo luogo, a consolidare l'oppressione sulle nazionalità allogene nelle "grandi" potenze stesse, perché sia l'Austria, sia la Russia (la Russia molto più e molto peggio dell'Austria) si reggono soltanto con tale oppressione e la rafforzano con la guerra; in terzo luogo, a consolidare e prolungare la schiavitù salariata, poiché il proletariato è diviso e schiacciato ed i capitalisti ne approfittano, arricchendosi con la guerra, inculcando i pregiudizi nazionali e rafforzando la reazione, la quale ha alzato la testa in tutti i paesi, perfino in quelli più liberi e repubblicani’’. 6

Mi scuso per la lunghezza delle due citazioni,ma ne valeva la pena;prima di dare aria alla bocca,bisogna conosce i processi sociali,e i liberali,da oltre mezzo secolo non riescono a produrre nessuna analisi seria.
Le accuse di anacronismo?Un pensatore è vivo quando si può chiedere ancora qualcosa ai suoi testi,e quindi rimettere in discussione (questa è la dialettica) il suo operato.
Faccio degli esempio:Dante Alighieri certamente è vivo,come negare la persistenza dei problemi (prevalentemente di etica sociale) sollevati nella ‘’Divina Commedia’’,mentre,invece,Mazzini mi sembra morto e sepolto.
In questo momento,e mi appello al buon senso di chi legge,come si fa a dire che Lenin non sia vivo,dato che,proprio sotto i nostri occhi,l’Imperialismo americano,si è messo a capo di una ennesima strage di innocenti?E no,la conclusione,cari ‘’mandarini’’ yankee,è inversa:Lenin vive,e Keynes ormai è un cadavere in fase di decomposizione.

5.Sono giunto ad un punto cruciale;non posso non parlare del non senso filosofico,della contrapposizione fra gli opposti estremismi.
Parlerò solo del nocciolo duro della questione,perché non voglio fare in modo scolastico ciò che Orwell,Marcuse,Adorno,Fromm,Lukacs,ed Andrè Gorz,hanno fatto,senza lasciare possibilità di replica,ai mandarini salariati.
Trattiamo i problemi di base.La rigidità dei sistemi socialisti è dovuta,prima di tutto (e l’Operazione Chaos non è una invenzione!),dal dover arginare la strategia del contenimento USA.
Inoltre,con l’introduzione del pluralismo ideologico,e mi sembra elementare,non si organizzerebbero solo gli USA,ma anche i gruppi sociali scontenti della pianificazione economica.Santa libertà di parola,quali conseguenze?A Cuba,le mafie di Miami,sarebbero felici di esportare casinò,droga,ed escort con i ‘’di dietro’’ molto tondi.
Un paese con una struttura economica di mercato,necessità anche di un mercato politico e di un mercato ideologico,quindi gli oppositori si troverebbero schiacciati dai monopoli informativi (in Italia da Giuliano Ferrara,e dall’esangue anticomunista Marco Travaglio),e dall’industrializzazione della cultura.
Non c’è solo questo:la riproduzione nella sovrastruttura delle leggi del mercato,genera,cosa capita molto bene da Marcuse,dei dispositivi totalizzanti,che vanno di gran lunga oltre le manganellate fasciste.
Lukacs,discutendo con l’allievo Hofmann,approfondisce il problema,tracciando un filo nero fra capitalismo americano e nazismo:

‘’Ho qualche perplessità soltanto quando il dominio assoluto del capitalismo lo si definisce con l’espressione fascismo.Il periodo di Hitler aveva caratteri specifici,per cui usare il suo nome in una costellazione nuova può provocare solo confusione e si converte assai facilmente in demagogia.(Ritengo per esempio demagogica l’idea,nel movimento studentesco,di riuscire a smascherare un <<fascismo di sinistra>>).Quel che oggi importa è combattere il capitalismo specifico di oggi.E qui a me sembra che una definizione come <<Contro la democrazia manipolata>> definisca molto più che non il fascismo.Occorre per l’appunto dimostrare che la democrazia odierna - negli USA così come nella Repubblica federale - non è democrazia,neanche nel senso borghese;il fascismo è stato possibile combatterlo,con una certa ragione,in nome della democrazia in generale’’. 7

Il filosofo ungherese era conscio,che nel neocapitalismo,le distinzioni fra fascismo e democrazia liberale,si sarebbero dilatate;l’esercizio formale delle libertà precede,come ha ben pianificato nel 1975 la Commissione Trilaterale 8,la militarizzazione di tutte le sfere del quotidiano,privando di contenuto la vecchia democrazia partecipativa.
La disumanizzazione degli individui nella società dei consumi,è uno degli aspetti più deleteri;dall’essere si passa all’avere (Fromm),e dall’avere,tristemente all’apparire (Debord).
Niente da dire nemmeno sui sistemi socio-culturali:gli accademici sputano sul testo di Lukacs ‘’La distruzione della ragione’’,senza spiegare come mai,l’allegra brigata degli irrazionalisti tedeschi,è tanto alla base del pensiero di Alfred Rosenberg,come del pensiero,dei neoconservatori yankee,alla Leo Strauss.
I filosofi rispondono a pressioni sociali,e sfido io a dire il contrario;quindi,a braccetto con l’offensiva delle destre (che segue il processo di decolonizzazione nel Terzo Mondo),nelle ‘’casematte del potere’’ (Gramsci) ci doveva essere lo smantellamento del paradigma teorico hegelo-marxista.Insomma bravo Blum (pseudonimo di Lukacs durante la rivoluzione) che ha capito come Nietzsche non solo anticipava la filosofia dell’hitlerismo,ma anche il nucleo metafisico del mondo unipolare,dominato dal Condor.

6.In altri miei interventi,ho parlato della politica estera americana,che,seguendo i ricorsi capitalistici,si appoggia ad un involucro politico ed ideologico,di volta in volta differente.
Negli anni ’60,gli Stati Uniti (cari ‘’Liberal’’ andatevi a studiare l’Operazione Condor!),si appoggiarono,a dittature militari,soprattutto nell’America Latina;gli Stati fantoccio da loro creati,da una parte negavano i diritti sociali e sindacali,mentre dall’altra,normative ultra-liberistiche (seguendo le ricette criminali della Scuola di Chicago),davano carta bianca alle multinazionali.
Ora le cose sono un po’ cambiate:gli USA non si appoggiano più a dittature militari,come si ‘’pianifica’’ anche nel documento della Commissione Trilaterale del 1975,ma fanno leva sul concetto astratto di democrazia.
Noi marxisti,che ‘’balliamo con Lenin’’ non dobbiamo spaventarci,e,al contrario,riapriamo la nostra cassetta degli attrezzi;la democrazia non è un valore immanente,la storia dimostra che non è nemmeno assolutizzabile,e quindi le borghesie ne fanno a meno in certi casi,anche se di mala voglia.
Allora se il conflitto di classe,e non parlatemi della fine del conflitto capitale/lavoro (per carità!),non è più gestibile con una sovrastruttura flessibile (la democrazia borghese si riduce a ciò),le classi dominanti la modificano irrigidendola.
Porgendo lo scontrino a ‘’quelli che stanno in alto’’,gli usurai di metà ottocento affermavano ‘’la legalità ci ucciderà’’,e (quindi) ripercorrendo la storia dei predicatori di democrazia,capiamo che loro sono stati,a spregio di qualsiasi diritto,i primi a calpestarla.
Meraviglia delle meraviglie,ora il gran capitale,gridando ‘’viva i diritti umani (ma abbasso l’umanità!)’’,fa le ‘’missioni umanitarie’’,in nome di democrazia e libertà;bel vestitino da mettere alle guerre imperialistiche (se solo Ilic avesse potuto vedere questo scempio!).
Siamo davanti all’ennesimo ‘’bubbone tumorale’’:i paesi imperialistici,devono intervenire,per esportare la pace (e quindi capitali),in paesi dove ci sono dittature,come l’Iran,la Corea del Nord,e la Siria;vi dico immediatamente perché considerò ciò,una cosa,che va contrastata con tutte le forze,da chi sostiene posizioni anticapitaliste.
In questo caso,prima di puntare il dito contro modelli sociali (sempre capitalistici) che io non elevo ad esempi,il rigore metodologico vorrebbe,che si affrontasse il problema del contenimento strategico (prima accennato al Paragrafo 5).
Capovolgiamo (ancora) la questione:cosa autorizza gli USA a pianificare la deindustrializzazione degli Stati canaglia (vedi sempre cosa dice la Commissione Trilaterale nel 1975),combinando fattori (destabilizzanti) interni con fattori esterni,e mettendo su Governi fantoccio.
Chi volesse approfondire può fare qualche ricerca su Gene Sharp,e le rivoluzioni colorate,tanto per capire l’ipocrisia su cui si fonda oggi l’impero americano.

7.Il capitalismo attuale ci offe uno scenario disumano;guerre combattute per i prezzi del petrolio,devastazioni ambientali,la disoccupazione aumenta rendendo le condizioni di vita delle classi più deboli insostenibili.
Cari scrittori salariati,è di questo che bisogna parlare,a dispetto delle formule magiche,che le mafiosissime corporazioni universitarie dicono,per infarcire le zucche dell’ideologia ‘’che non c’è più nulla da fare’’.
Mi sono cari questi versi di Brecht:

‘’ L'ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.
Gli oppressori si fondano su diecimila anni.
La violenza garantisce: Com'è, così resterà.
Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda
e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.
Ma fra gli oppressi molti dicono ora:
quel che vogliamo, non verrà mai.
Chi ancora è vivo non dica: mai!
Quel che è sicuro non è sicuro.
Com'è, così non resterà.
Quando chi comanda avrà parlato,
parleranno i comandati.
Chi osa dire: mai?
A chi si deve, se dura l'oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.
Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?
Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi!’’. (‘’Lode della dialettica’’)

L’umanità ha bisogno di ciò,non della vostra miserabile rassegnazione

Note:

1)Jacques R. Pauwels ‘’ Le Corporations Americane ed Hitler’’

2) Paul Mattich sul New Deal (estratti) – Da ‘’Concorrenza e Monopolio’’ (Living Marxism n.3,primavera 1943).

3)Leon Trotsky ‘’Scritti sull’Italia’’ Ed. Massari 2001 pag. 125

4) Arrigo Cervetto ‘’La contesa mondiale'' Ed. Lotta Comunista pp. 16-17

5)Vladimir Lenin ‘’Il socialismo e la guerra’’

6)Ibidem

7)G.Lukacs-W.Hofmann ‘’Lettere sullo stalinismo’’ Ed. Società 1993 pag. 83

8)Il bollettino politico in questione è ‘’La crisi della democrazia'' del 1975

Stefano Zecchinelli

Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...