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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 17 giugno 2017

LA LISTA DI PROSCRIZIONE DELL'OSSERVATORIO SULL'ANTISEMITISMO di Fabrizio Marchi






LA LISTA DI PROSCRIZIONE DELL'OSSERVATORIO SULL'ANTISEMITISMO
di Fabrizio Marchi


 L’Osservatorio sull’ antisemitismo del CDEC (Centro di documentazione Ebraica Contemporanea), di fatto un organismo sionista anche se non ufficialmente dichiarato, ha presentato e pubblicato un “Report sull’antisemitismo in Italia nel 2016” che contiene un lunghissimo elenco di siti, giornali, associazioni, movimenti e singole personalità (vengono addirittura inseriti personaggi del mondo del cinema e della musica del calibro di Ken Loach e Roger Waters), individuati dai promotori di tale iniziativa come “antisemiti”.

 http://osservatorioantisemi-c02.kxcdn.com/…/Rapporto_antise…


In questo elenco vengono vergognosamente accomunati siti e organizzazioni dichiaratamente neonaziste e neofasciste con tutte quelle associazioni, movimenti e giornali, fra cui anche L’Interferenza, che sostengono la legittima causa del popolo palestinese che da decenni sta lottando per la propria libertà e indipendenza e per liberarsi dall’occupazione neocolonialista israeliana. Si tratta, di fatto, di una sorta di lista di proscrizione, di elenco dei “cattivi” che vengono in questo modo segnalati a chi di dovere, alle autorità italiane ma anche e soprattutto al governo israeliano e ai suoi “servizi di sicurezza”. Siamo di fronte ad un atto di “pubblica delazione”, se non una vera e propria inquietante minaccia nei confronti di chi osa anche solo criticare le politiche dello stato israeliano. Chiunque si batte attivamente in sostegno dei diritti del popolo palestinese e promuove campagne e iniziative concrete contro l’occupazione dei territori palestinesi e di boicottaggio dello stato di Israele – come ad esempio il BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) – viene tacciato di razzismo, antisemitismo e negazionismo. Accuse infamanti, naturalmente prive di ogni fondamento, finalizzate a criminalizzare tutti coloro che lottano contro ogni forma di imperialismo e colonialismo.
Il messaggio in codice, come si suol dire, è molto chiaro: “Pensateci due volte prima di criticare Israele e il sionismo perché siete stati individuati, sappiamo chi siete e vi teniamo sotto controllo. Per quanto ci riguarda non ci facciamo certo intimidire. Siamo un giornale dichiaratamente antifascista, antirazzista e antimperialista e di conseguenza non possiamo che combattere il sionismo che è una forma di nazionalismo sciovinista, imperialista e razzista di cui sta facendo le spese il popolo palestinese.

L’operazione portata avanti dall’Osservatorio sull’antisemitismo è gravissima e a nostro avviso anche anticostituzionale. Invitiamo tutti i democratici a vigilare contro questi gravissimi atti di
intimidazione.


dal sito L'Interferenza


venerdì 16 giugno 2017

L'eticidio del turbocalitapismo come prostituzione di massa di Carlo Felici






Nell'era del turbocapitalismo globale (intendendo con ciò un capitalismo che non sopporta limiti né regole e che anzi si fa esso stesso misura di tutte le cose) l'etica tramonta inevitabilmente, se per etica intendiamo la sua accezione originaria di ethos umano, così come Eraclito mette bene in evidenza in un suo famoso frammento: Ethos anthropoi daimon, il carattere dell'uomo determina il suo destino, ciò che fu, a guardar bene, l'antenato del latino faber est suae quisque fortunae, e cioè ciascuno è artefice della sua sorte; nell'accezione greca vi è ancora un qualcosa di misterioso e divino che, in quella latina, mutatis mutandis, resta confinato prevalentemente nella natura umana.

Il capitalismo e la sua versione attuale e globale, fanno piazza pulita di quest'etica, così come di ogni morale che ne derivi, riducendo tutto a ricerca del profitto. L'essere umano e la natura sono così valutati e resi “utili” solo se “servono” a tale scopo, cioè all'accumulazione di capitale.

Tutto passa in secondo ordine, dignità umana, libertà, lavoro, famiglia, casa, pensioni, servizi sociali, insomma tutto ciò che “umanamente” possa valere di per sé, secondo il detto greco e secondo quello latino.

L'uomo non è più artefice della sua sorte ma, piuttosto, è una merce per la sorte del capitale, tanto che gli stessi politici parlano spregiudicatamente di “capitale umano” e di necessità di “investire” su se stessi, dato che, evidentemente, la riduzione a merce non può che partire dal presupposto che essa stessa sia isolata dal suo contesto e valga di per sé in quanto “spendibile” o “investibile” Ne consegue che la negazione dell'etica, in ambito turbocapitalista, equivale all'atomizzazione dell'individuo, al suo isolamento, affinché sia meglio sfruttabile.

domenica 11 giugno 2017

Cineforum e Formazione di Lucio Garofalo





Il 6 e 7 giugno, nell'Auditorium di Torella dei Lombardi si è svolta la prima parte di un modulo formativo riservato ai docenti dell'Istituto Comprensivo "V. Criscuoli" di Sant'Angelo dei Lombardi. Già il titolo del corso, "Cineforum e Formazione", è molto eloquente: è un percorso di auto-formazione articolato in quattro sedute pomeridiane di tre ore ciascuna. L'idea di fondo si è incentrata sulla formula del cineforum ed è scaturita dall'esigenza di strutturare le esperienze di formazione secondo modalità piacevoli, coinvolgenti ed alternative. Durante i primi 2 incontri sono state proiettate le quattro puntate dello sceneggiato "Diario di un maestro", prodotto e trasmesso dalla Rai nel 1973, regia di Vittorio De Seta, interpretato dal compianto Bruno Cirino, un validissimo attore napoletano proveniente dal teatro di Eduardo De Filippo, prematuramente scomparso a causa di un incidente automobilistico. Per inciso, era il fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il noto esponente della corrente politica democristiana che faceva capo a Giulio Andreotti. Lo sceneggiato è liberamente ispirato ad un bel reportage narrativo: "Un anno a Pietralata", scritto da Albino Bernardini.

giovedì 8 giugno 2017

Ottanta anni dopo: i fratelli Rosselli di Carlo Felici




Parlare oggi, a ottanta anni dalla loro morte, dei fratelli Rosselli significa tornare a nutrirsi della sorgente stessa del Socialismo moderno, liberale, democratico e federalista. E’ importante ricordarli, non solo per motivi storici e filosofici, ma soprattutto perché sul loro pensiero può fondarsi quel ‘socialismo dei cittadini’ di cui oggi si parla come necessità impellente, non solo per ritrovare un partito che sia degno di chiamarsi socialista, ma anche per ricreare il senso stesso di una politica autenticamente alternativa ed innovativa.
Ne tratteremo dunque sia con la prospettiva di attualizzare il loro pensiero, sia con l’intento di comprenderlo meglio nei suoi tratti essenziali, augurandoci inoltre che, ogni tanto, fare un excursus sui padri fondatori di una filosofia e di una cultura che sono tutt’altro che da consegnare ai secoli scorsi, come certi esponenti di partiti, frutto di impropri accorpamenti politici, vorrebbero far credere, sia importante per la stessa identità del cittadino del XXI secolo. Per riconsegnargli le chiavi di lettura del suo stesso presente, liberandolo dalla schiavitù di una contingenza senza frutti né radici, sterile per sua stessa costituzione.

Su questo omicidio non poche ancora oggi sono le polemiche, dato che alcuni vorrebbero attribuirlo esclusivamente ai servizi segreti fascisti, su mandato di Mussolini, come rilevò per primo Salvemini nella sua famosa introduzione a “Oggi in Spagna domani in Italia”, mentre altri vorrebbero assolvere l'operato di Ciano e dei suoi fedelissimi funzionari, vedendo nel movente dell'attentato la mano dei servizi segreti stalinisti, con la complicità di Togliatti e dei comunisti italiani. Anche di recente queste tesi contrapposte sono state oggetto di due interessanti libri: la seconda ripresa soprattutto da Bandini nel volume: “Il cono d'Ombra”, citato anche più volte da Pillitteri nel suo: “Il conformista indifferente e il delitto Rosselli”, e invece la tesi salveminiana è stata accolta in pieno da Franzinelli nel suo libro: Il delitto Rosselli, uscito di recente.
A noi pare che la verità, come spesso accade, stia nel mezzo e che a contribuire alla morte di due dei più grandi protagonisti dell'antifascismo italiano ed internazionale, negli anni 30, abbiano contribuito più fattori concomitanti e convergenti. E questo perché i Rosselli erano scomodi sia per il regime che avevano contribuito validamente a sbugiardare, pubblicando le foto dei soldati fascisti fatti prigionieri dalle Brigate Internazionali in cui militavano i combattenti italiani in Spagna, sia per Stalin, dato che Carlo Rosselli cercava di costruire un vasto fronte antifascista che includesse anche quei comunisti trozkisti che proprio il dittatore sovietico stava cercando spietatamente di eliminare, uno per uno. Sulla tesi salveminiana abbiamo un numero di prove notevoli e, sebbene Bandini cerchi di contestarle mettendo in dubbio l'attendibilità dei documenti pubblicati nel libro rarissimo: “Servizio Segreto” di Clara Conti, le possiamo tuttavia ritenere attendibili, e leggendo proprio tale preziosa fonte, possiamo confermare che le motivazioni che portarono alla pubblicazione di questi documenti, contenute nella prefazione del libro, sono una ulteriore conferma della loro fondatezza.
Sulla tesi di Bandini, non abbiamo invece la cosiddetta “pistola fumante”, un documento ufficiale cioè che avvalori la tesi della collaborazione segreta dell'OVRA e dei servizi segreti stalinisti per uccidere i Rosselli, ma numerose prove indiziarie, e anche qualcosa di più: il fatto, ad esempio, che la lettera con cui Trozskij rispondeva positivamente all'invito a raggiungere i suoi numerosi sostenitori in Spagna, e che non giunse mai a destinazione, fu ritrovata negli archivi dell'OVRA, il servizio segreto fascista, naturalmente a liberazione avvenuta.
Potremmo dunque ipotizzare che proprio degli interessi convergenti, anche se di opposta origine, portarono con molta probabilità i servizi segreti fascisti e quelli sovietici a cercare e trovare in loro un obiettivo prioritario comune da eliminare.
Ricordiamo infine che l'appello di Togliatti ai fratelli in camicia nera è di poco meno di un anno prima della morte dei Rosselli (agosto 1936). E il patto Molotov-Ribbentropp avvenne non molto tempo dopo.

Il più noto dei fratelli Rosselli, morti per mano dei sicari cagoulards, al soldo dei servizi segreti del regime fascista, il 9 giugno del 1937, fu Carlo ma sarebbe un grave torto dissociarlo dalla memoria del fratello Sabatino, meglio noto come Nello, non solo perché egli contribuì validamente alla stesura del libro edito a firma di Carlo, quel Socialismo liberale che è un vero e proprio testo di filosofia che andrebbe studiato nelle scuole anziché ricercato in librerie antiquarie, ma anche perché gli fu sempre accanto. E pagò anche con un’accusa ed una ingiusta cattura la fuga del fratello dall’esilio, sebbene essa fosse stata in gran parte organizzata dalla di lui moglie: Marion. Di queste due figure cruciali, nella storia del Socialismo italiano, si è ricordato soprattutto Bobbio, che curò la sua pregevole introduzione all’edizione di Socialismo Liberale uscita per Einaudi, svariati anni fa. Lo stesso Bobbio nota opportunamente che i Rosselli non debbono essere inquadrati nella lotta che allora si fece implacabile tra fascismo e comunismo, e che talora riappare tra i rottami non riciclabili del passato che ancora vanno alla deriva nel corso della nostra contingenza storica, ma sono altresì protagonisti di un’opposizione non meno dura ad una forma di capitalismo disumano, sprezzante di ogni regola e di ogni controllo, e soprattutto per questo restano stremamente attuali. La loro ricerca di una terza via non era dunque per loro la risultante di un’ opposizione al fascismo e al comunismo, ma ben di più al collettivismo e al capitalismo, in nome di un’economia partecipativa e federativa, basata sulla gestione diretta e responsabile delle risorse del territorio, e questo è forse ancora oggi l’aspetto meno studiato e apprezzato del loro pensiero,sebbene possa essere tuttora, nell’Italia odierna, uno dei più interessanti.

mercoledì 31 maggio 2017

TOTTI IN FABBRICA di Lorenzo Mortara





TOTTI IN FABBRICA
di Lorenzo Mortara



La lotta di classe e sindacale assomiglia molto al calcio. Il calcio è fonte di ispirazione continua per ogni sindacalista che si rispetti. È la sua metafora preferita e il termine di paragone più utilizzato. Per questo io non voterei mai un sindacalista che sa tutto del Contratto, ma non conosce a memoria la collezione completa dell’almanacco illustrato del calcio, quello della Panini, almeno dal 1968 a oggi. Un sindacalista che non abbia paura di cominciare la battaglia per l’aumento senza più il suo Totti al suo fianco, è un sindacalista che non vale una cicca. Per questo oggi ci vorrebbe un lavoratore particolare, per esempio un Bettio, un talento di fabbrica rubato al pallone, anche lui a breve all’addio, che oltre a raccontare le sue solite menate sulla reazione che ormai so a memoria, mi ridesse sorriso, spirito e morale, chiedendomi a bruciapelo così: «Lorenzo, quanti giorni di permesso ho per eventi e cause particolari come l’addio di Totti, ma soprattutto a che minuto ha segnato Selvaggi nel derby del 1982?».

domenica 28 maggio 2017

PATRIOTI, NON SOVRANISTI di Carlo Felici






Torno brevemente sulla questione dell'uscita dall'euro, dopo aver letto un interessante intervento di Riccardo Achilli di Risorgimento Socialista, per concludere le mie considerazioni su tale argomento, già poste in precedenza.

La vexata quaestio non è di poco conto né dalle conseguenze indolori, come lo stesso Achilli ammette, nella sua conclusione: “Non bisogna essere degli illusi, e pensare che la fase di fuoriuscita dall’euro e di ricostruzione del neo-Sme non sarebbe foriera di conseguenze sociali pesanti, soprattutto per i ceti popolari più fragili. Non sarà una passeggiata. Ci saranno forti fughe di capitali ai Paesi economicamente meno competitivi o più indebitati.”

L'unione monetaria avrebbe dovuto procedere di pari passo con l'unione politica e invece ci troviamo con un mostro con una gamba assai lunga e una cortissima, quasi inesistente che, in questo modo, non solo non cammina, ma rischia di crollare persino nel tentativo maldestro di stare in piedi, da un momento all'altro.

Come fanno i cittadini europei ad avere fiducia in un governo politico della UE se non la hanno nella politica monetaria della stessa UE?

La politica del “più Europa” non può certo coincidere con una maggiorazione di “questa Europa” che appare come una Austerity Union.

Tutti i maldestri e parziali tentativi di dare una parvenza di unione politica al contingente sono concretamente coincisi con delle proposte di stampo tecnocratico come quella della cosiddetta “relazione dei cinque presidenti” o peggio, quella teorizzata da Schauble che consiste in una sostanziale stabilizzazione dell'egemonia degli stati più potenti e competitivi.

Tutto questo sembra, per altro, gettare benzina sul fuoco di coloro che esigono una liquidazione complessiva della UE, o per lo meno dell'eurozona. E se ciò avvenisse?

Certamente la xenofobia già dilagante non ne risulterebbe diminuita, ma aumenterebbe esponenzialmente, e non diminuirebbero nemmeno i rischi di attentati terroristici, come dimostra palesemente il caso dell'Inghilterra post-brexit. Semmai aumenterebbero, per le difficoltà di coordinare meglio gli sforzi di intelligence su scala continentale.

sabato 27 maggio 2017

LA LA LAND: UN GRANDE MUSICAL di Stefano Santarelli




LA LA LAND: UN GRANDE MUSICAL
di Stefano Santarelli


Brindiamo ai sognatori
per quanto folli possono sembrare.
Brindiamo ai cuori che soffrono.
Brindiamo ai disastri che combiniamo”



E' passato più di un mese dalla notte magica degli Oscar e forse è possibile oggi tracciare una riflessione più serena sul film che indiscutibilmente è stato il trionfatore di quella notte con le sue 14 nomination ed i suoi 6 Oscar e i 7 Golden Globe vinti (tra cui quello della Regia, della migliore attrice protagonista, della migliore colonna sonora e della migliore canzone), ci stiamo riferendo ovviamente a La la land.
Era dai tempi di “Tutti insieme appassionatamente” ((The Sound of Music , 1965) che un Musical non faceva una così grande incetta di Premi Oscar, ma il film interpretato da Emma Stone ha diviso notevolmente la critica cinematografica con stroncature velenose ed ingenerose che più che riguardare questa pellicola puntano a criminalizzare un intero genere, per l'appunto quello del Musical.

martedì 23 maggio 2017

PERCHE' UN "FIOCCO ROSA" NON RAPPRESENTA LA TUA STORIA








PERCHE' UN "FIOCCO ROSA" NON RAPPRESENTA LA TUA STORIA


A cura di Fiocco Rosa


Dovete perdonarmi: so perfettamente che questo articolo è troppo lungo, ma dovete comprendere che si tratta di un pezzo di vita ed un pezzo di vita non è mai facile da riassumere. Per anni ho riflettuto sulla mia storia. Per anni ne ho sentito il peso, ed in parte lo sento ancora. Per anni ho pensato se fare o meno un post su Facebook per raccontarla, ma mi è sempre mancato il coraggio. Anche oggi mi manca il coraggio, in parte, altrimenti mi sarei firmata con il mio vero nome. Invece vi scriverò a nome di Fiocco Rosa. All’inizio avevo pensato di firmarmi come Nemo, un nome più accattivante e più serio, adatto ad attirare la vostra attenzione. Poi ho però riflettuto sul senso di un acronimo come questo ed ho deciso che sarebbe stato sbagliato: io non sono “nessuno”, voi mi conoscete. Per alcuni sono un’amica, per altri un volto visto in università, per altri ancora una figlia, per qualcuno l’amore. La realtà è che io sono tutti voi, dormo con voi, sogno con voi, parlo con voi. Sono vostra madre, sono vostra sorella, sono la vostra fidanzata o la vostra migliore amica. 

Intendiamoci, la mia vita è stata piena di cose meravigliose e di disgrazie e sarebbe riduttivo ridurla ad una sola parte della mia storia, per quanto importante. Eppure è stato uno spartiacque, ha lasciato la sua impronta nell’anima e nel corpo. Il Tumore ha bussato alla mia porta poco prima dell’esame di terza media, non avevo ancora 14 anni. Una sua caratteristica è quella di avvicinarsi in modo subdolo, travestendosi in mille modi come il miglior attore del mondo: delle volte ha la veste del sangue nelle urine, delle volte è il colpo di tosse “troppo strano”, altre volte quello della nausea cerebrale, e mille altri ancora. Quando è venuto da me, aveva le sembianze di una sera di Maggio ed una doccia calda. Per quella sera avevo dimenticato di cambiare la spugna, così mi sono lavata a mani nude. Passando la mano sul mio seno ho sentito un “bozzo”. Non sapevo come altro descriverlo ed infatti così lo descrissi a mia madre, con i capelli ancora grondanti d’acqua e la pelle profumata dal bagnoschiuma. lo sguardo vuoto di mia madre ancora lo ricordo, come ricordo la sua voce stridula mentre chiamava mio padre. Due giorni prima del mio esame di terza media, papà mi portò da una dottoressa la quale ci rassicurò dicendo che il “nodulo” era mobile, al tatto non particolarmente duro, assolutamente non pericoloso. A tredici anni non avevo idea di che cosa significasse “nodulo”, ma sapevo cosa significasse la parola tumore e, più volte, l’avevo sentita bisbigliata con paura dalla bocca dei miei genitori quando erano sicuri che non ascoltassi. Subentrò un periodo di serena quiete, quella che precede la tempesta: feci i miei esami prendendo un panciuto ottimo tra gli applausi della commissione e le lacrime di mia madre. Ero serena, mi avevano detto di stare serena. La mia ecografia di “routine” era programmata per la settimana successiva, per “toglierci ogni dubbio”, come aveva detto il medico.

domenica 14 maggio 2017

SOGNI, DICOTOMIE E IMPERATIVO CATEGORICO di Carlo Felici





                                                   di Carlo Felici


E’ ancora opportuno capire se oggi esistano delle reali dicotomie politiche o ideologiche? E in particolare se quella rappresentata dalla contrapposizione destra-sinistra sia ancora valida oppure consista soltanto in una meschina millantatura?
Vediamo di partire da due grandi esempi storici.
Il primo, Mazzini: "Ho udito parlare intorno a me di diritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate alla retorica delle vecchie raggiratrici monarchie costituzionali; denominazioni che nelle vecchie monarchie costituzionali rispondono alla divisione dei tre poteri, e tentano di rappresentarli; ma che qui sotto un Governo repubblicano, ch'è fondato sull'unità del potere, non significano cosa alcuna" Giuseppe Mazzini. 10 Marzo 1849 alla Repubblica Romana.
Il governo repubblicano romano del 1849 fu, a tutti gli effetti, un governo rivoluzionario, sia perché rovesciò radicalmente un assetto istituzionale preesistente, sia perché ebbe una larga partecipazione popolare, sia perché tentò di cambiare il tessuto economico e sociale dell’epoca, dando un esempio che potesse essere da guida per il resto d’Italia. Purtroppo ebbe breve vita, in quanto fu soppresso manu militari da una repubblica francese che avrebbe dovuto essere sorella amorevole e invece fu fratricida e caina, sperimentando quel bonapartismo che fu, mutatis mutandis, il prologo di tutti i fascismi.
Mazzini immaginava una Repubblica nel senso originario ed etimologico del termine, e cioè come “bene comune”, intendendo con ciò un superamento della contrapposizione delle classi sociali, in nome di un interesse collettivo che fosse basato sulla libertà e sulla giustizia sociale, e che non dovesse avere come arbitro né un papa e nemmeno un re, ma solo il popolo nella sua totalità, integrità e libertà.
Il secondo esempio potremmo trarlo da un altro grande personaggio: Ernesto Che Guevara il quale, non solo non menzionò mai questa contrapposizione tra destra e sinistra, ma volle sempre impegnarsi per costruire un modello di umanità nuova, una sorta di “archetipo umano”, come risulta evidente da questa citazione:
“Si se nos dijera que somos casi unos románticos, que somos unos idealistas inveterados, que estamos pensando en cosas imposibles y que no se puede lograr de la masa de un pueblo el que sea casi un arquetipo humano, nosotros le tenemos que contestar una y mil veces que sí, que sí se puede. Y tiene que ser así, y debe ser así, y será así compañeros.”
(E se ci diranno che siamo quasi dei romantici che siamo degli idealisti inveterati, che stiamo pensando a cose impossibili e che non si può ricavare dalla massa di un popolo, il fatto che sia quasi un archetipo umano, noi gli replicheremo una e mille volte che sì, che sì, si può. Che deve esser così, che necessariamente sarà così, e sarà così compagni)
Anche in questo caso vediamo che il discorso del Che, allora rivolto ai giovani rivoluzionari cubani, è allo stesso tempo pedagogico e politico, e basato sull’esempio da dare in prima persona. La costruzione del “hombre nuevo” è infatti, il prodotto degli “incentivi morali”, della promozione sociale, basata non sul privilegio politico o sul merito economico, ma sull’esempio che si sa e si deve dare al popolo, innanzitutto sul piano morale. E il Che, che andava a lavorare gratis come operaio e contadino tutte le domeniche, poteva ben dire di sapere adeguatamente applicare a se stesso quel che si aspettava dal suo popolo.

martedì 9 maggio 2017

IL DEMIURGO E IL TOPOLINO INCAZZATO di Carlo Felici




I tre candidati in Francia sono stati espressione variabile di un unico sistema, come d’altronde non potrebbe che essere, in una dimensione economica e politica in cui prevale il capitale come demiurgo di ogni assetto governativo ed istituzionale.
Se, quindi, un demiurgo che è uno ma si presenta come trino nell’espressione delle candidature elettorali che competono per vincere, non c’è da sostenere l’uno o l’altro, perché sono tutti variabili dello stesso sistema di cui il demiurgo è fattore fondante ed anche elemento di garanzia di inamovibilità del sistema.
Fa quindi un po’ ridere la scelta del meno peggio o addirittura la contrapposizione tra i candidati stessi, in nome poi di non si sa cosa, dato che nessuno di essi esprime concretamente la volontà di una alternativa di sistema. Forse, piuttosto, in tale prospettiva, è quasi meglio che vinca il peggiore affinché le contraddizioni del sistema stesso non trovino palliativi ma vengano fuori tutte con grande evidenza ed immediatezza.

Possiamo anche specificare che una alternativa di sistema, su scala nazionale, non è possibile in un mondo in cui la globalizzazione ha superato confini nazionali, politici ed economici, oltre che sociali, imponendo un unico modello di   economia e di società che ormai occupa anche gli angoli più reconditi del globo. Non ci illudiamo, pertanto, che il sistema del monopolio che è oggi la massima espressione del capitalismo senza più regole né paletti, possa essere arginato da politiche nazionali, o da fermenti patriottici. Anche nei paesi in cui tali politiche vengono praticate, prevalgono le timocrazie interne, le tendenze imperialiste ed il capitalismo di stato nella sua versione oligarchica, accompagnandosi alla corruzione come sistema di potere endemico ed inattaccabile.
Oggi, è quasi impossibile uscire dalla ferrea necessità autoreferenziale del contingente, e soprattutto credere di poterlo fare con il sovranismo vuol solo dire aggiungere ad una illusione un’altra illusione per averne poi una all’ennesima potenza.
Ci si illude di restituire la sovranità al popolo quando la sovranità è scippata in partenza dai meccanismi dei mercati. Per cui, basta che in un Paese si attui una politica che non viene gradita dai potentati geostrategici e speculativi transnazionali, che quel Paese viene prima bombardato dallo spread, poi bombardato dal debito e dai prestiti ricattatori che lo spingono verso privatizzazioni e svendite del patrimonio pubblico nazionale, e infine, se tutto questo non basta, arriva prima il bombardamento delle sanzioni e poi quello vero esplosivo e distruttivo.

venerdì 5 maggio 2017

IL TROTSKISTA CHE RIVUOLE LA MEMORIA di Angelo Mastrandrea





IL TROTSKISTA CHE RIVUOLE LA MEMORIA
di Angelo Mastrandrea


Nando Simeone è un noto attivista politico romano. Falciato da un pirata della strada sul Gra, al risveglio non ricordava più nulla. La sua battaglia politica per riappropriarsi dei ricordi



La mattina del 6 dicembre 2016 Nando Simeone esce di casa come tutti i giorni per andare al lavoro. Da quando ha smesso il mandato di consigliere provinciale, nel 2008, ha ripreso il suo posto alla Farmacap, la società municipalizzata romana che gestisce 44 farmacie comunali e una ventina di asilo nido. Ha trascorso la notte a casa della compagna, in fondo alla via Tiburtina, dove un tempo c'erano le industrie e oggi è una lunga teoria di capannoni abbandonati, sale bingo e negozi “cerco oro”. Dalla periferia est gli viene più facile spostarsi verso un altra periferia, quella sud di Spinaceto, dove è stato trasferito, a suo parere per “punizione” a causa del suo impegno sindacale, come delegato Cgil, per fermare i tentativi del Comune di privatizzare l'azienda in cui lavora, cominciati con la giunta guidata da Ignazio Marino e tuttora non abortiti.

Quando lavorava nella sede centrale di via Ostiense, invece, impiegava cinque minuti in motorino dall'abitazione in cui sono andato a incontrarlo, 38 metri quadri magnificamente restaurati in un antico edificio occupato nel cuore di Trastevere. Il palazzo era abbandonato da anni e cadeva a pezzi, quando, il 14 luglio 1989, dodici famiglie lo occuparono e ne fecero una delle prime esperienze di “autorecupero” di un edificio pubblico abbandonato. A dispetto di quello che sto per raccontare, Simeone la ricorda benissimo: “All'inizio è stata dura, perché l'edificio cadeva letteralmente a pezzi, ma noi volevamo lanciare il messaggio che il centro della città non può essere solo dei ricchi e per questo abbiamo portato qui persone che non avrebbero potuto mai permettersi di pagare un affitto a Trastevere”, dice.

martedì 14 marzo 2017

L’OCCASIONE PERDUTA DEL PLAN B di Giulio AF Buratti






L’OCCASIONE PERDUTA DEL PLAN B di Giulio AF Buratti


Il Plan B sbarca a Roma ma è la pallida copia di quello visto a Madrid. Ospiti d’eccezione selezionati da Fassina ma quasi nessuno in sala. Un sindacalista belga: «Ma dove sono i movimenti sociali?»


La sera dell’11 marzo scorso, un sabato, c’erano centinaia di persone in fila, composti, nella michelangiolesca piazza del Campidoglio, in attesa di accedere ai musei capitolini, ai piedi della scalinata che porta alla Sala della Pinacoteca. L’ingresso serale, gratuito o a due euro una volta tanto, attira molti di coloro che hanno dovuto tagliare le spese per la cultura a causa della crisi. Centinaia, di ogni età, e ignari che poche decine di persone fossero proprio alla Protomoteca alle prese con l’ambizioso progetto di un Plan B contro la stessa austerità che sottrae, tra gli altri, il diritto alla bellezza.

lunedì 13 marzo 2017

TUTELARE IL LAVORO DELLE NUOVE GENERAZIONI, RILANCIARE IL SOCIALISMO di Marco Zanier












TUTELARE IL LAVORO DELLE NUOVE GENERAZIONI, RILANCIARE IL SOCIALISMO
di Marco Zanier




Compagne e compagni,


il movimento che stiamo costruendo oggi è molto importante. Abbiamo bisogno di coinvolgere quante più persone possibile in un processo di trasformazione graduale e profondo dei meccanismi di redistribuzione della ricchezza negli strati sociali più colpiti dalla crisi economica e finanziaria in corso e privati purtroppo dei diritti storicamente acquisiti negli anni ’60 dai governi a partecipazione socialista.


Questa crisi e questa politica non colpisce tutti allo stesso modo. In questi vent’anni, le nuove generazioni hanno visto crescere la flessibilità del lavoro, diminuire i diritti acquisiti (l’ultimo drammatico colpo per noi è stato l’approvazione del Jobs Act), annullare progressivamente l’aspettativa legittima di poter costruire un futuro sicuro per comprare una casa, costruire una famiglia e mettere al mondo figli. La mia generazione, quella dei nati negli anni ’70 ha da tempo la consapevolezza amara di non poter contare mai nella vecchiaia su un reddito da pensione perché con le nuove forme di lavoro precario, le uniche che ci vengono offerte da anni da questo mercato del lavoro, non si è impiegati più continuativamente per quelle che erano le classiche 40 ore settimanali, ma molto spesso per 30 o 20 e saltuariamente, troppo spesso assunti non direttamente da un’azienda ma da un’agenzia di lavoro interinale che ti impiega per una commessa solo per il tempo che serve al datore di lavoro che cerca il personale necessario per un ben determinato periodo.

mercoledì 8 marzo 2017

RIFLESSIONI "CORSARE" SULL'8 MARZO di Lucio Garofalo





 RIFLESSIONI "CORSARE" SULL'8 MARZO
di Lucio Garofalo

 


Giusto per la cronaca, la rivoluzione russa ebbe inizio l’8 marzo del 1917 con una mobilitazione femminile di massa. In Russia, arretrata anche dal punto di vista del calendario, la "Giornata Internazionale della donna" coincideva con il 23 febbraio. Le tessitrici di Torshilovo e le dipendenti del deposito dei tram dell’isola Vassilievsky sfilarono sulla Prospettiva Nevsky per manifestare contro la guerra, la miseria e la fame del popolo russo. Nel giro di pochi mesi la situazione sociale precipitò drammaticamente e, nell'Ottobre dello stesso anno, le crescenti e quotidiane proteste di piazza che mobilitarono le masse del proletariato russo, furono il fattore determinante che portò al rovesciamento del regime zarista ed all'instaurazione dei Soviet. 
Il partito bolscevico di Lenin seppe approfittare di questo ribaltamento della situazione politica in Russia. Tale premessa mi serve ad introdurre un ragionamento sul significato dell'8 marzo. Non rappresenta una novita straordinaria che l'8 marzo sia diventata una ricorrenza vuota, banale e stantia, utile solo ai fiorai. Oltretutto, la maggior parte delle donne nei paesi occidentali credo che abbiano assai poco da rivendicare. 

Oggi, nel 2017, al di là dell'origine classista e non di genere di questa "festività", temo che andrebbe risolto soprattutto qualche problema di convivenza domestica con alcuni maschi. Ciò non mi impedisce di rievocare come, dove e perché sia sorta la "Giornata Internazionale della donna": all'interno delle lotte, delle azioni e delle rivendicazioni avanzate dal movimento operaio che faceva capo alla II Internazionale, per iniziativa di due donne coraggiose, tenaci e davvero rivoluzionarie: la russa Clara Zetkin e la polacco-tedesca Rosa Luxemburg. 

Non penso che oggi abbia molto senso celebrare tale festa, che ha assunto un volto consumistico, ipocrita e piccolo-borghese, com'è accaduto per tutte le date e le ricorrenze segnate sul calendario, che scandiscono la nostra esistenza, essendo state svuotate del loro valore storico originario. 
A me pare che attorno all'8 marzo si sollevi ogni anno una nube di polvere e di ipocrisia, nel senso che molte donne si apprestano a ricevere gli auguri e le mimose dai loro compagni e mariti, che per il resto dell'anno le offendono e le maltrattano. Tali donne "frustrate" dovrebbero riscoprire il significato più autentico e giusto della "Giornata Internazionale della donna", non a caso istituita come un momento di mobilitazione ed impegno politico a favore del suffragio universale ed altri diritti negati alle donne, in modo particolare alle donne appartenenti alle classi subalterne. 

Oggi, direi anche nel "mondo occidentale", temo che molte donne abbiano bisogno di rivedere i loro rapporti domestici e quotidiani con l'altro sesso, visto e considerato che, in termini statistici, le violenze contro le donne si consumano in gran parte proprio nel contesto più intimo e familiare delle pareti domestiche. Si tratta di un discorso che coinvolge evidentemente anche il ruolo e la componente maschile, che oggi attraversa un momento di profondo affanno e smarrimento a livello socio-esistenziale, culturale e materiale.






La vignetta è del Maestro Mauro Biani 

 

domenica 5 marzo 2017

EL CORONEL NO TIENE QUIEN LE ESCRIBA di Riccardo Achilli

 
 
 
 
 EL CORONEL NO TIENE QUIEN LE ESCRIBA
di Riccardo Achilli

 
 
“Siamo quelli che reclamano per la piena libertà del mondo, per l’uguaglianza dei popoli, per il rispetto alla sovranità delle nazioni. Si, ci chiamano estremisti, insorgiamo contro l’impero, insorgiamo contro il modello di dominazione”. Il 5 Marzo 2013 moriva l’ultimo rivoluzionario, e nessuno a sinistra sembra volergli dedicare una riga. Hugo Rafael Chavez Frias, l’ideatore di una formula originale di applicazione del Socialismo del XXI Secolo ai Paesi in via di sviluppo sotto giogo imperialistico, scompare per una malattia misteriosa, che lascerà una sequela di sospetti, rimanendo scolpito in lettere di fuoco nella storia.
 
Non certo un grande pensatore, ma un uomo di azione e di grande carisma, ex colonnello dei paracadutisti, costruisce un modello i cui capisaldi sono la sovranità nazionale, tutelata da qualsiasi ingerenza esterna (tanto che la rivoluzione si chiama “bolivarista”, richiamando El Libertador Simon Bolivar, il principale esponente della decolonizzazione sudamericana), il controllo statale delle principali risorse economiche del Paese, per liberarlo dal giogo imperialista, la partecipazione dal basso alla vita sociale e politica (con le famose Misiones per l’autogestione comunitaria dei servizi sociali, ma anche con il principio di “cittadinanza” inserito in Costituzione come potere autonomo insieme a legislativo, esecutivo e giudiziario), la giustizia redistributiva, la tutela dei popoli indigeni e dell’ambiente come principi fondamentali dell’organizzazione statuale.

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