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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 23 maggio 2017

PERCHE' UN "FIOCCO ROSA" NON RAPPRESENTA LA TUA STORIA








PERCHE' UN "FIOCCO ROSA" NON RAPPRESENTA LA TUA STORIA


A cura di Fiocco Rosa


Dovete perdonarmi: so perfettamente che questo articolo è troppo lungo, ma dovete comprendere che si tratta di un pezzo di vita ed un pezzo di vita non è mai facile da riassumere. Per anni ho riflettuto sulla mia storia. Per anni ne ho sentito il peso, ed in parte lo sento ancora. Per anni ho pensato se fare o meno un post su Facebook per raccontarla, ma mi è sempre mancato il coraggio. Anche oggi mi manca il coraggio, in parte, altrimenti mi sarei firmata con il mio vero nome. Invece vi scriverò a nome di Fiocco Rosa. All’inizio avevo pensato di firmarmi come Nemo, un nome più accattivante e più serio, adatto ad attirare la vostra attenzione. Poi ho però riflettuto sul senso di un acronimo come questo ed ho deciso che sarebbe stato sbagliato: io non sono “nessuno”, voi mi conoscete. Per alcuni sono un’amica, per altri un volto visto in università, per altri ancora una figlia, per qualcuno l’amore. La realtà è che io sono tutti voi, dormo con voi, sogno con voi, parlo con voi. Sono vostra madre, sono vostra sorella, sono la vostra fidanzata o la vostra migliore amica. 

Intendiamoci, la mia vita è stata piena di cose meravigliose e di disgrazie e sarebbe riduttivo ridurla ad una sola parte della mia storia, per quanto importante. Eppure è stato uno spartiacque, ha lasciato la sua impronta nell’anima e nel corpo. Il Tumore ha bussato alla mia porta poco prima dell’esame di terza media, non avevo ancora 14 anni. Una sua caratteristica è quella di avvicinarsi in modo subdolo, travestendosi in mille modi come il miglior attore del mondo: delle volte ha la veste del sangue nelle urine, delle volte è il colpo di tosse “troppo strano”, altre volte quello della nausea cerebrale, e mille altri ancora. Quando è venuto da me, aveva le sembianze di una sera di Maggio ed una doccia calda. Per quella sera avevo dimenticato di cambiare la spugna, così mi sono lavata a mani nude. Passando la mano sul mio seno ho sentito un “bozzo”. Non sapevo come altro descriverlo ed infatti così lo descrissi a mia madre, con i capelli ancora grondanti d’acqua e la pelle profumata dal bagnoschiuma. lo sguardo vuoto di mia madre ancora lo ricordo, come ricordo la sua voce stridula mentre chiamava mio padre. Due giorni prima del mio esame di terza media, papà mi portò da una dottoressa la quale ci rassicurò dicendo che il “nodulo” era mobile, al tatto non particolarmente duro, assolutamente non pericoloso. A tredici anni non avevo idea di che cosa significasse “nodulo”, ma sapevo cosa significasse la parola tumore e, più volte, l’avevo sentita bisbigliata con paura dalla bocca dei miei genitori quando erano sicuri che non ascoltassi. Subentrò un periodo di serena quiete, quella che precede la tempesta: feci i miei esami prendendo un panciuto ottimo tra gli applausi della commissione e le lacrime di mia madre. Ero serena, mi avevano detto di stare serena. La mia ecografia di “routine” era programmata per la settimana successiva, per “toglierci ogni dubbio”, come aveva detto il medico.

domenica 14 maggio 2017

SOGNI, DICOTOMIE E IMPERATIVO CATEGORICO di Carlo Felici





                                                   di Carlo Felici


E’ ancora opportuno capire se oggi esistano delle reali dicotomie politiche o ideologiche? E in particolare se quella rappresentata dalla contrapposizione destra-sinistra sia ancora valida oppure consista soltanto in una meschina millantatura?
Vediamo di partire da due grandi esempi storici.
Il primo, Mazzini: "Ho udito parlare intorno a me di diritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate alla retorica delle vecchie raggiratrici monarchie costituzionali; denominazioni che nelle vecchie monarchie costituzionali rispondono alla divisione dei tre poteri, e tentano di rappresentarli; ma che qui sotto un Governo repubblicano, ch'è fondato sull'unità del potere, non significano cosa alcuna" Giuseppe Mazzini. 10 Marzo 1849 alla Repubblica Romana.
Il governo repubblicano romano del 1849 fu, a tutti gli effetti, un governo rivoluzionario, sia perché rovesciò radicalmente un assetto istituzionale preesistente, sia perché ebbe una larga partecipazione popolare, sia perché tentò di cambiare il tessuto economico e sociale dell’epoca, dando un esempio che potesse essere da guida per il resto d’Italia. Purtroppo ebbe breve vita, in quanto fu soppresso manu militari da una repubblica francese che avrebbe dovuto essere sorella amorevole e invece fu fratricida e caina, sperimentando quel bonapartismo che fu, mutatis mutandis, il prologo di tutti i fascismi.
Mazzini immaginava una Repubblica nel senso originario ed etimologico del termine, e cioè come “bene comune”, intendendo con ciò un superamento della contrapposizione delle classi sociali, in nome di un interesse collettivo che fosse basato sulla libertà e sulla giustizia sociale, e che non dovesse avere come arbitro né un papa e nemmeno un re, ma solo il popolo nella sua totalità, integrità e libertà.
Il secondo esempio potremmo trarlo da un altro grande personaggio: Ernesto Che Guevara il quale, non solo non menzionò mai questa contrapposizione tra destra e sinistra, ma volle sempre impegnarsi per costruire un modello di umanità nuova, una sorta di “archetipo umano”, come risulta evidente da questa citazione:
“Si se nos dijera que somos casi unos románticos, que somos unos idealistas inveterados, que estamos pensando en cosas imposibles y que no se puede lograr de la masa de un pueblo el que sea casi un arquetipo humano, nosotros le tenemos que contestar una y mil veces que sí, que sí se puede. Y tiene que ser así, y debe ser así, y será así compañeros.”
(E se ci diranno che siamo quasi dei romantici che siamo degli idealisti inveterati, che stiamo pensando a cose impossibili e che non si può ricavare dalla massa di un popolo, il fatto che sia quasi un archetipo umano, noi gli replicheremo una e mille volte che sì, che sì, si può. Che deve esser così, che necessariamente sarà così, e sarà così compagni)
Anche in questo caso vediamo che il discorso del Che, allora rivolto ai giovani rivoluzionari cubani, è allo stesso tempo pedagogico e politico, e basato sull’esempio da dare in prima persona. La costruzione del “hombre nuevo” è infatti, il prodotto degli “incentivi morali”, della promozione sociale, basata non sul privilegio politico o sul merito economico, ma sull’esempio che si sa e si deve dare al popolo, innanzitutto sul piano morale. E il Che, che andava a lavorare gratis come operaio e contadino tutte le domeniche, poteva ben dire di sapere adeguatamente applicare a se stesso quel che si aspettava dal suo popolo.

martedì 9 maggio 2017

IL DEMIURGO E IL TOPOLINO INCAZZATO di Carlo Felici




I tre candidati in Francia sono stati espressione variabile di un unico sistema, come d’altronde non potrebbe che essere, in una dimensione economica e politica in cui prevale il capitale come demiurgo di ogni assetto governativo ed istituzionale.
Se, quindi, un demiurgo che è uno ma si presenta come trino nell’espressione delle candidature elettorali che competono per vincere, non c’è da sostenere l’uno o l’altro, perché sono tutti variabili dello stesso sistema di cui il demiurgo è fattore fondante ed anche elemento di garanzia di inamovibilità del sistema.
Fa quindi un po’ ridere la scelta del meno peggio o addirittura la contrapposizione tra i candidati stessi, in nome poi di non si sa cosa, dato che nessuno di essi esprime concretamente la volontà di una alternativa di sistema. Forse, piuttosto, in tale prospettiva, è quasi meglio che vinca il peggiore affinché le contraddizioni del sistema stesso non trovino palliativi ma vengano fuori tutte con grande evidenza ed immediatezza.

Possiamo anche specificare che una alternativa di sistema, su scala nazionale, non è possibile in un mondo in cui la globalizzazione ha superato confini nazionali, politici ed economici, oltre che sociali, imponendo un unico modello di   economia e di società che ormai occupa anche gli angoli più reconditi del globo. Non ci illudiamo, pertanto, che il sistema del monopolio che è oggi la massima espressione del capitalismo senza più regole né paletti, possa essere arginato da politiche nazionali, o da fermenti patriottici. Anche nei paesi in cui tali politiche vengono praticate, prevalgono le timocrazie interne, le tendenze imperialiste ed il capitalismo di stato nella sua versione oligarchica, accompagnandosi alla corruzione come sistema di potere endemico ed inattaccabile.
Oggi, è quasi impossibile uscire dalla ferrea necessità autoreferenziale del contingente, e soprattutto credere di poterlo fare con il sovranismo vuol solo dire aggiungere ad una illusione un’altra illusione per averne poi una all’ennesima potenza.
Ci si illude di restituire la sovranità al popolo quando la sovranità è scippata in partenza dai meccanismi dei mercati. Per cui, basta che in un Paese si attui una politica che non viene gradita dai potentati geostrategici e speculativi transnazionali, che quel Paese viene prima bombardato dallo spread, poi bombardato dal debito e dai prestiti ricattatori che lo spingono verso privatizzazioni e svendite del patrimonio pubblico nazionale, e infine, se tutto questo non basta, arriva prima il bombardamento delle sanzioni e poi quello vero esplosivo e distruttivo.

venerdì 5 maggio 2017

IL TROTSKISTA CHE RIVUOLE LA MEMORIA di Angelo Mastrandrea





IL TROTSKISTA CHE RIVUOLE LA MEMORIA
di Angelo Mastrandrea


Nando Simeone è un noto attivista politico romano. Falciato da un pirata della strada sul Gra, al risveglio non ricordava più nulla. La sua battaglia politica per riappropriarsi dei ricordi



La mattina del 6 dicembre 2016 Nando Simeone esce di casa come tutti i giorni per andare al lavoro. Da quando ha smesso il mandato di consigliere provinciale, nel 2008, ha ripreso il suo posto alla Farmacap, la società municipalizzata romana che gestisce 44 farmacie comunali e una ventina di asilo nido. Ha trascorso la notte a casa della compagna, in fondo alla via Tiburtina, dove un tempo c'erano le industrie e oggi è una lunga teoria di capannoni abbandonati, sale bingo e negozi “cerco oro”. Dalla periferia est gli viene più facile spostarsi verso un altra periferia, quella sud di Spinaceto, dove è stato trasferito, a suo parere per “punizione” a causa del suo impegno sindacale, come delegato Cgil, per fermare i tentativi del Comune di privatizzare l'azienda in cui lavora, cominciati con la giunta guidata da Ignazio Marino e tuttora non abortiti.

Quando lavorava nella sede centrale di via Ostiense, invece, impiegava cinque minuti in motorino dall'abitazione in cui sono andato a incontrarlo, 38 metri quadri magnificamente restaurati in un antico edificio occupato nel cuore di Trastevere. Il palazzo era abbandonato da anni e cadeva a pezzi, quando, il 14 luglio 1989, dodici famiglie lo occuparono e ne fecero una delle prime esperienze di “autorecupero” di un edificio pubblico abbandonato. A dispetto di quello che sto per raccontare, Simeone la ricorda benissimo: “All'inizio è stata dura, perché l'edificio cadeva letteralmente a pezzi, ma noi volevamo lanciare il messaggio che il centro della città non può essere solo dei ricchi e per questo abbiamo portato qui persone che non avrebbero potuto mai permettersi di pagare un affitto a Trastevere”, dice.

martedì 14 marzo 2017

L’OCCASIONE PERDUTA DEL PLAN B di Giulio AF Buratti






L’OCCASIONE PERDUTA DEL PLAN B di Giulio AF Buratti


Il Plan B sbarca a Roma ma è la pallida copia di quello visto a Madrid. Ospiti d’eccezione selezionati da Fassina ma quasi nessuno in sala. Un sindacalista belga: «Ma dove sono i movimenti sociali?»


La sera dell’11 marzo scorso, un sabato, c’erano centinaia di persone in fila, composti, nella michelangiolesca piazza del Campidoglio, in attesa di accedere ai musei capitolini, ai piedi della scalinata che porta alla Sala della Pinacoteca. L’ingresso serale, gratuito o a due euro una volta tanto, attira molti di coloro che hanno dovuto tagliare le spese per la cultura a causa della crisi. Centinaia, di ogni età, e ignari che poche decine di persone fossero proprio alla Protomoteca alle prese con l’ambizioso progetto di un Plan B contro la stessa austerità che sottrae, tra gli altri, il diritto alla bellezza.

lunedì 13 marzo 2017

TUTELARE IL LAVORO DELLE NUOVE GENERAZIONI, RILANCIARE IL SOCIALISMO di Marco Zanier












TUTELARE IL LAVORO DELLE NUOVE GENERAZIONI, RILANCIARE IL SOCIALISMO
di Marco Zanier




Compagne e compagni,


il movimento che stiamo costruendo oggi è molto importante. Abbiamo bisogno di coinvolgere quante più persone possibile in un processo di trasformazione graduale e profondo dei meccanismi di redistribuzione della ricchezza negli strati sociali più colpiti dalla crisi economica e finanziaria in corso e privati purtroppo dei diritti storicamente acquisiti negli anni ’60 dai governi a partecipazione socialista.


Questa crisi e questa politica non colpisce tutti allo stesso modo. In questi vent’anni, le nuove generazioni hanno visto crescere la flessibilità del lavoro, diminuire i diritti acquisiti (l’ultimo drammatico colpo per noi è stato l’approvazione del Jobs Act), annullare progressivamente l’aspettativa legittima di poter costruire un futuro sicuro per comprare una casa, costruire una famiglia e mettere al mondo figli. La mia generazione, quella dei nati negli anni ’70 ha da tempo la consapevolezza amara di non poter contare mai nella vecchiaia su un reddito da pensione perché con le nuove forme di lavoro precario, le uniche che ci vengono offerte da anni da questo mercato del lavoro, non si è impiegati più continuativamente per quelle che erano le classiche 40 ore settimanali, ma molto spesso per 30 o 20 e saltuariamente, troppo spesso assunti non direttamente da un’azienda ma da un’agenzia di lavoro interinale che ti impiega per una commessa solo per il tempo che serve al datore di lavoro che cerca il personale necessario per un ben determinato periodo.

mercoledì 8 marzo 2017

RIFLESSIONI "CORSARE" SULL'8 MARZO di Lucio Garofalo





 RIFLESSIONI "CORSARE" SULL'8 MARZO
di Lucio Garofalo

 


Giusto per la cronaca, la rivoluzione russa ebbe inizio l’8 marzo del 1917 con una mobilitazione femminile di massa. In Russia, arretrata anche dal punto di vista del calendario, la "Giornata Internazionale della donna" coincideva con il 23 febbraio. Le tessitrici di Torshilovo e le dipendenti del deposito dei tram dell’isola Vassilievsky sfilarono sulla Prospettiva Nevsky per manifestare contro la guerra, la miseria e la fame del popolo russo. Nel giro di pochi mesi la situazione sociale precipitò drammaticamente e, nell'Ottobre dello stesso anno, le crescenti e quotidiane proteste di piazza che mobilitarono le masse del proletariato russo, furono il fattore determinante che portò al rovesciamento del regime zarista ed all'instaurazione dei Soviet. 
Il partito bolscevico di Lenin seppe approfittare di questo ribaltamento della situazione politica in Russia. Tale premessa mi serve ad introdurre un ragionamento sul significato dell'8 marzo. Non rappresenta una novita straordinaria che l'8 marzo sia diventata una ricorrenza vuota, banale e stantia, utile solo ai fiorai. Oltretutto, la maggior parte delle donne nei paesi occidentali credo che abbiano assai poco da rivendicare. 

Oggi, nel 2017, al di là dell'origine classista e non di genere di questa "festività", temo che andrebbe risolto soprattutto qualche problema di convivenza domestica con alcuni maschi. Ciò non mi impedisce di rievocare come, dove e perché sia sorta la "Giornata Internazionale della donna": all'interno delle lotte, delle azioni e delle rivendicazioni avanzate dal movimento operaio che faceva capo alla II Internazionale, per iniziativa di due donne coraggiose, tenaci e davvero rivoluzionarie: la russa Clara Zetkin e la polacco-tedesca Rosa Luxemburg. 

Non penso che oggi abbia molto senso celebrare tale festa, che ha assunto un volto consumistico, ipocrita e piccolo-borghese, com'è accaduto per tutte le date e le ricorrenze segnate sul calendario, che scandiscono la nostra esistenza, essendo state svuotate del loro valore storico originario. 
A me pare che attorno all'8 marzo si sollevi ogni anno una nube di polvere e di ipocrisia, nel senso che molte donne si apprestano a ricevere gli auguri e le mimose dai loro compagni e mariti, che per il resto dell'anno le offendono e le maltrattano. Tali donne "frustrate" dovrebbero riscoprire il significato più autentico e giusto della "Giornata Internazionale della donna", non a caso istituita come un momento di mobilitazione ed impegno politico a favore del suffragio universale ed altri diritti negati alle donne, in modo particolare alle donne appartenenti alle classi subalterne. 

Oggi, direi anche nel "mondo occidentale", temo che molte donne abbiano bisogno di rivedere i loro rapporti domestici e quotidiani con l'altro sesso, visto e considerato che, in termini statistici, le violenze contro le donne si consumano in gran parte proprio nel contesto più intimo e familiare delle pareti domestiche. Si tratta di un discorso che coinvolge evidentemente anche il ruolo e la componente maschile, che oggi attraversa un momento di profondo affanno e smarrimento a livello socio-esistenziale, culturale e materiale.






La vignetta è del Maestro Mauro Biani 

 

domenica 5 marzo 2017

EL CORONEL NO TIENE QUIEN LE ESCRIBA di Riccardo Achilli

 
 
 
 
 EL CORONEL NO TIENE QUIEN LE ESCRIBA
di Riccardo Achilli

 
 
“Siamo quelli che reclamano per la piena libertà del mondo, per l’uguaglianza dei popoli, per il rispetto alla sovranità delle nazioni. Si, ci chiamano estremisti, insorgiamo contro l’impero, insorgiamo contro il modello di dominazione”. Il 5 Marzo 2013 moriva l’ultimo rivoluzionario, e nessuno a sinistra sembra volergli dedicare una riga. Hugo Rafael Chavez Frias, l’ideatore di una formula originale di applicazione del Socialismo del XXI Secolo ai Paesi in via di sviluppo sotto giogo imperialistico, scompare per una malattia misteriosa, che lascerà una sequela di sospetti, rimanendo scolpito in lettere di fuoco nella storia.
 
Non certo un grande pensatore, ma un uomo di azione e di grande carisma, ex colonnello dei paracadutisti, costruisce un modello i cui capisaldi sono la sovranità nazionale, tutelata da qualsiasi ingerenza esterna (tanto che la rivoluzione si chiama “bolivarista”, richiamando El Libertador Simon Bolivar, il principale esponente della decolonizzazione sudamericana), il controllo statale delle principali risorse economiche del Paese, per liberarlo dal giogo imperialista, la partecipazione dal basso alla vita sociale e politica (con le famose Misiones per l’autogestione comunitaria dei servizi sociali, ma anche con il principio di “cittadinanza” inserito in Costituzione come potere autonomo insieme a legislativo, esecutivo e giudiziario), la giustizia redistributiva, la tutela dei popoli indigeni e dell’ambiente come principi fondamentali dell’organizzazione statuale.

domenica 19 febbraio 2017

ALCUNE IMPRESSIONI SUL CONGRESSO FONDATIVO DI SINISTRA ITALIANA di Riccardo Achilli







 ALCUNE IMPRESSIONI SUL CONGRESSO FONDATIVO DI SINISTRA ITALIANA
 di Riccardo Achilli




Si conclude oggi l’appuntamento congressuale di Sinistra Italiana, così lungamente atteso da un popolo di sinistra rimasto senza casa da troppi anni. Non potendo essere presente fisicamente, ho ascoltato con molta attenzione quasi tutti gli interventi.
Rispetto alle preoccupanti premesse di partenza, allo spirito di Cosmopolitica che replicava acriticamente i difetti originari di SEL, sarebbe ingeneroso dire che non sono stati fatti progressi, in questi mesi, in termini di consapevolezza strategica. Esce il profilo di un partito che sa di dover essere solido e radicato sul territorio, in barba alle suggestioni movimentiste grillin-rodotiane. Emerge, perlomeno nella maggioranza del partito, l’esigenza di autonomia di movimento non solo rispetto a Renzi, ma più in generale rispetto al Pd, se non assumerà, eventualmente nelle sue forme scissionistiche, un profilo più nettamente di sinistra e di rottura con il Governo Gentiloni. Il tentativo, per molti versi penoso, della componente scottian-dattorriana di incasellare il partito nascente dentro un obsoleto e inefficace schema neo-ulivista viene sconfitto, anche se, va rimarcato chiaramente, la minoranza favorevole a questa torsione è numericamente tutt’altro che trascurabile, avendo raccolto attorno all’emendamento di D’Attorre una sessantina di delegati. Si staglia, dalle parole di Vendola, una prima rilevante distinzione fra diritti civili e diritti socio economici, che non si può dire fosse nelle corde del Nichi del passato recente. Più in generale, si intuisce l’intento di costruire un partito radicale, nel senso positivo del termine, ovvero non settario e minoritario, con vocazione di governo ma su posizioni di forte critica al neoliberismo imperante.

giovedì 16 febbraio 2017

IL LASCITO DI MICHELE ALLA SUA GENERAZIONE di Norberto Fragiacomo




IL LASCITO DI MICHELE ALLA SUA GENERAZIONE
di
Norberto Fragiacomo




La lettera d’addio del “precario” (così, un po’ semplicisticamente è stato etichettato da molti giornalisti) udinese, rilanciata con qualche imbarazzo dai media nazionali, non lascia indifferente il lettore, già oscuramente turbato dal fatto che quelle parole – meditate e soppesate a lungo, è evidente - provengono da un altrove, dal “paese inesplorato dal cui confine nessun viaggiatore ritorna” .
La voce è quella di un trentenne, nato al crepuscolo di un’età dell’oro presto mutatasi in età di ferro, ed è una voce limpida, chiara e al tempo stesso sideralmente distante, che – in epoca di analfabetismo da cellulare – si esprime per di più in un italiano corretto, nient’affatto banale. Le emozioni cozzano fra loro, mentre la lettura procede: c’è compassione per chi è stato condotto a una decisione estrema; rispetto per un giovane che dimostra una dignità e una capacità di analisi non comuni; un certo, inevitabile sgomento di fronte alla lucidissima rivendicazione di un diritto a scegliere che, una volta esercitato, preclude qualsiasi ulteriore scelta. Ecco: il tratto caratterizzante è una desolata, raggelante lucidità.

domenica 12 febbraio 2017

ONESTÀ: CROCE E DELIZIA DI ROBESPIERRE di Lorenzo Mortara






ONESTÀ: CROCE E DELIZIA DI ROBESPIERRE 
di Lorenzo Mortara





Circola in rete, tratto dall’Etica e Politica, un passo di Benedetto Croce molto irriverente verso la pretesa onestà dei politici. Da quando i grillini ne hanno fatto la loro bandiera, il sudiciume d’Italia, mal sopporta che qualcuno invochi l’onestà. Ma come? Io Direttore di banca, Capitalista d’assalto, Politico consumato, Editorialista di grido del libero commercio, in breve mariuolo di professione dovrei anche essere onesto? E a che serve la scalata sociale se poi non ho il diritto di delinquere e rubare come i superiori che ho tanto inseguito? Così pensa il Briatore di turno, ma il Briatore di turno è un po’ volgare, non ha fatto le scuole alte, esprime in maniera troppo diretta il suo pensiero, ha quindi bisogno che, al di sopra dei suoi bassi istinti, un chierico ricami una teoria così tanto profumata e melliflua da trasformali in filosofia, complicando con la sua retorica una cosa che, senza machiavellismo, sarebbe tanto semplice come il buon senso. Ed è al supermercato degli intellettuali fascisti quando bisognava essere antifascisti e degli intellettuali antifascisti quando non serviva più a niente, che i Briatore trovano il chierico che fa al caso loro, il nostro Croce, Don Benedetto appunto.

domenica 29 gennaio 2017

IL VENTO NON SOFFIA SU VIA DEI FRENTANI di Riccardo Achilli







IL VENTO NON SOFFIA SU VIA DEI FRENTANI
di Riccardo Achilli





Si è tenuto oggi, a via dei Frentani, l’incontro dell’area aggregata da D’Alema in occasione del no referendario. Un incontro di modesto livello culturale e politico, privo di spunti innovativi, sostanzialmente la rimasticazione delle tesi social-liberali che risalgono sin ai vecchi Ds e che sono da sempre il bagaglio politico del dalemismo.

Senza il vento della storia a gonfiare le vele, in una sostanziale bonaccia di analisi, nascondendolo dietro parole d’ordine apparentemente più radicali rispetto al passato, non è emerso altro che un profilo politico e culturale che potrebbe essere accettabile per un qualsiasi esponente del Socialismo Europeo attuale: la globalizzazione è buona ma va regolata ed addolcita, mentre gli Stati nazionali sono l’inferno in cui ribollono gli spiriti totemici della guerra, l’Europa è riformabile perché basta mettere mano alle istituzioni ed ai Trattati, l’immigrazione è buona e va soltanto regolata con accordi europei, facciamo un pochino di redistribuzione et voilà.

venerdì 27 gennaio 2017

I SOCIALISTI AL FIANCO DI GIACOMO MATTEOTTI






Non si distrugge l’idea socialista!
I socialisti al fianco di Giacomo Matteotti




Alcuni giorni fa dei vigliacchi senza nome hanno distrutto la lapide che ricorda l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, posta a Roma nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa ed a Fratta Polesine è stata imbrattata con uno spray la locandina di un convegno a lui dedicato. Noi socialisti diciamo tutti uniti VERGOGNA! e vogliamo ricordare il suo nome e il suo sacrificio come è giusto fare, perché il suo esempio sia un monito per le giovani generazioni ed un avvertimento a tutti coloro che pensano di poter sottovalutare il ritorno del fascismo.

martedì 24 gennaio 2017

IL CONFLITTO IN SIRIA VERSO UNA IMMINENTE CONCLUSIONE. LA RUSSIA NUOVO PROTAGONISTA DI PRIMO PIANO IN MEDIO ORIENTE. di Giuseppe Angiuli




                 

                          


IL CONFLITTO IN SIRIA VERSO UNA IMMINENTE CONCLUSIONE. 
LA RUSSIA NUOVO PROTAGONISTA DI PRIMO PIANO IN MEDIO ORIENTE.

di Giuseppe Angiuli



Alla fine del 2016, il sanguinoso conflitto che da quasi sei anni investe la Siria è parso essere giunto ad una svolta decisiva con la completa liberazione di Aleppo da parte dell’Esercito Arabo Siriano, che ha costretto alla resa gli ultimi componenti del vasto arcipelago jihadista da tempo asserragliati nella zona orientale di quella città che, fino allo scoppio della guerra, era il polmone industriale del Paese.
La probabile imminente fine di questa guerra, che sta vivendo il suo momento culminante anche in conseguenza della recente affermazione di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, ci impone di provare a fare un po’ di chiarezza sui reali contorni di questa importante vicenda geopolitica, tenendo conto che, come ammoniva George Orwell, ogniqualvolta scoppia una guerra, la prima vittima a morire è sempre la verità.

mercoledì 11 gennaio 2017

CALCIO FUORI CONTROLLO: SINDROME CINESE O SINTOMO DI UNA PESTILENZA GLOBALE? di Norberto Fragiacomo

 


CALCIO FUORI CONTROLLO: SINDROME CINESE O SINTOMO DI UNA PESTILENZA GLOBALE?
di
Norberto Fragiacomo

 

La notizia è che il governo cinese pare averne abbastanza delle “follie” delle società calcistiche locali: l’invito perentorio è a darsi una regolata, perché starebbero “bruciando denaro”.
Visti le circostanze e il mittente è probabile che l’invito venga raccolto, anche perché di fuoriclasse o presunti tali da coprire d’oro in giro ne sono rimasti pochini, e le due o tre stelle di prima grandezza appaiono insensibili alle lusinghe orientali: Cristiano Ronaldo, in procinto di rivincere il Pallone d’oro, ha detto no a uno stipendio annuo di 100 milioni, e anche Messi sembra preferire il calcio europeo a questa sua inverosimile imitazione in salsa kitsch.
La questione però è un’altra: siamo di fronte a una patologia localizzata oppure no? Cioè: i cinesi sono vittime di un’ubriacatura da euro facili o queste operazioni hanno un senso, per quanto possano disgustare l’osservatore?
 
A prima vista la tesi dell’impazzimento sembra fondata: creare una superlega in un Paese senza tradizione calcistica, confinato a sua volta in un continente dove al massimo si può vincere una coppetta di latta battendo iraniani e kuwaitiani è sportivamente un nonsenso. A considerare l’evoluzione storica, però, le certezze si incrinano: Eric Hobsbawn ci racconta che, negli anni ‘20, i calciatori professionisti guadagnavano in Inghilterra poco più di un operaio specializzato, ma già nei primi anni ‘50, in un’Italia alla vigilia del boom e ancora poverissima, Achille Lauro paga 150 milioni per assicurarsi le prestazioni dello svedese Jeppson, che sarà perciò soprannominato ‘o Banco ‘e Napule, e trent’anni dopo saranno gli ingaggi faraonici versati dalle società a garantire un decennio di incontrastata supremazia in Europa al calcio italiano. I compensi diverranno stratosferici col nuovo secolo, grazie all’impegno delle pay tv e di magnati ben più danarosi di Berlusconi che restituiranno appeal e prestigio al campionato inglese, oltre che – naturalmente – alle grandi di Spagna. Tutti folli allora, non solamente i cinesi… pazzi Lauro, Berlusconi, gli emiri, i miliardari russi – pazzi senza manco l’attenuante della passione, poiché nel monotono calcio odierno è impossibile l’exploit di una provinciale in Europa (si pensi allo Slovan Bratislava vincitore della Coppe delle Coppe del ‘69, o anche al Porto dei primi anni ‘80), viste le siderali differenze di budget tra le squadre davvero ricche e quelle di seconda fascia, che sono poi tutte le altre. Oggi Barcellona-Celtic 7-0 è un risultato normale, che rispecchia il divario fra i due club: una Tipo non può lasciarsi alle spalle una Ferrari.

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